Di Stefano Pizzin.
Nello stesso giorno due candidati repubblicani al Senato, Ashley Hinson in Iowa e Mike Rogers in Michigan, hanno chiesto una «rapida fine» della guerra contro l’Iran, la stessa guerra che entrambi avevano sostenuto. Due giorni fa le agenzie di stampa avevano annunciato che Trump non avrebbe fatto più comizi in giro per l’America negli ultimi giorni di campagna elettorale, la notizia viene smentita dopo alcune ore ma dei comizi del presidente resta in agenda solo uno in Florida, praticamente sotto casa. Sono notizie che spiegano la situazione meglio di molti sondaggi.
Fino a qualche mese fa, per le elezioni di Midterm si ipotizzava una sconfitta del partito del presidente. Si dava abbastanza per scontato che i democratici si prendessero la Camera dei Rappresentanti, ma che potessero riconquistare il Senato sembrava una barzelletta. Dopo il 2024 i repubblicani controllano il Senato con un solido 53 a 47 e al partito dell’asinello, per tornare in maggioranza, servono quattro seggi in più, senza perderne nemmeno uno dei propri (a quota 50 pari il voto decisivo spetterebbe al vicepresidente Vance). Martedì si vota per 35 seggi senatoriali (33 del turno ordinario più le due elezioni speciali di Ohio e Florida) e il conto è questo: i democratici ne difendono 13, i repubblicani 22. I modelli previsionali a pochi giorni dal voto si dirigono verso una possibile vittoria dei democratici: 62 per cento per il Decision Desk (52 seggi stimati), 77,7 per cento per il Silver Bulletin di Nate Silver, 88 per cento per On Point, e un vantaggio in doppia cifra sui mercati di scommesse Kalshi e Polymarket.
Il motore di tutto questo ha un nome: Donald Trump. Il presidente è al 35 per cento circa di gradimento nella media dei sondaggi con picchi negativi al 32 per cento nell’ultimo Reuters/Ipsos e al 30 nel Pew Research Center, ovvero i livelli con cui lasciò la Casa Bianca nel gennaio 2021. Aggiungiamo una guerra cominciata il 28 febbraio con i bombardamenti americani e israeliani sull’Iran e il blocco dello stretto di Hormuz che ha portato il gasolio a oltre i sei dollari al gallone, il sostegno ai russi in un Paese dove la maggioranza dell’opinione pubblica parteggia per l’Ucraina, le violenze dell’ICE che hanno fatto scappare gli elettori latinos e il quadro è completo. Nate Silver, con la prudenza dei sondaggisti bravi, ricorda però che Texas, Ohio, Alaska e Maine sono ancora entro il margine di errore statistico. Insomma, non è ancora tutto deciso ciò che accadrà nella notte di martedì, ma ci sono delle tendenze evidenti.
Il copione della notte (ora italiana)
Provo a darvi un vademecum sugli orari per gli insonni e appassionati. Il primo gruppo di Stati chiude intorno all’una: Georgia, Carolina del Sud, parti della Florida e New Hampshire. Alle 1.30 tocca a Ohio e Carolina del Nord. Intorno alle due chiudono Michigan, Maine, Texas e Kansas, con i distretti più occidentali che slittano di un’ora; verso le tre vengono Iowa, Nebraska e Minnesota. L’Alaska chiude alle sei del mattino e lì, visto il loro particolare sistema di contare i voti, potremmo aspettare giorni se non settimane.
I democratici hanno bisogno di vincere nei posti dove sono favoriti o competitivi, Carolina del Nord, Maine, Ohio, e di tenere i propri: se alle due del mattino la Carolina del Nord e l’Ohio sono già blu, la serata si mette bene; se la Georgia è in bilico, siamo in un altro film. Facciamo allora una panoramica dei campi di battaglia da tenere d’occhio.
