di Davide Strukelj del 28/10/2020
Premessa.
Accade di tanto in tanto, in particolare in Italia, che la politica entri in una fase di non autosufficienza, ovvero in un periodo nel quale, per svariati motivi interni e/o esterni, non riesca farsi carico del governo del Paese nella sua completezza.
Tali intervalli di tempo possono essere caratterizzati anche da una leadership “zoppicante” o da una scarsa attitudine ad affrontare i problemi più pregnanti.
Spesso, in questi momenti, altre figure para-politiche assumono ruoli pubblici di rilievo e guidano l’esecutivo verso traguardi di breve e medio periodo, talvolta solo traghettando la politica verso tempi migliori e più stabili, talaltra prendendosi carico della soluzione di specifici problemi verso i quali la politica tradizionale non dimostra autonomia o la necessaria determinazione nell’assumere posizioni e decisioni complesse, sia per la loro natura, sia per le conseguenze che tali decisioni comportano.
Tra le figure para-politiche, alcune sono cicliche e già sperimentate, come i movimenti di base e gli economisti, altre sono più nuove, come gli scienziati.
Su tutti questi attori transitori della politica vengono spesso riversate attese spropositate da parte dell’opinione pubblica, un po’ per la sensazione di novità che generano, un po’ per le competenze che si ritiene portino con sé, ma qualche volta anche perché il loro ruolo viene erroneamente valutato o addirittura sopravvalutato.
Delle tre categorie citate, dirò in breve di quelle più note (movimento di base ed economista) e spenderò qualche riga in più per la novità di questo triste periodo caratterizzato dall’epidemia da COVID-19: lo scienziato.
Il movimento di base.
L’Italia ha conosciuto “movimenti” di ogni tipo ed estrazione. Di questi alcuni sono vere e proprie meteore, capaci di incidere solo nel dibattito e nella provocazione, ma destinati a scomparire nel brevissimo periodo o a rimanere marginali, isolati e ininfluenti nella scena politica nazionale. Altri movimenti hanno invece una storia più lunga e talvolta riescono a condizionare anche in modo sostanziale i fatti salienti della politica.
Per questi ultimi, a mio parere e con le necessarie specificità, vale sempre l’analisi già svolta per un famoso movimento di base, “nato teorico e popolare”, a cui “corrispose nella politica pratica un’ulteriore trasformazione (…) che da rivoltoso era diventato parlamentare, da parlamentare del “tutto o nulla” e della perpetua negazione divenne a poco a poco collaboratore con gli altri partiti ed evoluzionistico e riformistico: cioè sviluppò i motivi liberali della tradizione italiana”. Così scrisse Benedetto Croce del movimento socialista della fine del milleottocento (“Storia d’Italia dal 1871 al 1915”, 1927).
L’economista.
Altra figura tradizionale del “salvataggio” politico italiano è l’economista prestato alla politica, ovvero il tecnico.
In genere questa tipologia viene utilizzata in situazioni particolarmente critiche ed è caratterizzata da interventi di politica mirati, qualche volta strutturali (riforme) e altre volte emergenziali (manovre specifiche), e tempi ridotti di permanenza al potere. Il consenso parlamentare è ampio, per ovvie ragioni, visto il carattere di supplenza dell’incarico, come a primo acchito pare essere anche il consenso popolare. In verità però, quando questi tecnici provano a intraprendere una vera carriera politica dopo la fase emergenziale, i risultati elettorali sono spesso modestissimi.
Molto è stato scritto sul ruolo degli economisti in politica e non credo utile dilungarmi in questa discussione, ferma la convinzione sulla fondatezza del celebre motto secondo il quale il Politico non potrà mai risolversi nell’Economico. A supporto, sposo quanto recentemente ribadito in relazione ai tempi moderni, ovvero che “il primato dell’Economico, nelle forme che ha assunto in quest’epoca, ha bisogno di affiancare al (lavoro) scientifico il lavoro ‘spirituale’ del Politico, la costruzione di un’autorità politica, la quale (…) sappia ottenere dalla moltitudine degli individui il riconoscimento della coerenza del proprio comando con l’istanza inalienabile di libertà che agita ciascuno.” (Massimo Cacciari, “Il lavoro dello spirito”, 2020)
Lo scienziato.
