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La pandemia e l’Italia delle Signorie

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di Stefano Pizzin del 24/05/2020 – Qualcuno ricorderà il film “Non ci resta che piangere” con Massimo Troisi e Roberto Benigni: a un certo punto i due protagonisti, piombati dai giorni nostri nel 1400, quasi 1500, vengono fermati in continuazione da un gabelliere che, intima loro di fermarsi al confine tra Stati, signorie e contee, e gli chiede, ogni volta, un fiorino, per poter proseguire. Proprio quelle scene mi sono tornate in mete durante l’emergenza Covid-19, mentre lo Stato, le Regioni e perfino i comuni erano impegnati in un confusionario corpo a corpo per stabilire la propria primazia sulle norme da attuare.

Non è stato un bello spettacolo, soprattutto è stato assai poco utile, ma non è solo figlio dell’emergenza causata dalla pandemia, è anche il risultato di un assetto istituzionale sconnesso che la straordinarietà della situazione ha mostrato in tutta la sua fragilità. Dobbiamo così risalire alla riforma del titolo V della Costituzione, fatta dal centrosinistra alla fine della XVI legislatura. L’idea, rivelatasi fallimentare, fu quella di inseguire le manie della Lega su autonomia e federalismo (all’epoca assai in voga tra i media e i commentatori), riscrivendo la parte della Costituzione che definiva le articolazioni territoriali della Repubblica. Il punto di partenza, all’epoca considerato rivoluzionario, in realtà rivelatosi confusionario, fu di mettere sullo stesso piano comuni, province, Regioni e Stato, distribuendo agli ultimi due soggetti competenze una volta esclusive, una volta concorrenti. Si è così prodotto un guazzabuglio inestricabile che, da quella riforma, ha portato una miriade di contenziosi tra lo Stato e le Regioni davanti alla Corte costituzionale.

Per risalire alla sorgente di questo caos nel rapporto tra lo Stato e le autonomie locali, in particolare le Regioni, bisogna andare alle fine della I Repubblica. Con il collasso del vecchio assetto politico, si sbriciolano i partiti così come li avevamo conosciuti. Durante la I Repubblica i partiti avevano rappresentato del formidabili collettori di interessi, radicati nella società italiana, che producevano una stabile e competente classe politica anche a livello territoriale. La carriera politica che, tendenzialmente, prendeva le prime mosse a livello locale, si misurava nel gioco delle rappresentanze tra comuni, province e regioni. Il ceto politico chiamato a governare gli enti locali doveva muoversi in uno stretto equilibrio tra assemblee ed esecutivi, dove i secondi venivano eletti, e potevano essere sfiduciati e sostituiti dalle prime. Il rapporto tra centro e periferia era fortemente stabile: da una parte gli amministratori locali rappresentavano forti istanze del territorio che davano loro una legittimazione politica, dall’altra, il rapporto con il centro, tanto sul piano del “cursus honorum” tanto su quello delle risorse economiche, ne bilanciava i tentativi di eccessiva autonomia. Dopo il 1992 tale equilibrio si frantuma: il partiti non son più forti come prima e i ceti politici locali prendono sempre più autonomia. A ciò vanno aggiunti due ulteriori elementi: l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di Regione, con le assemblee che diventano subordinate agli esecutivi, e la radicale trasformazione del sistema dei trasferimentii che, agganciato alle politiche di contenimento della spesa, hanno reso meno consistente il flusso di risorse dal centro alla periferia.

Il nuovo quadro politico e istituzionale ha generato una classe politica territoriale più autonoma ma, al tempo stesso, meno preparata e poco abituata al compromesso e all’equilibro. Nel corso degli anni, sindaci e presidenti di Regione hanno assunto atteggiamenti fortemente localisti, indirizzati all’ottenimento del consenso sul territorio e non più riconducibili nell’ambito di partiti nazionali ormai divenuti privi di una forte struttura territoriale.

Tutto ciò ha prodotto un atteggiamento indirizzato sempre più verso la ricerca di politiche autonome, non solo da parte della destra leghista, capace di imporre una sorta di egemonia culturale sul tema “federalista” ma anche nell’ambito del centrosinistra. A riprova di ciò la richiesta di autonomia differenziata da parte di Veneto e Lombardia ma anche dell’Emilia Romagna.

L’emergenza Covid-19 ha così colpito il settore sanitario e assistenziale quando, proprio grazie alla riforma del titolo V, la sanità era diventata da anni quasi esclusivamente competenza delle Regioni. Certo, allo Stato restavano le politiche sanitarie di carattere nazionale, oltre agli interventi di emergenza, ma senza avere stabilito un chiara gerarchia e un livello di prestazioni di base da assicurare a tutto il territorio nazionale, l’organizzazione regionale della sanità ha finito per prevalere.

L’epidemia, però, non si cura dei confini regionali e nel momento in cui ha colpito ha reso evidenti i limiti di tale impostazione eccessivamente “regionalistica”. Lo Stato ha dovuto affidarsi a venti sistemi sanitari differenti, alcuni dei quali, a partire da quello lombardo, si sono mostrati fortemente inefficienti ad affrontare una crisi del genere.

Lasciando da parte il tema sanitario, un’altra questione è emersa con prepotenza: il peso degli interventi regionali rispetto alle libertà dei cittadini. In un battibaleno le Regioni si sono affannate, attraverso diverse ordinanze, ad aprire o chiudere attività diverse o a permettere o meno le più svariate attività. In nome della sicurezza della salute ci siamo ritrovati di fronte a un mosaico di ordinanze che frammentavano il territorio italiano, spesso in modo sconclusionato se non ridicolo: mascherina sì o no, attività all’aperto consentita o proibita, orari e aperture degli esercizi e degli uffici differenziate. Se in diverse situazioni poteva sembrare congruo rispetto alle diverse realtà territoriali, molto spesso era evidente l’uso di quelle misure solo per necessità di consenso o di lotta politica. In modo quasi incredibile molto il Governo ha così faticato a imporre la supremazia dell’interesse nazionale rispetto alle realtà regionali.

Queste situazioni, che continuiamo a vivere, rappresentano la necessità di riscrivere profondamente le relazioni tra autonomie locali e Governo centrale. Appare inammissibile e controproducente che una distorta idea dell’autonomia dei territori metta in crisi la necessità di un ordinamento nazionale, specie di fronte a un fenomeno come una epidemia che per sua natura richiede interventi coordinati da un unico centro decisionale. Inoltre, pare fuori dal dettato costituzionale che siano le Regioni, se non addirittura i comuni, a intervenire sulle libertà fondamentali dei cittadini.

In questo quadro è riemersa, infine, la pochezza di un ceto politico locale che usa l’autonomia come palcoscenico della propria battaglia politica ed elettorale. Le spesso fantasiose ordinanze di presidenti di Regione e sindaci, invece di aiutare la difficile gestione della pandemia hanno prodotto confusione e inefficienza.

Si tratterà quindi di rimettere mano a un assetto tra Stato e periferia che non lasci ambiguità su quale sia la “filiera di comando” senza tornare a un antico “centralismo”.

Tutto ciò, però, si potrà realizzare se la politica e i suoi attori fondamentali, i partiti, riprenderanno quale funzione nazionale di elaborazione di programmi, cultura politica, e formazione di classe dirigente, senza le quali sprofonderemo in una farsesca rappresentazione di capi e capetti locali incapaci del operare concretamente per il bene comune.

L’Italia delle autonomie ha bisogno di buoni amministratori, di politici, non di signorotti locali capaci di bizzarre ordinanze e di imporre il loro “fiorino” quando ci si imbatte nelle loro “Signorie”.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org