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Ritornano le tigri della Malesia

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Nel loro cuore c’è sempre lo scoglio di Mompracem. Le rughe sono aumentate, i capelli diventano grigi. Ma Sandokan non ha perso la sua temeraria irruenza. E Yanez de Gomera ostenta ancora la sua ironica flemma. Solcano il mare e la giungla al comando dei tigrotti, spalleggiati dal fedele Kammamuri. Al termine del ciclo di romanzi firmato Emilio Salgari, erano entrambi sul trono. Il pirata malese, nel libro Sandokan alla riscossa, aveva strappato a un usurpatore il regno indigeno del padre. Il suo «fratellino» portoghese, nel romanzo La rivincita di Yanez, aveva recuperato lo scettro di rajah nello Stato indiano dell’Assam.

Tuttavia Paco Ignacio Taibo II preferisce riproporceli senza corona, un po’ invecchiati ma indomiti, nel suo testo d’ispirazione salgariana Ritornano le Tigri della Malesia (più antimperialiste che mai), edito da Marco Tropea. Il titolo spiega il modo in cui lo scrittore spagnolo, ma messicano d’adozione, interpreta Salgari e gli rende omaggio nel centenario del tragico suicidio, avvenuto il 25 aprile 1911.

A Taibo piace da morire l’ostilità irriducibile di Sandokan e Yanez per il colonialismo europeo, soprattutto quello britannico, e ancor più lo delizia la vocazione meticcia dei personaggi di Salgari. Sandokan e Marianna, Yanez e Surama, Tremal Naik e Ada: tutti i grandi amori narrati nel ciclo malese danno luogo a matrimoni misti. Così come multirazziali al massimo sono gli equipaggi e i piccoli eserciti che i due eroi guidano in battaglia.
Taibo insiste dunque su quei due tasti. Alle Tigri della Malesia contrappone la sinistra Compagnia britannica del Borneo, che persegue un piano di sfruttamento schiavistico e vorrebbe addossare a Yanez e Sandokan la colpa dei suoi misfatti: quasi un concentrato di tutte le nefandezze di cui è capace il capitalismo predatorio. Al fianco dei due pirati schiera personaggi di ogni razza e religione (tra i più riusciti il banchiere cubano Lázaro Buría), punteggiando la narrazione di episodi storicamente avvenuti e figure realmente esistite, da Friedrich Engels a Rudyard Kipling, sia pure con diversi anacronismi.

Lo spirito e lo stile salgariano sono ben rispecchiati e la trama è appassionante, anche se la sovrabbondanza di capitoli e personaggi la rende piuttosto sincopata e complessa. Magari qualche tirata contro la perfidia inglese è un po’ fuori misura rispetto alla vena di Salgari, la cui «tensione politica», come ammette lo stesso Taibo, era in gran parte implicita e suscettibile delle letture più varie (in funzione antibritannica cercò d’impadronirsene anche il fascismo). D’altronde Taibo, intervistato dal «Corriere» il 31 gennaio, ha dichiarato che i pirati di Mompracem, mosaico inestricabile delle etnie più varie, non dovrebbero piacere ai militanti della Lega. Eppure al Festival di Sanremo Yanez e Sandokan li ha portati, sia pure in chiave ironica, Davide Van De Sfroos, il cantautore dialettale prediletto da Umberto Bossi. Oltre che multirazziali, le Tigri della Malesia si dimostrano dunque politicamente trasversali. Perché nessuna ideologia potrà mai perimetrare il regno sconfinato dell’immaginazione.

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