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Di Stefano Pizzin.
Il 9 ottobre una delegazione ucraina si trova negli Stati Uniti per trattare con Steve Witkoff e Jared Kushner una tregua sugli attacchi alle infrastrutture energetiche. A un certo punto, stando alle ricostruzioni uscite nei giorni successivi, gli americani spiegano ai loro ospiti che Donald Trump ha appena parlato con Vladimir Putin e sta per allentare le sanzioni sul diesel russo: trecentomila tonnellate subito, altre cinquecentomila a novembre, con una deroga che durerà fino al 7 aprile. Gli ucraini escono dalla stanza con la sgradevole certezza di essere stati fregati: stavano seduti a un tavolo con due magliari che intanto trattavano con Mosca. Il giorno dopo Trump dichiara che “è ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente”. Zelensky risponde che Mosca ha espresso la propria gratitudine con cinque bombe plananti su Zaporizhzhia. Pochi giorni dopo l’esercito ucraino segnala restrizioni ai terminali Starlink militari: alcune missioni falliscono e i russi possono colpire più facilmente le città ucraine e i civili. Trump nega di averle ordinate e Musk si smarca, ma secondo fonti di Reuters l’ordine sarebbe partito dalla Casa Bianca. Tutto questo a tre settimane dalla firma della legge Graham. La domenica successiva, tanto per rendere chiaro che a Kiev non si piegano, le raffinerie fuori San Pietroburgo sono colpite dai droni ucraini.
Sarebbe comodo archiviare l’atteggiamento del governo americano come l’ennesimo strappo di un presidente imprevedibile. Non lo è: è la sintesi quasi didattica di un rapporto che dura da quasi quarant’anni e che si regge su due pilastri. Il primo è il disprezzo per il sistema democratico, per i vincoli, le regole, i contrappesi, gli alleati che pretendono di avere voce e i parlamenti che pretendono di votare; il secondo è una concezione della politica come gestione personale del potere e degli affari, nella quale lo Stato è un’azienda di famiglia, la diplomazia una trattativa immobiliare e i rapporti tra nazioni rapporti tra proprietari. Chi ha visto Il Padrino ricorda la formula con cui Michael Corleone chiude ogni discussione: “It’s strictly business”. La differenza è che qui il business, anziché restare confinato al racket, è diventato la politica estera di una superpotenza. Max Weber, in Economia e società, lo chiamava patrimonialismo: il potere come patrimonio di chi lo esercita, e lo considerava una forma premoderna di dominio. Ci voleva il Ventunesimo secolo per scoprire che si può tornare indietro anche partendo dalla più antica democrazia moderna. Un’idea del potere che accomuna chi sta alla Casa Bianca e chi sta al Cremlino: da una parte è il turbocapitalismo al suo apice dove chi governa trasforma gli interessi del suo Paese in interessi privati, dall’altra la miseria di un ex agente del KGB che concepisce il potere solo come repressione e spartizione del bottino con gli amici. Trump e Putin si piacciono perché sono simili.
Per cercare di capire questo legame che ricorda il film di John Frankenheimer, The Manchurian Candidate, dove un candidato alla vicepresidenza, destinato alla Casa Bianca, è il burattino di una potenza straniera, si sono scomodate teorie del complotto o del presunto ricatto dei russi a Trump. Può darsi. Il rapporto Mueller (il documento ufficiale di 448 pagine pubblicato il 18 aprile 2019 dal consulente speciale Robert Mueller al termine dell’inchiesta federale sulle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 e sui presunti legami tra la campagna di Donald Trump e la Russia), ha descritto un’ingerenza russa sistematica e su vasta scala nelle elezioni del 2016, senza però trovare prove sufficienti di una cospirazione. Ma l’ipotesi del burattino ha un difetto di fondo: assolve il sistema. Se Trump fosse un agente, basterebbe tagliare i fili. Il guaio è che i fili non ci sono: Trump pensa davvero ciò che dice, e lo pensa da molto prima di conoscere Putin. Tra i due non c’è un ricatto, c’è un’affinità che è assai più solida perché nasce dallo stesso brodo di cultura e groviglio di interessi.
Cominciamo dal mattone che in questa storia viene sempre prima di tutto. Nel 1987 Trump va a Mosca su invito sovietico a valutare la costruzione di un albergo (l’albergo non si farà, ma l’idea di risolvere tutto tirando su qualche albergo è sempre presente nella testa del presidente americano). Nel 2004 Trump compra una villa a Palm Beach per circa 41 milioni di dollari; nel 2008, con i mutui americani in fiamme, la rivende per 95 al magnate dei fertilizzanti Dmitrij Rybolovlev che non vi abiterà mai. Nello stesso anno Donald Trump Jr. (perché il presidente ha sempre al seguito la sua famelica famiglia) spiega a una conferenza immobiliare che i russi sono una quota sproporzionata di chi compra i loro immobili, e che dalla Russia arriva un sacco di denaro. Nel 2013 il concorso di Miss Universo si svolge a Mosca, ospite della famiglia Agalarov e alla vigilia Trump si chiede su Twitter se Putin verrà e se diventerà il suo nuovo migliore amico. Putin non venne ma l’amicizia era comunque già cominciata.