Michigan: il candidato che l’establishment non voleva
Cominciamo dal seggio democratico più rischioso: il Michigan, lo Stato di Detroit, delle automobili e di una delle più grandi comunità arabo-americane d’America. Il senatore uscente Gary Peters lascia dopo due mandati, e la corsa per succedergli è stata la più brutale delle primarie democratiche: da una parte la deputata Haley Stevens, quattro mandati alla Camera, benedetta da Peters, dalla governatrice Gretchen Whitmer e dal capo dei senatori Chuck Schumer. Dall’altra Abdul El-Sayed: medico, ex direttore della sanità pubblica di Detroit, sostenuto da Bernie Sanders, critico durissimo di Israele e, se vincesse, primo senatore musulmano della storia degli Stati Uniti. L’establishment gli ha riversato contro oltre 60 milioni di dollari ma ha vinto lui con circa 15.000 voti di scarto, meno dell’uno per cento.
I problemi arrivano subito: la Republican Jewish Coalition lo ha definito «il candidato al Senato più antisemita d’America» (accusa che lui respinge), un ex consigliere dei Clinton lo ha bollato come candidato «inaccettabile», e i repubblicani, attraverso il Senate Leadership Fund, hanno investito 45 milioni di dollari a sostegno di Rogers. I numeri, infatti, ballano. Un sondaggio Fox di agosto dava Rogers 51 a 47; quello di fine settembre, El-Sayed 50 a 49; il New York Times/Siena lo vede avanti 49 a 44; l’Università statale del Michigan di cinque punti; il Crystal Ball dell’analista politico Larry Sabato lo ha spostato a «Lean Democratic» (cioè un vantaggio ridotto). Nelle ultime settimane di una campagna senza esclusione di colpi dove El-Sayed viene quotidianamente insultato dallo stesso Trump che lo accusa di essere un mezzo terrorista, il suo vantaggio sembra consolidarsi e lui pare riuscito a spostare il focus della campagna dall’Islam ai servizi sociali e sanitari, ma siamo sempre dentro il margine di errore statistico. Quella del Michigan è anche una battaglia tutta interna al Partito Democratico: se El-Sayed dovesse vincere sarebbe il segnale per la sinistra del partito che i loro temi hanno il consenso dell’opinione pubblica.
Georgia: Ossoff, il predestinato e il palazzo volante
Jon Ossoff è un ex documentarista che a trentatré anni vinse il ballottaggio per il posto di senatore della Georgia. Oggi lo si chiama «il predestinato» perché i commentatori lo vedono già nella corsa del 2028. Radicale ma con i toni giusti, liberal ma digeribile per i moderati, in questa campagna ha avuto il suo grande talento nell’aver trovato il tono per provocare Trump senza cadere nella trappola della rissa. La scena è quella di un comizio domenicale in Georgia: Ossoff racconta che il presidente preferirebbe costruirsi la sua sala da ballo e viaggiare con la sua assistente Natalie Harp sul «palazzo volante», l’aereo regalato dall’emiro del Qatar, piuttosto che fare il suo mestiere. La Casa Bianca, sempre sobria, ha risposto battezzandolo «Jon Jackoff» e vi risparmio la spiegazione del gioco di parole. In una corsa in cui il candidato repubblicano, il deputato Mike Collins, è partito con uno spot di lancio in cui la parola «Georgia» era scritta sbagliata e una raccolta fondi stentata, il senatore ha raccolto 77,2 milioni di dollari dall’inizio dell’anno scorso e a fine giugno aveva in cassa già 42,6 milioni. Collins ha vinto la nomination al ballottaggio, con undici punti di scarto, sull’uomo scelto dal governatore Brian Kemp, Derek Dooley, e ha dovuto ricucire con gli elettori di Dooley. Vediamo i sondaggi: Fox News a giugno dava Ossoff avanti di 13 punti; più recentemente la forbice si è ridotta (un sondaggio di metà settembre lo vedeva avanti di quattro, e uno di InsiderAdvantage di sette). Il Cook Political Report lo classifica «Likely Democratic» (un vantaggio abbastanza sicuro). Trump a metà ottobre è arrivato nello Stato per fare campagna per Collins, ma pare abbia spostato poco o nulla.
