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Quando Basaglia arrivò a Gorizia

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di Alessandro Saullo del 30/7/2020

Franco Basaglia è stato un grande riformatore della salute mentale, in Italia e non solo. Al di là del fondamentale contributo per la storia della psichiatria, il suo lavoro è parte di quell’ampio movimento per i diritti civili che si è affermato in Italia e nel mondo nel corso degli anni ’60 e ‘70. I quaranta anni dalla sua scomparsa, risalente all’agosto del 1980, sono l’occasione per proporre una riflessione storica e culturale su quei giorni, quei luoghi, quelle idee. A partire dal passaggio da Padova a Gorizia, nel 1961.

Arrivi imprevisti

Gorizia, a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, aveva l’aspetto di una provincia piccola, periferica e ancora turbata dalla guerra e dalla definitiva spartizione territoriale, retta da un monocolore democristiano appena “sporcato” dal primo ingresso dei socialdemocratici nel governo, appariva come una realtà conservatrice e perlopiù confinata nel ruolo di frontiera con l’Europa dell’Est.

L’ospedale psichiatrico provinciale ben rappresentava questa realtà complicata: ospitava all’epoca circa 600 internati, per la gran parte di lingua slovena, molti provenienti da luoghi originari ormai localizzati in Jugoslavia, che si trovano nel manicomio italiano a seguito degli accordi di pace del dopoguerra. La struttura era gestita da un minuscolo manipolo di medici, per la metà provenienti da altre specialità; si era in altri tempi in cui la psichiatria e la neurologia erano ancora gemelle siamesi (la separazione delle due scuole di specialità sarebbe avvenuta nel 1965), ma non era raro trovare, negli ospedali psichiatrici, persino dermatologi, dentisti o specialisti di altro genere che si affannavano nell’attività, in larga parte custodiale e ben poco psico-relazionale, che rappresentava la pratica principale dei manicomi novecenteschi. A questo si aggiungevano le pseudo-tecniche in vigore all’epoca: l’elettroshock di paternità italiana (l’aveva introdotto Cerletti durante il periodo fascista) e i vari tipi di shock insulinico o chimico; la lobotomia era praticata raramente e gli Psicofarmaci muovevano invece i primissimi prudenti passi.

La contenzione era anch’essa una pratica diffusa (e con alcune lodevoli eccezioni lo è ancora purtroppo). Con questa parola intendiamo banalmente descrivere la pratica di legare le persone, ai letti, agli alberi, persino rinchiuderle in vere e proprie gabbie. Nei manicomi la contenzione era così estesa talvolta da giustificare la presenza di letti dotati di un foro per le deiezioni, a significare la permanenza prolungata della persona, in condizioni di segregazione, a letto.

La direzione dell’ospedale psichiatrico, infine, seguiva la biografia del territorio. Il direttore, il dottor Antonio Canor, proveniva dall’Istria, rientrato poi da esule a Gorizia nel 1947, dopo aver diretto per anni il manicomio di Pola.

In questo quadretto l’arrivo di Basaglia a Gorizia, proveniente dall’università di Padova, e tutto quello che ne sarebbe venuto dopo, sembrava ed era del tutto imprevedibile.

L’Università entrava poco nelle dinamiche dei manicomi e Basaglia, veneziano di buona famiglia, amante della filosofia (sartriana) e colto psicopatologo, in manicomio non c’era stato mai.

Gli psichiatri della cerchia accademica, infatti, lavoravano nelle cliniche universitarie e non si mescolavano a quelli, più sfortunati, all’opera nelle fortezze custodiali, ricolme di derelitti ed emarginati ma, in quel lontano 1961, due eventi separati dovevano coincidere per permettere a Gorizia di salire alla ribalta internazionale, come città del cambiamento possibile.

Il primo fu la decisione di Basaglia di lasciare l’Università. Una decisione maturata per molte ragioni, probabilmente alcune più idealiste, altre banalmente materiali. La strada per una carriera universitaria, che non fosse solamente precaria, sembrava infatti sbarrata o comunque destinata ad essere sempre più un percorso ad ostacoli, tra gli interessi dei baroni padovani e le ambizioni filosofiche di quel giovane psichiatra, nemmeno quarantenne, che da parte sua cominciava a sentire su di sé l’irrequietezza di quella che avrebbe più tardi battezzato come “sindrome universitaria”, che lo stava conducendo a sentire la propria realtà compressa nella sola ricerca di una possibilità di carriera.

“Ad un certo punto non ne potevo più ed ho fatto il concorso per l’ospedale psichiatrico” scrisse alcuni anni dopo ricordando quella decisione del 1961.

Il secondo evento, meno intimo e più tragico, riguardava invece direttamente la realtà di Gorizia, colpita da una improvvisa perdita. Il 30 marzo 1961 un tragico incidente d’auto aveva infatti posto fine alla vita del dottor Canor e alla sua ultradecennale direzione del nosocomio Goriziano. “Xe morto Canor in un incidente” aveva scritto Basaglia ad un suo allievo, in una lettera che anticipava il suo interesse per la direzione di Gorizia, dove sarebbe arrivato, per la prima volta il 16 novembre 1961.

