di Chiara Volpato da ItalianiEuropei del 20/5/2020 – La fase iniziale di un’emergenza come quella provocata dal Coronavirus è la più difficile dal punto di vista delle urgenze da affrontare, ma è anche, paradossalmente, la più semplice dal punto di vista sociale. Perché in questa fase un gruppo, guidato dalla percezione di essere unito da un destino comune, ritrova coesione e si mette all’opera per fronteggiare l’emergenza, accantonando divisioni e conflitti; in tale fase aumentano i sentimenti di empatia per i concittadini più esposti, uniti alla fierezza per saper reagire alla drammaticità del presente. Il difficile viene dopo. Le fasi successive sono quelle in cui dilagano ansie e angosce, non più tenute a bada dall’immediatezza delle cose da fare, domina l’incertezza e riaffiorano divisioni e conflitti.
Questi sono i rischi che il nostro paese deve affrontare, rischi acuiti dal fatto che le misure necessarie a limitare i contagi, prima tra tutte quella del cosiddetto “distanziamento sociale”, intaccano in modo profondo e inusuale la quotidianità dei legami sociali e che non è possibile stimare con ragionevole certezza il tempo in cui tali misure dovranno restare in vigore.
Come sappiamo, uomini e donne sono esseri intrinsecamente sociali, per i quali i processi di comunicazione e relazione sono aspetti costitutivi e cruciali. Già negli anni Trenta del secolo scorso George Herbert Mead, un pensatore a cui dobbiamo riflessioni imprescindibili sulla costruzione sociale del sé, sosteneva che la mente nasce nella comunicazione sociale da “una conversazione di gesti”.1 Mead intendeva così sottolineare l’importanza dell’interazione nello sviluppo dell’individuo e del gruppo, sviluppo basato sulla capacità di assumere la prospettiva altrui e sulla coordinazione tra prospettive diverse. La comunicazione umana è formata da aspetti verbali e non verbali. I segnali comunicati dal corpo attraverso lo sguardo, l’espressione facciale, il tocco, i movimenti del capo, le posture, i gesti concorrono a raggiungere, in armonia con i segnali verbali, il livello di vicinanza psicologica desiderata nei singoli incontri sociali, distanza che viene costantemente negoziata in modo dinamico dagli attori dell’interazione. Tale distanza viene regolata da fattori culturali e dal contesto situazionale, e può essere intima, interpersonale, sociale, pubblica. Le informazioni di tipo sensoriale – vista, udito, olfatto, percezione tattile – intervengono in modi e gradi diversi nella gestione dello spazio sociale, identificando quella che di volta in volta viene considerata la prossimità ottimale. Particolarmente significativo è il fatto che la congruenza di stati mentali si riflette nella congruenza comportamentale delle persone che interagiscono; il rispecchiamento delle posizioni reciproche, l’eco posturale, la sincronia dei movimenti danno luogo a sintonie e condivisioni, fenomeni cruciali per determinare la qualità e il valore dei rapporti interpersonali. Le relazioni sociali ed emozionali sono quindi strettamente connesse ad aspetti fisici dell’interazione umana, solitamente senza che gli attori sociali ne siano consapevoli.2
Ora, il distanziamento sociale imposto dalla necessità di contrastare la pandemia di Coronavirus interferisce profondamente con i modi e i tempi con i quali siamo soliti strutturare le relazioni con chi ci sta vicino e con chi incontriamo, sia che si tratti di un incontro breve e casuale, sia che si tratti di un incontro di lavoro o amicale. Il rischio più serio che corriamo è che il distanziamento e il “mascheramento” sociali imposti dall’emergenza interferiscano con le nostre modalità relazionali, impedendoci di trovare la distanza o la vicinanza ottimale e accrescano il senso di isolamento, solitudine, disconnessione sociale, soprattutto per le persone più fragili.
Venticinque anni fa, due psicologi sociali, Roy Baumeister e Mark Leary, in un articolo divenuto un caposaldo della ricerca psicosociale,3 hanno formulato l’ipotesi dell’appartenenza, teorizzando che gli esseri umani hanno il bisogno di vivere relazioni interpersonali significative, durature e positive, che vengono soddisfatte attraverso criteri quantitativi, che sottolineano l’importanza della loro molteplicità e frequenza, e criteri qualitativi, che sottolineano invece il bisogno di interazioni durevoli e positive. Il bisogno di appartenenza è un bisogno fondamentale, non deriva cioè da altri bisogni, la cui mancata soddisfazione produce conseguenze gravi, che coinvolgono il benessere, la salute e la stessa aspettativa di vita delle persone. Esso è anche un bisogno universale, come dimostrano le ricerche antropologiche, che porta alla formazione dei gruppi sociali, indispensabili per la sopravvivenza stessa dell’umanità. Quando il bisogno di appartenenza, per motivi diversi, non è soddisfatto, l’individuo si sente socialmente escluso; tale sentimento ha un impatto psicologico immediato, legato a emozioni negative, quali tristezza, ansia, rabbia, e può provocare una forma di dolore – il dolore sociale – che deriva appunto dalla percezione di una distanza psicologica, effettiva o potenziale, dagli altri, e può essere altrettanto devastante del dolore fisico. In un’opera fondativa della scienza psicologica, “Principi di psicologia”, William James insegnava che noi viviamo grazie allo sguardo altrui; senza di esso la nostra stessa esistenza perde di significato, come emerge da un romanzo indimenticabile, “L’uomo invisibile”, di Ralph Ellison.4 Quando diventa cronica, l’esclusione sociale produce stati di rassegnazione e passività, sentimenti di alienazione, sintomi depressivi, senso di impotenza, mancanza di speranza, che, come accennato, influiscono sulla stessa speranza di vita.