Mettiamola così: se martedì Ossoff perde sarebbe una sorpresa enorme; se invece, come dovrebbe accadere, dovesse vincere, si comincerà a parlare di lui come probabile candidato alla presidenza.
Alaska: il pastrocchio dei Sullivan
In Alaska nella scheda per il Senato ci sono due candidati che si chiamano Dan Sullivan. Uno è il senatore in carica, ex marine, al secondo mandato; l’altro, Dan J. Sullivan di Petersburg, insegnante in pensione che alle primarie è riuscito ad agguantare uno dei quattro posti in finale. L’intrico, tattico e comico allo stesso tempo, va letto dentro il sistema elettorale di quello Stato. L’Alaska vota con una formula particolare: un’unica primaria aperta a tutti che manda in finale i primi quattro; a novembre gli elettori mettono i candidati in ordine di preferenza (il ranked-choice voting, introdotto da un referendum del 2020). Se nessuno supera il 50 per cento al primo giro, viene eliminato l’ultimo classificato, e per gli altri si aggiungono al conteggio le seconde scelte, e via avanti finché qualcuno non raggiunge la maggioranza assoluta. Ecco allora che due candidati con lo stesso nome potrebbero rubarsi i voti e danneggiarsi a vicenda.
Quest’anno i democratici candidano Mary Peltola, una nativa, che è già stata al Congresso e i sondaggi danno avanti seppure di poco. Leggere i sondaggi in Alaska è però complicato e molto dipende dal secondo e terzo voto che verrà espresso e, in uno Stato assai poco popoloso, tutto si può decidere in una manciata di voti. Intanto i repubblicani accusano i democratici di essersi inventati il secondo Sullivan per ingannare gli elettori. Il New York Times ha scritto che lo staff della campagna di Peltola, con persone del DSCC (il comitato elettorale dei senatori democratici), discussero di reclutare un omonimo del senatore. Peltola e il DSCC negano ogni coinvolgimento, Dan J. Sullivan dice «zero, nessuno, niente» e non risulta che sia stata violata alcuna legge. Sulla scheda sarà indicato il Sullivan senatore uscente per non confonderlo con l’omonimo ma Trump ha già annunciato che riconoscerà il risultato dell’Alaska solo se dovesse vincere il Sullivan giusto, il suo.
Kansas: il pastore convinto a diventare democratico
Lo sfidante del repubblicano Roger Marshall, senatore al primo mandato, medico che, secondo il New York Times, con il suo studio fece causa a oltre 700 pazienti per debiti non pagati, è il reverendo Adam Hamilton, 62 anni, fondatore della Church of the Resurrection di Leawood, una chiesa metodista con circa 24.000 parrocchiani. Hamilton aveva cominciato pensando a una candidatura da indipendente, poi si è lasciato convincere a diventare democratico man mano che glielo chiedevano durante i comizi. Dopo aver vinto le primarie del 4 agosto contro altri dieci candidati, ha stabilito il record statale di raccolta fondi per il lancio di una campagna: quasi 3,7 milioni di dollari in 62 giorni. Il capo di gabinetto di Marshall lo ha subito bollato come «candidato più liberal nella storia del Kansas», per appiopparle subito la nomea di estremista di sinistra.
I numeri sono quelli di un seggio che nessuno pensava contendibile: un’Emerson di metà settembre lo dava avanti 45 a 43, con un libertario (David Graham) al 4 per cento e Hamilton in vantaggio di 15 punti fra gli indipendenti. Un democratico non vince in Kansas dal 1932 ma lo Stato ha comportamenti elettorali strani: vota sempre repubblicano alle presidenziali ma spesso elegge governatori democratici e nel referendum dell’agosto 2022 ha difeso il diritto all’aborto. Stavolta, la crisi degli agricoltori piegati dal prezzo del diesel e la scarsa popolarità del senatore medico molto attaccato al denaro potrebbero segnare la gara.