Arriviamo così alla new entry della scena politica italiana: lo scienziato, il quale, a causa della nota epidemia di quest’anno, ha assunto un ruolo mediatico e un’influenza politica forse mai vista prima nella storia dell’uomo.
Quando una persona viene presentata in qualità di scienziato, la platea assume la propensione a ricevere informazioni identificate automaticamente come verità: lo scienziato sa.
Ma la scienza è davvero il contenitore della verità, o meglio, lo scopo della scienza è davvero quello di produrre verità?
Da un punto di vista metodologico, la scienza non ha lo scopo di produrre verità. Ha bensì lo scopo di dimostrare teorie. E su questo dettaglio si consuma un clamoroso fraintendimento.
Semplificando un po’, per la logica, materia che supporta il metodo scientifico e ne delinea modalità e contenuti di verità, quella che a tutti noi è nota come dimostrazione assume il nome di implicazione. Si dice che A implica B intendendo che data A, l’ipotesi, logicamente si dimostra B, la tesi. Questo è scienza.
Sempre da un punto di vista logico (formale) bisogna precisare che l’implicazione restituisce un contenuto di verità in tutti i casi, tranne in uno, ovvero quello in cui A sia vero e B falso. In altre parole, da una ipotesi vera non è possibile logicamente dimostrare una tesi falsa. E questo naturalmente è un bene. Ma la cosa spesso ignorata è che da un’ipotesi falsa si può dedurre qualsiasi cosa, o meglio si possono logicamente ricavare una tesi vera o una falsa. In altre parole partendo da ipotesi errate (o incomplete) col metodo scientifico si possono dimostrare tesi vere o false, mantenendo lo stesso contenuto di verità, ossia di correttezza formale.
Questa “stranezza”, in realtà nota da millenni, non deve sorprendere. La scienza ha sempre prodotto tesi e paradigmi, alcune volte sbagliati, proprio perché partivano da ipotesi errate o incomplete. Questo è uno dei motivi per cui la conoscenza scientifica spesso evolve anche per cambiamenti radicali, come ha ben descritto Thomas Kuhn nel suo “Struttura delle rivoluzioni scientifiche” (1962). In altre parole, in un determinato momento e con determinate conoscenze, le ipotesi di sistema, la scienza dimostra specifiche teorie, che diventano a loro volta conoscenza e nuove ipotesi per successive teorie: questo è il paradigma scientifico del tempo. Tale paradigma e le teorie in esso contenute possono essere cancellati e superati da nuove tesi dimostrate vere sulla base di nuove assunzioni e informazioni.
Riassumendo, potremmo sostenere che la scienza, nel suo funzionamento, tenta di descrivere il comportamento del mondo partendo da ipotesi e da conoscenze precedenti, cercando di formulare teorie per spiegare i meccanismi che lo regolano, ricostruendone il passato e talvolta elaborando ipotesi sul suo futuro. In altri termini ancora, utilizzando le parole di Jakob von Uexkull, diremo meglio che “la dottrina (della scienza) è composta da teoremi che contengono un’asserzione univoca sulla natura. La forma di questi teoremi suscita spesso l’impressione che essi si fondino sull’autorità della stessa natura. Questo è però un errore, poiché la natura non impartisce alcuna dottrina, ma mostra solo variazioni nei suoi fenomeni”, mentre “l’unica autorità alla quale un teorema può fare affidamento (è) lo scienziato che ha dato (…) una risposta alla sua propria questione” (“Biologia teoretica”, 1920).
Ecco quindi chiarita la differenza tra scienza e verità, ma soprattutto ecco spiegato perché uno scienziato degno di questo nome non dirà mai “eccovi la verità” o cose simili, mentre permetterà ad ogni dichiarazione frasi del tipo: “secondo questa teoria”, “per quello che possiamo dedurre da questi esperimenti” o “per quanto ne sappiamo oggi”.
Lo scienziato ipotizza, elabora teorie e cerca di dimostrarle.
Il politico.
Ed infine arriviamo alla presentazione al pubblico del politico. Nell’immaginario dei presenti il politico si occupa del potere. Gestisce, amministra e detiene la facoltà di decidere e ordinare: il politico può.