Il rischio, in tempi di Coronavirus, è che molte persone esperiscano stati di esclusione sociale come quelli descritti. Pensiamo ai tanti anziani soli e ai tanti bambini e adolescenti che si troveranno a vivere lunghe ore di solitudine, perché le assenze per lavoro dei genitori non saranno più riempite dalla frequenza scolastica o dalla presenza di nonni e altre figure significative. Come reagiranno? Gli studiosi che si occupano del fenomeno ci dicono che potranno ricorrere a strategie disfunzionali, come il rimuginio, l’aggressività, l’abuso di alcol e droghe, la technological addition, o a strategie funzionali quali l’accettazione della situazione, la ricerca di nuove connessioni sociali, il tentativo di riallacciare legami allentati, la reinterpretazione delle emozioni negative, il ricordo di legami esistenti.
Come sappiamo, nei mesi di reclusione da Coronavirus, le tecnologie digitali sono fondamentali per colmare il nostro bisogno di connessione nei modi più diversi, soprattutto attraverso la simulazione di interazioni faccia a faccia. Si tratta di un ottimo esempio di quell’uso compensatorio di internet, teorizzato da alcuni studiosi, secondo i quali, in particolari momenti e situazioni, la rete è preziosa nel mantenere e preservare le relazioni affettive. In questi casi l’uso di internet costituisce un comportamento adattivo, motivato da un bisogno profondo, che non può essere soddisfatto in altri modi. L’utilizzo di internet, però, anche l’utilizzo “necessitato” come quello del periodo presente, non è scevro da problemi e limiti, sui quali si è soffermata la letteratura psicosociale. In primis, l’iperconnessione e il sovrautilizzo delle tecnologie provocano effetti negativi sul benessere psico-fisico delle persone, sulle loro prestazioni e sulle relazioni affettive e sociali. Varie indagini hanno, ad esempio, posto in luce che il benessere psicologico degli adolescenti diminuisce mano a mano che aumenta il tempo passato davanti allo schermo.5
Un secondo rischio è che il sovrautilizzo di internet provochi un’abitudine a cui sarà difficile, in alcuni casi impossibile, sottrarsi anche dopo la fine dell’emergenza. Le interazioni online sono cognitivamente meno faticose delle interazioni in presenza perché non necessitano dello stesso livello di autocontrollo e non generano la stessa ansia sociale. Per questo possono facilmente creare dipendenza. Soprattutto le persone con scarse capacità d’interazione e debole capitale sociale rischieranno di continuare a utilizzarle in modo compulsivo anche quando il loro impiego non sarà più strettamente necessario. Un discorso particolare andrebbe fatto per il fenomeno degli hikikomori – i ragazzi che si ritirano dalla vita sociale, auto-isolandosi – il cui numero, purtroppo già consistente nella popolazione giovanile italiana, rischia di aumentare in concomitanza con l’attuale periodo di reclusione.
In terzo luogo, la necessità di ricorrere alla rete può provocare l’emergere negli individui più fragili, per motivi personali o socioeconomici, del timore di essere tagliati fuori dal flusso comunicativo interpersonale e di gruppo, di essere esclusi dalle connessioni affettive, di perdere qualcosa di fondamentale. Si pensi a quei bambini e adolescenti che sperimentano oggi sulla propria pelle l’esclusione dalle reti scolastiche e amicali perché la famiglia non è in grado di mettere loro a disposizione uno strumento con cui connettersi online. A differenza delle epidemie del passato, che hanno storicamente avuto un effetto di contrazione delle diseguaglianze, come illustrato dal bel libro dello storico Walter Scheidel, “La grande livellatrice”,6 l’attuale pandemia sta accentuando le disparità sia all’interno dei paesi sia tra i paesi. I primi dati a disposizione indicano che contagi e mortalità sono più elevati tra le fasce meno favorite della popolazione, come saranno più elevati, sempre per le stesse fasce, i tassi di disoccupazione dovuti alla depressione economica a cui stiamo andando incontro.
