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Il significato dei piccolissimi passi

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di Davide Strukelj del 31/01/2021

All’inizio fu il sogno della rivoluzione. Utopia dell’azione finalizzata al cambiamento radicale, tramontò ben presto anche considerata l’impossibilità, e forse l’inopportunità, di perseguire un fine di tale portata.

Poi venne il tempo delle conquiste storiche. Le grandi riforme, il suffragio, la Repubblica e poi lo statuto dei lavoratori, il divorzio, l’aborto, e altri mille risultati di civiltà che corressero, per quanto era possibile, un ritardo atavico ancora oggi non completamente sanato.

In seguito le cose cambiarono progressivamente e si perse un po’ lo smalto, tanto che arrivò il giorno in cui si implorarono i capi di turno quantomeno di dire “qualcosa di sinistra”, e fu un bel film. Seguendo il corso degli anni, venne il tempo in cui qualcuno fece presente che certe battaglie non si potevano lasciare agli altri, e quei dieci minuti rimbalzati su YouTube valsero una carriera politica giocata tra Bruxelles e l’Italia. Le battaglie, sembrerebbe, finirono in qualche cassetto.

Ora, nel pieno di una pandemia globale e di una crisi economica senza precedenti, pare che queste esternazioni siano andate fuori moda. Che sia stato l’effetto soporifero della malattia incombente, la paura di un pericolo invisibile o la preoccupazione di una povertà che bussa all’uscio di molti, rimane il fatto che le fibrillazioni dell’individualismo spingono l’”ognuno” e il “tutti” verso una guardinga attesa della fine dell’incubo. Che le cose vadano male è chiaro a tutti. Che poi per qualcuno vadano peggio è altrettanto evidente, quindi meglio resistere e stare coperti: nel male comune il gaudio è dimezzato, ma nel male degli altri il proprio gaudio resta abbastanza alto. Tutto è relativo, anche il livello della felicità.

E così ecco che, in una sorta di immobilismo tipico del camaleonte mimetizzato tra le foglie, tanto l’individuo quanto quei sistemi di rappresentanza che la democrazia ha creato negli anni occupano le ore del dibattito pubblico con struggenti (e motivati) pianti per i caduti e farneticanti (ma immotivati) buoni auspici per il futuro. Un mondo mediatico, social e non social, riempito dalle diatribe sui vaccini e dalla politichetta “de’ noantri”, anestetico perfetto per nascondere il panorama del poco o nulla (a sinistra, perché a destra è ormai del tutto inutile cercare).

Ma cosa può fare oggi il leggendario politico “di sinistra”? Questo ci si domanda da più parti, tanto che alcuni, approfittando del torpore diffuso, parlano apertamente della fine di un’epoca e dell’estinzione dei dinosauri. Certamente sono tramontate le ere geologiche della rivoluzione e delle riforme memorabili. Forse è anche passato di moda manifestare pubblicamente il disagio per ritrovarsi in una casa che non si sente più la propria. Esistono però una miriade di cose da fare, e sia chiaro che si usano di proposito due parole generiche come “cose” e “fare” proprio perché nella generalità dell’agire trovano un significato sia la possibilità sia il dovere dell’azione.
Forse sono piccole cose, forse possono apparire insignificanti e inadeguate alla gravità del momento e dei problemi enormi che abbiamo davanti. Ma è anche chiaro che i grandi problemi necessitano di grandi soluzioni e queste devono trovare grandi consensi. Oggi non siamo nelle condizioni di dettare l’agenda di rivoluzioni epocali. Manca la massa critica, si direbbe, ma mancano anche leader capaci di un tale compito. Le grandi operazioni politiche saranno concordate e di ampio consenso, sempre che si sia in grado di portarle a compimento. Sarà comunque necessario incidere nella loro ideazione e attuazione, ma dobbiamo essere consapevoli che possiamo scordarci di definirne totalmente l’indirizzo.

Rimangono dunque molte piccole cose da fare, forse meno evidenti, forse più semplici da attuare e sulle quali la volontà di dare un preciso impulso può trovare un favorevole terreno di battaglia (politica). Queste “piccole cose” possono incidere profondamente nella vita delle persone. Magari non nella vita di quella minoranza che non risente della crisi o che addirittura ne ricava beneficio (spesso economico), ma bensì nella vita degli ultimi, dei dimenticati di ogni giorno: di chi finisce in povertà, di chi perde lavoro, di chi stenta a mantenere la famiglia, di chi resta solo, di chi viene travolto dalla malattia, di chi rischia di “chiudere bottega”. Piccole ma importanti cose da fare che possono aiutare gli ultimi. Non si ricaveranno certamente grandi titoli sui giornali con operazioni a nove zeri, niente miliardi come fossero popcorn, ma interventi precisi, mirati, di qualità. Questo si può e si deve fare.

Pare poca roba? Per capire il significato straordinario della microazione ci torna utile la matematica, ed in particolare quella che è nota come la formula del successo.

Inventata da un professore giapponese, serve a capire il valore vero dell’azione quotidiana. In termini numerici la formula dimostra che 1,01 elevato alla trecentosessantacinquesima potenza dà come risultato 37,8. Tradotto vuol dire che se ogni giorno producessimo un miglioramento piccolo, diciamo appena dell’uno percento, alla fine dell’anno avremmo ottenuto un miglioramento di oltre trentasette volte. Non è poco, anche immaginando che il miglioramento sia minore del massimo teorico e soprattutto perché per molte persone significherebbe sopravvivere dignitosamente piuttosto che finire nell’oblio di una società spesso interessata solo ai primi della classifica.

Ma bisogna fare attenzione, perché la matematica, si sa, non ha sentimenti, e infatti anche la formula del successo ha un rovescio della medaglia. Per esempio, se anziché migliorare peggiorassimo, anche di poco, diciamo sempre dell’uno percento, le cose andrebbero malissimo. Infatti lo 0,99 ripetuto per un anno, ovvero elevato alla stessa potenza di prima, produce come risultato 0,03. In altri termini, tanti piccoli peggioramenti a lungo andare determinano l’annullamento quasi totale. Vi ricorda qualcosa?

Da quale parte della neutralità sarà dunque finito quel 0,01 che serve a crescere o che porta a scomparire? Forse sarebbe il caso di pensarci bene, perché tante piccole cose possono produrre grandi effetti. In un verso o nell’altro.

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