Nebraska: il saldatore senza partito
«Nebraska» è uno dei più bei dischi di Bruce Springsteen: racconta storie di operai, di sconfitti, di gente che non ce la fa. Dan Osborn è uno di loro, saldatore e sindacalista di Omaha, nel 2021 guidò lo sciopero alla Kellogg’s e nel 2024 sfidò da indipendente la senatrice Deb Fischer e perse di circa sei punti in una corsa che nessuno considerava contendibile. Ora ci riprova contro Pete Ricketts, ex governatore, rampollo di una famiglia miliardaria (i Ricketts possiedono i Chicago Cubs), senatore dal 2023.
Osborn non è sulla scheda come democratico: è un indipendente, e il Partito Democratico dello Stato ha concluso che il modo migliore per aiutarlo fosse togliersi di mezzo. La democratica Cindy Burbank ha vinto le primarie di maggio come candidata-segnaposto, con la promessa di farsi da parte, e a luglio si è ritirata. I sondaggi sono quelli di una corsa vera: un GBAO di fine settembre lo dà avanti 47 a 46, la media di PollCheck al 27 ottobre lo colloca a 45,9 contro 45,3. Gli osservatori restano però più cauti: il Decision Desk HQ lo classifica «Lean Republican», il Cook «Likely Republican». La delusione dei contadini per le mosse di Trump potrebbe far vincere Osborn e, se ciò accadesse, sarebbe il primo indipendente eletto al Senato dal Nebraska dai tempi di George Norris, negli anni Trenta.
Alle volte, per vincere in uno Stato rosso (il rosso, contrariamente al resto del mondo, negli USA è il colore della destra e il blu quello della sinistra), la cosa migliore che i democratici possano fare è nascondersi.
Texas: la battaglia simbolo, il seminarista e l’impresentabile
Un giovane seminarista presbiteriano, un procuratore generale che ha alle spalle un impeachment e una moglie tradita, un presidente che scende in campo a pochi giorni dal ballottaggio delle primarie per aiutare il procuratore contro il senatore uscente che tutti consideravano il candidato migliore. Sembra un film dei fratelli Coen ma è ciò che è davvero successo in Texas. Il seminarista è James Talarico, 37 anni, deputato statale di Austin, che a marzo ha battuto la deputata Jasmine Crockett nelle primarie democratiche. L’impresentabile è Ken Paxton, il procuratore generale dello Stato (che in Texas persegue i reati elettorali), che il 26 maggio ha sconfitto il senatore uscente John Cornyn nel ballottaggio repubblicano con il 62,5 per cento contro il 37,5, grazie all’endorsement di Donald Trump. Cornyn, quattro mandati, è il primo senatore repubblicano texano a perdere una primaria e solo perché stava antipatico a Trump, nel suo discorso di concessione ha citato la Seconda lettera a Timoteo: «ho combattuto la buona battaglia», da quel giorno non ha più mosso un dito per aiutare il suo compagno di partito.
Il carattere di Paxton è l’argomento centrale della campagna di Talarico: «Ha fallito la prova del carattere. Ha messo i propri interessi sopra le leggi del Texas», ha detto il democratico. Il riferimento è a una carriera in cui spicca l’impeachment votato dalla Camera texana nel 2023 e chiuso con l’assoluzione al Senato statale. Di Paxton si racconta di tutto: ville sparse per il Paese, il furto di una stilografica, i ripetuti tradimenti alla moglie, ma fino a oggi lo ha sempre salvato la fedeltà al partito dell’elefante. I repubblicani, consapevoli che il Texas non è uno Stato come gli altri ma un simbolo dove non perdono dagli anni ’80, hanno riversato su Talarico montagne di fango, accusandolo un po’ di tutto, da essere comunista, a vegano, a trans e, soprattutto, di non essere un vero texano. Eppure, impeccabile, come un buon seminarista, Talarico ha tenuto botta, continuando con uno stile sobrio, pacato ma con una determinazione quasi moraleggiante contro lo strapotere dei più ricchi. I sondaggi delle ultime settimane lo danno quasi sempre in testa con un vantaggio netto tra gli elettori indipendenti. On Point Politics lo dà avanti di 2,3 punti, il Decision Desk considera lo Stato un «Toss Up» (pienamente in bilico).