A questi fenomeni, sperimentati da anziani e adulti, si accompagna – ed è forse la cosa più gravida di conseguenze per il futuro del paese e per la sua stessa tenuta democratica, anche se non sembra interessare particolarmente le forze politiche – il fenomeno dell’accentuazione della diseguaglianza culturale e formativa tra bambini, adolescenti, giovani. Una recente indagine ha analizzato gli effetti delle interruzioni dell’attività scolastica in alcuni Stati americani, dovute all’epidemia di poliomelite del 1916, trovando che tali interruzioni hanno aumentato il tasso di abbandono scolastico degli allievi in età lavorativa e determinato un abbassamento generale dei livelli formativi, significativo anche a distanza di anni.7 Gli attuali tentativi di far fronte alla chiusura delle scuole attraverso l’insegnamento a distanza, meritori e importanti, sono estremamente diversificati a seconda delle Regioni, delle città, degli stessi quartieri. Stiamo assistendo a un feroce aumento delle diseguaglianze tra chi ha una famiglia in grado di supplire all’assenza scolastica e chi è abbandonato a se stesso, tra chi frequenta una scuola che eroga l’insegnamento online e chi frequenta scuole meno avvantaggiate, tra chi ha a disposizione i mezzi per connettersi e chi tali mezzi non possiede, tra chi abita in zone con collegamenti stabili e chi risiede in zone poco fornite. Queste disparità non fanno che rafforzare le diseguaglianze già esistenti per le quali nel nostro paese i laureati sono in gran parte figli di laureati e coloro che sono i primi della famiglia a frequentare l’università devono affrontare difficoltà particolari.8
La sfida maggiore che la nostra società ha di fronte in questo periodo difficile è quella di mantenere la fiducia e la coesione sociale sperimentate nella prima fase. Se le persone si sentiranno sole o escluse, se percepiranno l’allentamento o la perdita dei legami sociali – sentimenti destinati a durare anche dopo l’allentamento delle restrizioni della prima fase dato che alcuni vincoli alla socialità consueta diverranno permanenti – potranno reagire con ansia, angoscia, incertezza, paura di perdere il controllo sulla propria esistenza, e questi stati negativi potranno facilmente trasformarsi in rabbia, disperazione, tendenza a cercare facili capri espiatori. Nei giorni iniziali della pandemia sono emersi alcuni segnali in questo senso; si pensi agli episodi di pregiudizio e discriminazione contro persone cinesi, verificatisi in Italia, come in altri paesi; i cinesi sono stati, in casi per fortuna isolati, trattati come “untori”, divenendo oggetto di processi di biologizzazione, una particolare forma di deumanizzazione, che fa percepire l’altro come un contagio, un virus, una peste. Nella fase successiva, la discriminazione verso i cinesi ha perso di intensità perché siamo divenuti tutti, metaforicamente, virus e contagi, come risulta da un’indagine che stiamo effettuando con alcuni colleghi delle università di Milano-Bicocca e di Genova. E in vari casi sono stati gli italiani a divenire oggetto di ostilità in altre nazioni. Pur se isolati, gli atteggiamenti e i comportamenti aggressivi emersi verso possibili capri espiatori costituiscono però un’avvisaglia importante, che ci dice che tali episodi potrebbero ripetersi in modo più grave quando alla paura della malattia e all’isolamento sociale si aggiungessero le angosce derivanti dalla situazione economica.
Va sottolineato un ulteriore aspetto: il sentimento di esclusione può produrre anche effetti importanti nel campo dell’influenza sociale: le persone che si sentono sole, marginalizzate, escluse diventano più suscettibili alle pressioni sociali, adeguandosi alle opinioni altrui, assumendo atteggiamenti e comportamenti conformisti, lasciandosi persuadere con facilità, diventando più obbedienti agli ordini dei superiori. Il rischio è che trovino in questa situazione più ascolto quei politici che basano il loro discorso su retoriche di divisione e odio.
[1] G. H. Mead, Mind, self and society. From the standpoint of a behaviorist, The University of Chicago Press, Chicago 1934.
[2] A. Contarello, Corpo a corpo. Conoscenza e comunicazione, in L. Fortunato, J. Katz, R. Riccini (a cura di), Corpo futuro. Il corpo umano tra tecnologie, comunicazione e moda, FrancoAngeli, Milano 2002.
[3] R. F. Baumeister, M. R. Leary, The need to belong. Desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation, in “Psychological Bulletin”, 117/1995, pp. 497-529.
[4] W. James, Principi di psicologia, Principato Editore, Milano 1890; R. Ellison, L’uomo invisibile, Torino, Einaudi, 1956.
[5] J. M. Twenge, G. M. Martin, W. K. Campbell, Decreases in psychological well-being among American adolescents after 2012 and links to screen time during the rise of smartphone technology, in “Emotion”, 18/2018, pp. 765-780.
[6] W. Scheidel, La grande livellatrice. Violenza e disuguaglianza dalla preistoria ad oggi, il Mulino, Bologna 2019.
[7] K. Meyers, M. Thomasson, Paralyzed by panic: measuring the effect of school closures during the 1916 polio pandemic on educational attainment, NBER Working Paper n. 23890, 2017, disponibile su www.nber.org/papers/w23890.
[8] C. Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza, Laterza, Roma-Bari 2019.