Ma la politica è davvero l’essenza del potere? O meglio, il fondamento della politica è davvero quello di gestire il potere?
Circa il potere in sé è noto che gli uomini ne hanno discusso a lungo incontrando non poche difficoltà per districarsi nel delicato equilibrio che oscilla tra l’idea del potere come espressione di libertà e l’idea di potere come espressione di sopraffazione. Personalmente sono molto vicino a quanto scritto da Byung-Chul Han circa il ruolo della mediazione nella gestione del potere, nel senso che “la carenza di mediazione produce costrizioni”, mentre “quando la mediazione è ai massimi, il potere e la libertà combaciano” e “in questo caso il potere è più stabile” (“Che cos’è il potere”, 2005). Rimane probabilmente molto vero che “là dove nessuno parla del potere esso è indubbiamente presente (…). Dove invece il potere è oggetto di discussione, comincia il suo declino” (Ulrich Beck, “Potere e contropotere nell’età globale”, 2010).
In ogni caso ritengo che il problema di fondo sia quello di distinguere il fine dal mezzo. In altre parole, pare evidente che la politica utilizzi il potere, o almeno alcuni dei poteri necessari alla gestione della cosa pubblica, ma ciò che conta davvero è il fine al quale la politica deve tendere. Scriveva Aristotele che il lavoro più bello è quello di costruire la felicità della collettività, ed è questo l’oggetto della politica: “infatti, ci si può, sì, contentare anche del bene di un solo individuo, ma è più bello e più divino il bene di un popolo, cioè di intere città” (“Etica Nicomachea”, IV sec. A.C.).
Molti secoli dopo fu una lucida lezione di Max Weber a sintetizzare il rapporto tra il potere e la responsabilità del politico. Infatti, quando la politica diventa professione il politico verrà schiacciato tra la sensazione del potere, e dunque il rischio di cadere nella vanità e dell’egocentrismo, e la necessità della responsabilità, e dunque l’assunzione su di sé dei risvolti positivi e soprattutto di quelli negativi del suo operare, senza indulgere in scuse e senza incolpare altri delle conseguenze del suo agire (“La politica come professione – Politik als Beruf”, 1919).
Così dunque i grandi del pensiero. In buona sostanza, nell’azione politica non va perso il senso della responsabilità verso il fine, ovvero il bene comune, e soprattutto va evitato il pericolo di cadere nel culto del mezzo, ovvero del potere, eleggendolo a scopo dell’azione politica. Il politico fa, il politico decide, e Il suo operare sulle leve del potere è il mezzo per raggiungere lo scopo più alto: il bene della moltitudine.
La chimera.
Arrivati a questo punto, c’è da chiedersi quale sia allora la chimera che sta nascendo intorno al mondo della decisione politica; quale sia, in altre parole, la figura (o le figure…) che si sta innestando sul corpo del politico per produrre un nuovo mostro mitologico cui affidare le decisioni sostanziali. C’è da chiedersi anche se il politico rimanga ancora il decisore di ultima istanza e soprattutto se il sistema dell’informazione, che permea la nostra società in ogni angolo della genesi dell’opinione pubblica, consenta alla nostra classe politica di sopravvivere quale decisore.
Se, come abbiamo visto, i movimenti politici hanno una vita breve ovvero un percorso di istituzionalizzazione che li fa sparire nel breve o in alternativa li rende Politico in poco tempo, non è nella loro presenza che possiamo trovare una spiegazione alla nascita della chimera. I movimenti distolgono l’attenzione della massa. Possono fornire motivo di dis-trazione sull’opinione pubblica o viceversa solo una genesi di nuove formazioni politiche destinate a divenire connaturate al potere costituito. Ma la caratteristica dei movimenti, che li rende non trascurabili, è l’elevato numero di persone che li sostengono, cosicché essi devono essere necessariamente “gestiti”, possibilmente proprio rendendoli organici al sistema. Nell’accogliere i movimenti e farli parte del tutto, il potere tace di sé stesso, il che, tornando a Beck, è un ottimo indizio per sostenere che il potere stesso goda di ottima salute. E sia ben chiaro, il potere di cui si parla ora non è quello espresso dalle poche marionette regalate al pubblico ludibrio, ma quello di un sistema pachidermico e sottostante alla cosa pubblica, gestore silenzioso e onnipresente. Da questo punto di vista, i movimenti altro non sono che un elemento di colore nella scena politica pubblica, cioè quella di dominio pubblico.
