di Gianfranco Cilurzo del 13/06/2020
L’emergenza da Coronavirus che ci ha costretto a stare a casa e di fatto a bloccare quasi tutte le attività economiche ha reso evidente quanto fragile sia il nostro paese.
Un primo elemento di fragilità è la forbice tra ricchi e poveri che si è allargata negli ultimi decenni.
Il sistema sanitario ha pagato i tagli degli ultimi anni e alcune scelte organizzative sbagliate come in Lombardia, trovandosi in difficoltà in alcuni settori messi più a dura prova nell’emergenza (pochi posti in terapia intensiva, scarsa assistenza sanitaria territoriale).
Una pubblica amministrazione ancora poco attrezzata a gestire una situazione di emergenza simile, con scarse risorse, troppi tagli e un pluriennale blocco del turnover-over. Prima fra tutte la scuola, con edifici e spazi non adatti a gestire una situazione del genere (classi piccole e affollate) e scarsità di mezzi da fornire agli alunni più deboli (computer da dare in comodato agli alunni che ne erano privi) e comunque molto lenta a muoversi e a organizzarsi.
In una simile situazione lo Stato è intervenuto, pur nelle ristrettezze dei nostri conti pubblici, mostrando come l’illusione che si possa delegare tutto al privato sia del tutto fallace.
Da punto visto dell’aiuto alle attività economiche lo Stato doveva mettere a disposizione dei contributi a fondo perduto ben più consistenti e con canali più diretti, così come la cassa integrazione in deroga doveva essere fatta con erogazioni dirette e con versamenti più veloci. Molte risorse però sono state messe a disposizione, altre arriveranno dall’Europa, vanno usate al meglio e, onestamente, non pare lungimirante chi dalle parti di Confindustria pensa solo a ricevere aiuti e tagli fiscali.
Il nostro debito pubblico resta una enorme palla al piede. Era già in una situazione molto difficile oltre il 130% e con questi interventi unitamente alla riduzione del Pil si arriverà ad oltre il 160% e questo pone delle ombre molto dense sul futuro del nostro Paese e soprattutto sulle generazioni più giovani che si troveranno ad affrontare un debito pubblico enorme e con una spesa pubblica in gran parte allocata sulla previdenza e poco sul sociale e sullo sviluppo o sull’incentivazione all’assunzione dei giovani. In una situazione del genere è chiaro ed evidente che non esiste più l’ascensore sociale e ogni possibilità di riscatto sociale rischia di essere preclusa. In ogni caso vanno nella giusta direzione i nuovi fondi reperiti sugli interventi sociali e sanitari, segno che su quel lato si abbandonano le politiche sbagliate degli ultimi anni
È necessario così cambiare il nostro Paese, con uno stato efficiente nell’ordinaria amministrazione come nelle emergenze, attento alle giovani generazioni, come agli strati più deboli della popolazione vogliamo dare un futuro degno di questo nome alle generazioni più giovani. Garantendo, come dice la Costituzione, pari dignità e uguali possibilità di accesso a servizi fondamentali (come la sanità, l’istruzione, la mobilità, la casa), a tutti i cittadini.
Per cambiare questa situazione occorre una vera rivoluzione culturale, che parta dal fisco con una riduzione della pressione fiscale e contributiva sui redditi da lavoro dipendente e autonomo e sull’impresa per aumentare il reddito disponibile alle famiglie e per rendere più competitive le imprese che devono investire ed assumere e, allo stesso tempo, una lotta all’evasione per recuperare gettito a beneficio di tutti e soprattutto dello Stato che deve avere le risorse necessarie a tornare ad investire nelle infrastrutture e nei servizi primari.
Occorre un cambio di politica industriale volta ad incentivare e agevolare aziende che garantiscono investimenti e mantenimento della forza lavoro nel territorio nazionale anche con politiche che agevolino il rientro delle attività produttive precedentemente portate all’estero (reshoring), attraverso interventi coordinati dello Stato e degli enti locali (regione, comuni) che diano esemzioni e agevolazioni fiscali, anche perché sono le aziende stesse a rendersi conto che esternalizzare la produzione oggi (tranne pochi casi) non paga più (troppi alti i costi di logistica e rischi di un blocco dei trasporti dei prodotti e delle materie prime legali ad una nuova chiusura dei confini). L’aiuto l’internazionalizzazione delle imprese va, caso mai, dato sotto forma di aiuti all’espansione della rete commerciale all’estero (presenza alle fiere, agenti. Filiali commerciali) e aiuti volti all’innovazione dei prodotti e al miglioramento della produzione.
L’obiettivo deve essere quello di far si che il valore aggiunto resti il più possibile in Italia e che venga redistribuito sul territorio nazionale.
Lo Stato, ma più in generale la pubblica amministrazione, deve anche sburocratizzarsi con procedure più semplici e trasparenti e deve tornare ad essere centrale per guidare lo sviluppo del Paese e cercare di diminuire le diseguaglianze, anche con politiche ridistributive, che aumenteranno i consumi. Le politiche economiche volte ad incentivare ed a indirizzare gli investimenti verso settori a più alto valore aggiunto, come quelli ambientali, saranno decisive per consentire all’Italia di poter tornare a crescere garantendo pari dignità ad ogni cittadino.