Da molti anni i democratici tentano di prendersi il Texas e ogni volta le speranze dei sondaggi vengono deluse, stavolta potrebbero farcela.
Iowa: diesel, bistecche argentine e il tradimento delle campagne
Il quadro più celebre dell’Iowa è «American Gothic» di Grant Wood: un contadino col forcone e, accanto, la figlia (non la moglie, come tutti credono) davanti a una casetta dal finestrone gotico. La versione del 2026 potrebbe avere la stessa espressione severa, ma qualcuno che ha appena finito di fare i conti. Il gasolio, in un anno, è salito di circa il 76 per cento secondo la Reuters, i fertilizzanti sono rincarati da quando l’Iran ha bloccato lo stretto di Hormuz e le esportazioni di soia verso la Cina sono state colpite dalla guerra commerciale. Le politiche di Trump hanno così colpito proprio quei contadini che lo avevano premiato nelle ultime elezioni. A questo si aggiunge la carne. A febbraio un ordine esecutivo ha consentito l’ingresso di 80.000 tonnellate di ritagli di manzo argentino solo per dare respiro al presidente Milei, e le associazioni degli allevatori dell’Iowa temono che un accordo commerciale con Buenos Aires possa moltiplicare l’import di carne dal Sudamerica. Persino Ashley Hinson, deputata e candidata repubblicana al seggio lasciato libero da Joni Ernst, ha preso le distanze dalle mosse di Trump.
Il suo avversario è Josh Turek, deputato statale e due volte oro paralimpico nel basket in carrozzina. Tutti i sondaggi continuano a dare il seggio senatoriale dello Stato in bilico. L’Iowa negli ultimi anni si era spostato molto a destra e questa volta potrebbe tornare indietro. Intanto, contrariamente agli altri Stati, la partecipazione al voto anticipato di questi giorni appare in calo; la disillusione è forte ma non è chiaro quale strada possa prendere nelle urne. Onestamente, se c’è uno Stato sul quale sono in grande difficoltà a dare un pronostico questo è proprio l’Iowa.
Ohio: il ritorno di Sherrod Brown
Per mezzo secolo l’Ohio è stato il termometro degli Stati Uniti: fra il 1964 e il 2016 ha scelto sempre il presidente vincente. Poi, nel 2020 e nel 2024, ha dato a Trump otto e undici punti di margine, e l’ex swing State è diventato terra di conquista repubblicana. È in questo Ohio, il cuore della Rust Belt (la cintura della ruggine), dove le acciaierie hanno chiuso e gli operai hanno votato repubblicano più per rabbia che per convinzione, che torna in campo Sherrod Brown. Diciotto anni al Senato (2007-2025), tre elezioni vinte e poi la sconfitta del 2024, di circa tre punti e mezzo, contro Bernie Moreno, un concessionario di auto di Cleveland; sembrava la fine di una carriera, invece, nell’agosto 2025, ha annunciato la corsa per il seggio lasciato libero dal vicepresidente JD Vance. Il suo avversario è Jon Husted, ex vicegovernatore, nominato dal governatore Mike DeWine nel gennaio 2025 per sostituire Vance: un senatore, dunque, che non è mai stato eletto al Senato e con un gradimento mediocre. I sondaggi hanno così cambiato verso e perfino Fox News, l’emittente della destra, ha dovuto indicare il vantaggio di Brown per 53 a 45. Nemmeno l’arrivo nello Stato di Trump ha cambiato i pronostici (a dire il vero ha sostenuto Husted dicendo solo che «ha un bel culo») ma a tenere i democratici con i piedi per terra ci sono diversi analisti che ricordano come di solito in Ohio i repubblicani rimontano negli ultimi giorni.
