di Franco Belci del 11/6/2021
Guglielmo Epifani è stato innanzitutto un leader: la parola non mi è mai piaciuta, eppure è la prima che mi viene in mente nello scrivere un suo ricordo. Va subito aggiunto, però, che la sua leadership non ha nulla a che vedere con le attuali concezioni della politica, nelle quali è spesso sinonimo di personalizzazione. Guglielmo infatti non ha mai enfatizzato quel ruolo e lo ha interpretato con naturalezza e senso di responsabilità, in Cgil e poi in politica, senza mai farlo pesare, neppure quando ha esercitato fino in fondo la sua autorevolezza di segretario: insomma, si potrebbe dire, un leader mite. Il suo lungo percorso sindacale è partito dalla passione per la storia del socialismo e del movimento operaio, per tradursi poi nella concretezza della difesa dei diritti del lavoro.
Persona di grande cultura, ha saputo mettere al servizio dell’attività sindacale le sue conoscenze, proponendo l’esempio di un sindacalista “moderno”, che, nella complessità della situazione economica e sociale, aveva l’obbligo di conoscere e studiare non solo le materie di sua diretta competenza, ma anche i contesti che ne condizionavano le dinamiche più profonde: ricordo di aver ascoltato, in qualche riunione di segretari generali o in qualche direttivo nazionale, delle vere e proprie lezioni di economia. Ha sempre saputo abbinare l’autorevolezza che tutti gli riconoscevano alla pacatezza nei toni e nei comportamenti che si accompagnava alla capacità di assumere decisioni difficili e di operare, quando erano necessarie, scelte radicali. In questa prospettiva ha saputo rispettare e valorizzare le complesse dinamiche interne alla Cgil, l’unica Organizzazione nella quale riescono ancora a convivere tutte le anime disperse della sinistra. Con Guglielmo abbiamo condiviso un lungo pezzo di strada.
Mi propose, nel 2003, come segretario di Trieste, e nel 2008 come segretario generale della Cgil FVG. Ma ci frequentammo anche in seguito, quando divenne presidente della Fondazione Trentin, e lo invitai più volte in Regione per qualche discussione o dibattito pubblico. Aveva infatti un occhio di riguardo per questo pezzo di terra piccolo e lontano, se visto da Roma, ma così particolare e controverso, del quale lo affascinava la storia e del quale coglieva tutte le specificità culturali e linguistiche e le potenzialità di ponte verso l’Est. Fummo assieme a Gorizia, nel 2002, quando la città venne scelta quale sede della celebrazione nazionale del Primo maggio per festeggiare, assieme ai sindacati sloveni, l’entrata della Slovenia nella UE. Ancora, nel 2006 quando, a Trieste, celebrammo al Teatro Verdi i 100 anni della Cgil; successivamente a Pordenone quando parlò, per primo, del declino industriale dell’Italia o, infine, nel novembre 2010 a Udine, quando ricordammo, con una discussione pubblica, i 40 anni dello Statuto dei lavoratori.
Fu la sua ultima iniziativa da segretario generale della Cgil. Nel 2012, in un’iniziativa promossa da “Apertamente”, venne a discutere con Tiziano Treu, in un’affollatissima galleria comunale d’arte contemporanea, del ruolo, dei problemi e dei diritti del lavoro nella crisi italiana ed europea, proponendo una ricognizione, per molti inedita, sulla situazione europea e mondiale. Il giorno seguente organizzammo, con amici comuni, una gita nel Collio, alla ricerca di panorami, aromi e sapori ai quali si era affezionato: erano momenti di convivialità nei quali sapeva liberarsi della veste di uomo pubblico per chiacchierare, scherzare o, con la stessa leggerezza, discutere dei temi della grande Storia della quale eravamo stati entrambi studiosi prima di diventare sindacalisti. Alla fine, sono proprio quei ricordi che rendono più acuto il dolore per la scomparsa di un uomo davvero fuori dall’ordinario, che ha saputo tenere assieme autorevolezza, mitezza, competenza, cultura, empatia. E che, anche per questo, mancherà molto agli amici, al sindacato, alla politica.