Un memorabile primo giorno

L’arrivo di Basaglia a Gorizia non era circondato di attese, come sarebbe poi accaduto dieci anni dopo, quando si sarebbe trattato di iniziare a lavorare a Trieste. Nel 1961 il direttore veneziano era un insigne sconosciuto che lasciava la carriera universitaria per un ripiego appena accettabile, in un manicomio di periferia. Nessuno avrebbe immaginato che quel piccolo ospedale sarebbe diventato in pochi anni il luogo psichiatrico più famoso d’Italia e d’Europa, tanto da meritare la famosa raccomandazione di Sartre (“Se volete  vedere una realtà dove si elabora un sapere pratico, andate a Gorizia“), eppure già nei racconti dell’arrivo e della prima giornata di Basaglia a Gorizia si può ritrovare l’intimo ed il politico assieme.

La vicenda personale intreccia una parte non sempre conosciuta della storia di Franco Basaglia: Franco fin dal liceo era stato un antifascista e fu arrestato, nel dicembre del 1944, mentre aumentavano le attività dei partigiani in città e la repressione si faceva più dura. Trascorse sei mesi di detenzione nel carcere di Santa Maria Maggiore, a Venezia, un periodo di cui parlò sempre molto poco e non scrisse quasi mai, ma che fu un periodo di grande formazione personale e morale. Nel 1979 (nelle Conferenze brasiliane) avrà modo infatti di ricordare che la sensazione provata all’ingresso nel carcere da antifascista, l’odore di morte che vi abitava, era la stessa provata all’ingresso del manicomio, a Gorizia, in quel novembre del 1961 “Non c’era l’odore di merda, ma c’era come un odore simbolico di merda. Ho avuto la certezza che quella era un’istituzione completamente assurda, che serviva solo allo psichiatra che ci lavorava per avere lo stipendio a fine mese“

La seconda storia invece mostra che al sussulto intimo dovette accompagnarsi una immediata azione politica, minuscola quanto devastante nel grande valore simbolico che ebbe.

Era costume che il direttore controfirmasse le contenzioni operate da infermieri e addetti durante la notte precedente, in modo che le stesse, prima delegate in bianco, fossero validate dall’autorità suprema del manicomio. L’ispettore capo (solo il nome dato al coordinatore degli infermieri psichiatrici riporta alla mente la forma custodiale del manicomio) si avvicinò con il registro spiegando la necessità della firma per sentirsi rispondere con uno storico e simbolico “E mi no firmo!”. Da quel diniego inaspettato sarebbe iniziata una storia di cambiamenti radicali nel modo di praticare la psichiatria, fino a rendere Gorizia un enorme esperimento di libertà, diritti e pratiche.

Ecco il vantaggio di trovarsi a Gorizia, nell’estrema periferia del mondo occidentale. Che qui la potenza di quel diniego si apriva in un mondo di possibilità prima non date nel mondo universitario padovano.

L’esperienza di Basaglia a Gorizia iniziava così il 16 novembre del 1961, e sarebbe proseguita tra sperimentazioni, tentativi, difficoltà e svolte, fino alla pubblicazione de “L’Istituzione Negata” in una Gorizia resa famosa dai servizi televisivi della RAI, dalle parole di Sartre, dai titoli dei giornali.

In quel primo giorno c’era senza dubbio poco delle elaborazioni teoriche e delle rivoluzioni pratiche che faranno dell’esperienza basagliana un riferimento mondiale, a Gorizia e poi a Trieste, ma c’era lo sguardo di un uomo antifascista che guardando l’ingiustizia del mondo afferma il coraggio del cambiamento e la responsabilità di praticarlo. Perché “non è vero che lo psichiatra ha due possibilità, una come cittadino e l’altra come psichiatra. Ne ha una sola: come uomo“.

Anche oggi, pare una cosa da ricordare.

Note conclusive:

Qui una minima bibliografia per approfondire le cose raccontate in queste poche righe:

  • Basaglia, F. (2013). L’istituzione negata. Baldini & Castoldi.
  • Basaglia, F. (2005). L’utopia della realtà (Vol. 296). Einaudi.
  • Basaglia, F., Ongaro, F. B., & Giannichedda, M. G. (2000). Conferenze brasiliane. R. Cortina.
  • Colucci, M., & Di Vittorio, P. (2001). Franco Basaglia. Pearson Italia Spa.
  • Foot, J. (2014). La “Repubblica dei matti”: Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978. Feltrinelli Editore.
  • Pivetta, O. (2015). Franco Basaglia il dottore dei matti. Baldini & Castoldi.
  • Slavich, A. (1961). All’ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961

Come chiosa finale a questa piccola bibliografia, un ultimo consiglio: esce in questi giorni un libro in cui alcuni collaboratori di Basaglia degli anni di Gorizia, che sarebbero rimasti dopo la sua partenza, raccontano cosa accadde nell’isontino: del ritorno della vecchia psichiatria manicomiale e della difficile resistenza, dopo la partenza di Franco per gli Stati Uniti prima e poi verso Parma e Trieste. Il Libro ha un titolo suggestivo: “Mi raccomando non sia troppo basagliano” (l’autore è Ernesto Venturini).

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