Il fascino di Brown è nel suo essere l’opposto del politico da algoritmo: ha costruito la carriera battendosi contro i trattati di libero scambio, conosce le contee operaie una per una, e porta nella campagna un’idea di sinistra che parla di lavoro prima che di identità. Martedì notte sapremo se sarà stato sufficiente.
Maine: Collins l’intramontabile e il pasticcio dei democratici
Il Maine è la terra di Stephen King e questa corsa ha tutti gli ingredienti per essere uscita da un suo romanzo a partire da una senatrice che sembra non morire mai. Susan Collins è in carica da quasi trent’anni e corre per il sesto mandato; nel 2020 sopravvisse a una sfidante, Sara Gideon, data in testa o alla pari da molti sondaggi, vincendo di quasi nove punti. Ha costruito la carriera sul mito della moderata che non si lascia comandare dal partito. Il suo punto di forza secondo l’ultimo sondaggio del New York Times/Siena è quello di riuscire a conquistare il 10 per cento di chi vuole un Senato a maggioranza democratica. Proprio i democratici si sono impegnati a fondo per farsi del male: il loro candidato doveva essere Graham Platner, ostricoltore, veterano e populista, rimasto in pista quando la governatrice Janet Mills si è ritirata a fine aprile. Su di lui era già pesata, nell’ottobre 2025, la vicenda di un tatuaggio simile a un simbolo nazista, che aveva detto di non aver riconosciuto e aveva coperto. A luglio, dopo che la sua ex fidanzata lo ha accusato di violenza sessuale (accusa che lui nega), Platner ha lasciato la corsa; il partito ha convocato in fretta una convenzione d’emergenza a Bangor e ha scelto Troy Jackson, ex presidente del Senato statale e taglialegna di quinta generazione del nord del Maine.
Una vicenda del genere avrebbe chiuso la partita ma questa volta no e i sondaggi danno da settimane un giorno davanti Jackson e il giorno dopo la Collins. Il Maine è l’unico fra gli Stati in bilico che ha votato contro Trump nel 2024 e stavolta tutto dipenderà dalla capacità di Collins di resistere a tutto: se perde sarà la fine di una carriera costruita sul non scegliere mai fino in fondo fra il partito e la propria coscienza, se vince diventerà immortale. In fondo il Maine dovrà decidere tra lei e la sua anima democratica.
Carolina del Nord: il ritorno del governatore
Se c’è un seggio su cui i democratici contano più che su ogni altro è quello della Carolina del Nord. Il senatore repubblicano Thom Tillis ha lasciato e la partita è fra l’ex governatore Roy Cooper e Michael Whatley, ex presidente del Comitato nazionale repubblicano, sostenuto da Trump ma quasi sconosciuto dagli elettori. Cooper è stato governatore dal 2017 al 2025, e prima ancora procuratore generale dello Stato. Mai uno scandalo, una fama di buon amministratore, una dedizione estrema al suo Stato tanto da non aver mai cercato fino a oggi il salto sulla scena nazionale. Da quando è sceso in campo tutti i sondaggi lo danno largamente in testa e se c’è una cosa su cui si può scommettere serenamente è la sua vittoria.