Differente è il contesto dell’economista. Tale figura non muove folle, non anima la moltitudine e spesso non appare per moto proprio ma su esplicita chiamata. Acquisisce visibilità perché invocato dal potere per assumersi il peso di decisione scomode e solo per questa causa viene osannato come salvatore della Patria. Con la stessa velocità viene relegato a un ruolo marginale, spesso bollato per l’eccessivo pessimismo se non addirittura etichettato come vera Cassandra del futuro politico nazionale.
A questo punto, la chimera risulta sì composta da più animali pubblico-politici, ma, di questi, due sono marginali: il movimento e l’economista. Rimangono il politico e lo scienziato. Queste sono le due teste che governano il corpo del mostro dei nostri giorni.
Le due figure si contendono il primato della visibilità e il potere di influenzare le decisioni e di determinare gli equilibri. Il tutto, naturalmente, innestato nelle dinamiche dell’eterna lotta per la sopravvivenza, sia personale che di categoria.
Sulla visibilità personale, il tema di Weber risulta quanto mai attuale e trasversale: la vanità e l’egocentrismo sono la trappola sempre pronta a scattare. È noto inoltre che nei momenti di crisi il popolo è molto più ricettivo; che la storia verrà scritta sempre dal vincitore (anche se la vittoria sarà solo modesta o addirittura simbolica e se i meriti sarebbero da ricercare altrove) e che in guerra, questa la metafora oggi di tendenza, il condottiero acquisisce straordinaria visibilità, di fatto equivalente a un credito (elettorale?) facilmente esigibile nell’immediato futuro.
Circa le categorie, invece, il politico vede semplicemente opacizzata la sua visibilità, ben consapevole che negli storici corsi e ricorsi a breve tornerà in auge. Altro è per la straordinaria opportunità dello scienziato in cerca di occasioni. La visibilità è a portata di mano, la possibilità di risultare determinante è insita nella natura del problema corrente e l’ignoranza del popolo aiuta a mantenere un’aurea di incontestabile superiorità culturale specifica.
Ma come dovrebbe decidere una chimera la cui anatomia corrisponde a quella descritta, dove due teste, lo scienziato e il politico, decidono su un corpo nel quale convivono anche il movimento e l’economista?
Sottolinea ancora Massimo Cacciari, sempre parlando di Weber, che “se non si vuole cedere alle sirene della reazione, da un lato, o ai cantori della rivoluzione, dall’altro, (…) è necessario tenere ferma (…) la distinzione: sul dramma della decisione politica lo scienziato deve saper tacere (…); il politico non può, invece, non entrare nell’agone ed essere pronto a subire tutte le conseguenze della sua scelta” (“Il lavoro dello spirito”, 2020).
La chimera, come abbiamo visto, non possiede la verità assoluta (lo scienziato) e non gestisce il potere fine a sé stesso (il politico). La chimera, sulla base delle informazioni in suo possesso, deve individuare la migliore strategia per raggiungere la massima felicità delle persone, felicità che (spesso) non coincide con la mera applicazione di una teoria scientifica, per quanto logicamente dimostrata, né tanto meno con la realizzazione di fini personali di potere o peggio ancora di narcisismo. La chimera decide e si assume la responsabilità della scelta, cosicché le conseguenze non potranno mai ricadere sulle teorie scientifiche, sui tecnici che le hanno elaborate o sul contesto del momento.
La felicità è un oggetto complesso e, quando bisogna decidere non per la propria ma per quella di una collettività, la responsabilità è grande, indubbiamente lontana dalla sola logica, e certamente distantissima dai personalismi.
La chimera è composta da molte teste e da molte membra ma, nei momenti delle scelte importanti, una sola testa comanda il corpo e si assume le responsabilità. Tutti gli altri, dopo aver dato il loro contributo, tacciono e si ritirano a vita privata.