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Le rose di Gorizia

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di Adriano Ossola del 24/5/2020 – Le rose? Confesso il mio amore incondizionato. Non sono un esperto botanico, da profano sono affascinato dalla loro perfezione estetica e questo mi basta. Il fascino che sprigionano su di me, insieme al loro tenue profumo, ha motivazioni ignote a me stesso e si ramifica imperscrutabile nel mio animo come le candide geometrie di un roseto multicolore. Il loro nome evoca magicamente profumi sensuali: “Cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa, anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo”, secondo William Shakespeare in Romeo e Giulietta. Adoro quelle quattro lettere che simboleggiano l’amore immacolato così come la passione più sfrenata e ancora la purezza assoluta: “In forma dunque di candida
rosa/mi si mostrava la milizia santa/che nel suo sangue Cristo fece sposa” (Dante, Paradiso, canto XXXI, riferendosi alle schiere dei beati al cospetto di Dio). Non temo di dire che le ho usate, sfruttate, recapitate in tutte le loro varianti per bassi fini fedifraghi a giovani donne riluttanti: rose bianche solitarie, rose rosse (“quella che è sempre la rosa delle rose”, J. L.
Borges, La Rosa, in Fervore di Buenos Aires), rose gialle comprate sbadatamente da un fioraio o rubate da un nascosto cespuglio casalingo, pur di raggiungere “il giovane fiore platonico/l’ardente e cieca rosa che non canto, la rosa irraggiungibile” (sempre J. L. Borges, op. cit.) L’esito è stato alterno e comunque al di sotto di ogni rosea aspettativa: dal rifiuto sdegnato, all’accettazione diffidente e sospettosa: l’entusiasmo, così doveroso per un fiore dalla bellezza sublime, si è mostrato raramente. Non posso dire che esse mi abbiano mai tradito del tutto: semmai sono io a dovermi vergognare un po’ della sfrontatezza sconsiderata che mi ha indotto a trattarle alla stregua di merce di basso scambio.
E quante volte mi sono sorpreso, in anni passati, ad ammirare la loro fioritura lungo il Corso cittadino, tra un platano e un altro. D’altronde c’è stato un periodo remoto della storia cittadina, una quindicina di anni fa, nella Preistoria, in cui se ne decantava la bellezza imperitura e la si voleva fare assurgere di nuovo a simbolo della rinnovata vocazione turistica (sic!) della città. E come non ricordare le parole di Alice Shalek che, nel tetro silenzio della Grande Guerra, incornicia la città in un sommesso tripudio di rose: “Rose, rose e ancora rose fioriscono a Gorizia. E’ come se vedessi la città per la prima volta. Essa appare nel mio spirito. Così, magari, può sembrare al reduce della guerra la figlia che ha lasciato ancora bambina, mentre, ora, è una signorina che gli viene incontro. La città di Gorizia è in piena fioritura. Rose, migliaia e migliaia di rose sbocciano in città e nei dintorni; e inoltre è il giorno dei fiori nelle strade. Giorno in cui le rose sono portate in giro in graziosi cestini, da graziosissime fanciulle, non meno radiose delle rose che offrono. (…) Oggi la strada sembra immersa in un sonno di rose”. (Isonzofront).
Ancora, a Gorizia, abbiamo sfruttato la magia del suo nome per esaltare la fragranza di un radicchio croccante e un po’ amaro: la rosa di Gorizia, usata ora dagli chef più rinomati del Bel Paese. Ma soprattutto per almeno un decennio, ho aspettato con ansia il momento in cui, attorno alla cosiddetta Fontana del Gyulai al centro dei Giardini Pubblici fiorivano, come in una canzone di Fabrizio De Andrè, le rose, le rose di Gorizia. Oh roselline, roselline rosse! Quello era anche il momento che precedeva lo svolgersi di èStoria e forse sarò perdonato se allaccio con presunzione lo sbocciare di uel magnifico anello di rose alla creazione annuale di una manifestazione culturale che spero abbia avuto fino ad ora – penso ad un’era ante Covid,
ça va san dire – una sua grazia floreale.
Ma il punto – dovrei dire la spina – è un altro: da qualche anno quelle rose non ci sono più. Sono scomparse, falciate, estirpate nel silenzio di una opinione pubblica che sembra accettare qualsiasi forma di deperimento della dignità cittadina. Qualcuno mi dirà mai chi, come e quando ha perpetrato un simile delitto? Vi prego, ditemelo in privato, ma ditemelo. Rose di Gorizia, nel dignitoso silenzio “di ogni giardino e di ogni sera” (per l’ultima volta, lo giuro, il grande argentino), venitemi a sussurrare il colpevole, che senza di voi, senza di noi non avrà mai nome. Sub rosa dicta velata est.

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