Carolina del Sud: una sorella per il Senato
Qui la storia comincia con un lutto. Lindsey Graham è morto improvvisamente, a 71 anni, l’11 luglio. Due giorni dopo il governatore Henry McMaster ha nominato al suo posto la sorella minore, Darline Graham Nordone, senza alcuna esperienza politica. Fra i due c’era un legame speciale: rimasti orfani quando lei aveva 13 anni, lui, ancora studente universitario, la prese con sé e poi la adottò. Trump ha sollecitato Darline a candidarsi per il mandato pieno e l’ha sostenuta alle primarie. Il problema però è che Darline non si è mai occupata di politica e, mentre il fratello presiedeva la Commissione Bilancio del Senato ed era uno dei falchi in politica estera (è stato l’estensore delle sanzioni alla Russia che Trump sta serenamente smantellando), lei, per sua stessa ammissione, «non ne sa niente» di politica internazionale e preferirebbe non occuparsene. Forse vincerà lo stesso e agli elettori dello Stato potrebbe anche andare bene una successione familiare al seggio, molto meno, però, una candidata incompetente. I democratici hanno candidato la dottoressa Annie Andrews, pediatra di Charleston, e secondo i sondaggi la corsa le vede quasi appaiate con ancora un lieve vantaggio per la repubblicana. A noi non resta che aspettare la nottata per la sentenza.
Florida: il sogno dello tsunami blu
Ricordate la Florida delle elezioni del 2000, quella dei conteggi e riconteggi che alla fine diede la vittoria a Bush Jr. contro Al Gore solo perché la Corte Suprema decise che era ora di smetterla di contare le schede? Da anni non è più così e il Partito Democratico non vince un seggio al Senato in Florida dal 2012 e nessun incarico elettivo statale dal 2018.
Eppure, Ashley Moody, ex procuratrice generale dello Stato e senatrice nominata da Ron DeSantis nel gennaio 2025 per rimpiazzare Marco Rubio, ha dovuto lanciare un allarme: due sondaggi consecutivi la davano in sostanziale pareggio con la sfidante, la deputata statale di Jacksonville Angie Nixon, membro dei Democratic Socialists of America. Negli ultimi giorni i sondaggi continuano a dare la repubblicana avanti ma di poco. Nella stessa tornata si vota per il governatore con il repubblicano Byron Donalds contro l’ex repubblicano David Jolly, che ha cambiato partito per correre, in una sfida anch’essa al fotofinish. Certo, la Florida è uno Stato diventato saldamente repubblicano negli ultimi anni, con gli immigrati cubani che sognano di tornare all’Avana da vincitori, eppure, se i democratici dovessero spuntarla, vorrà dire che per i repubblicani la notte elettorale sarà un disastro, e anche se la perdono di un soffio, sarà comunque per i dem una buona notizia.
Dopo il voto: Trump, la sconfitta e quello che verrà
E se i democratici vincono davvero? Il copione, a sentire quanto Trump ha già detto, ha una trama nota. Il presidente ha firmato a marzo un ordine esecutivo che limita il voto per posta (stabilisce, fra l’altro, che si contino solo le schede arrivate entro il giorno del voto e che il servizio postale consegni le schede solo a chi compaia in determinati elenchi); i tribunali si sono divisi, e il 24 agosto la Corte Suprema ha concesso a Trump una vittoria temporanea, in attesa del giudizio finale che arriverà a urne chiuse. All’inizio di ottobre ha dichiarato che i conteggi lunghi in alcune città dimostrerebbero che le elezioni sono «truccate» e «corrotte», senza portare alcuna prova; è così prevedibile che se i repubblicani perderanno entrambe le Camere partiranno accuse di brogli, richieste di riconteggio e azioni legali, senza contare la minaccia di gente come Steve Bannon di mandare l’ICE ai seggi. Trump di certo se le cose dovessero mettersi male griderà al furto, ciò che è più incerto è se il Partito Repubblicano stavolta lo seguirà e cosa potrebbe accadere in un Paese pieno di stress e di armi. Un Senato a maggioranza democratica significa poter bloccare le nomine di Trump, avere poteri di citazione e di inchiesta e rendere molto più difficile il programma legislativo. Potremmo così trovarci di fronte a una paralisi su tutti i maggiori dossier della politica interna ed estera del Paese. Trump in questi due anni ha lavorato fregandosene delle prerogative di un Congresso che ha supinamente accettato tutto ma la maggioranza nelle mani dei democratici non sarebbe la stessa cosa e i prossimi mesi rischiano di essere più incerti e preoccupanti della notte di martedì