Il capitolo più istruttivo è quello della Trump Tower Moscow, una trattativa condotta fino all’estate del 2016, con la campagna presidenziale già in corso, dal legale di Trump, Michael Cohen, e da Felix Sater, un personaggio che neppure Scorsese avrebbe osato inventare (condannato negli anni Novanta per una frode in Borsa, ex informatore dell’FBI, socio della Bayrock che aveva lavorato al Trump SoHo). In una mail a Cohen, secondo il New York Times, Sater si diceva certo che il loro “ragazzo” potesse diventare presidente e prometteva di portare dalla sua parte l’intera squadra di Putin. Trump, nel frattempo, dichiarava in pubblico di non avere alcun affare in Russia.
La prima presidenza è la storia di un’attrazione frenata. Ancora troppi impicci: metà mandato con il Congresso diviso e troppi repubblicani old style a frenare l’immobiliarista newyorchese. Però Donald, tra una partita di golf e l’altra, cerca di darsi da fare: c’è la riunione alla Trump Tower del giugno 2016 con l’avvocata russa Natalija Veselnitskaja, cui partecipano Trump Jr., Kushner e Paul Manafort; c’è, dopo l’elezione, l’incontro di Kushner con l’ambasciatore Sergej Kisljak, nel quale, secondo il Washington Post, il genero propose un canale riservato di comunicazione utilizzando strutture russe, e poi quello con il banchiere Sergej Gorkov, della banca statale Vnesheconombank; c’è, all’inizio del mandato, la nomina a segretario di Stato di Rex Tillerson, ex amministratore di ExxonMobil, decorato da Putin nel 2013 con l’Ordine dell’Amicizia. Tuttavia, il Congresso impose nel 2017 nuove sanzioni con maggioranze bulgare (419 a 3 alla Camera, 98 a 2 al Senato) e il presidente le firmò con visibile irritazione; le armi anticarro Javelin arrivarono a Kiev; e fu proprio l’Ucraina, con la telefonata a Zelensky al quale chiedeva il “favore” di procurargli qualche prova dei presunti crimini commessi dal figlio di Biden, a costargli il primo impeachment, concluso con l’assoluzione al Senato. Nel secondo mandato i cosiddetti “adulti nella stanza”, generali, consiglieri, burocrati, parlamentari che in qualche modo lo frenavano, se ne sono andati, e Donald è rimasto nella stanza (che poi sarebbe lo Studio Ovale della Casa Bianca) solo con parenti e soci in affari.
Il ruolo della famiglia Trump non è un dettaglio folcloristico ma l’infrastruttura del potere. Jared Kushner, genero, la cui società di investimento Affinity Partners è alimentata in larga parte da capitali del Golfo, e Steve Witkoff, avvocato e costruttore newyorkese, amico di golf di Trump da decenni, senza un solo giorno di esperienza diplomatica (i cui figli, tra l’altro, sono in affari con la famiglia del presidente nelle criptovalute), sono i due che hanno mediato il cessate il fuoco a Gaza e che da lì sono passati all’Ucraina, con una disinvoltura da commessi viaggiatori più che da diplomatici. Così il mondo è diventato un portafoglio di operazioni, una guerra è una controversia contrattuale, un’invasione è un problema di prezzo, e un ambasciatore può essere un tizio che conosci dai tempi del campo da golf. I risultati si vedono: a febbraio 2025 Trump parla con Putin per più di un’ora, prima di chiamare Zelensky, e annuncia trattative “immediate”; il suo segretario alla Difesa dice a Bruxelles che il ritorno ai confini ucraini del 2014 è irrealistico e che l’adesione alla NATO è fuori questione; a Monaco il vicepresidente Vance spiega agli europei che la minaccia più seria viene dall’interno, non da Mosca, e incontra la leader di Alternative für Deutschland (più si stringe l’abbraccio con Putin e più cresce l’odio verso l’Unione Europea). Andiamo avanti: il 28 febbraio, nello Studio Ovale, il presidente ucraino viene processato in diretta televisiva; a novembre prende forma il piano in 28 punti scritto da Witkoff insieme a Kirill Dmitriev, capo del fondo sovrano russo e inviato speciale di Putin per la cooperazione economica: territori ceduti, esercito ridimensionato, rinuncia alla NATO scritta nella Costituzione ucraina e, particolare che dice tutto, cento miliardi di asset russi congelati da investire in una ricostruzione a guida americana, con metà dei profitti a Washington. Il piano venne rimaneggiato dopo le proteste, ma il metodo restò: Bloomberg pubblicò la trascrizione di una telefonata in cui Witkoff suggeriva a un collaboratore di Putin come il suo capo dovesse presentarsi a Trump, e la Casa Bianca non la smentì. Witkoff è stato ricevuto da Putin più volte, Kushner si è unito a lui a dicembre 2025, per cinque ore di colloquio al Cremlino, poi di nuovo a gennaio e a settembre di quest’anno.
Arriviamo al vertice di Anchorage, il 15 agosto 2025, che resterà come la fotografia perfetta del rapporto tra i due. Base militare di Elmendorf-Richardson: tappeto rosso, applausi all’arrivo, i due nella stessa limousine presidenziale, il tutto per un uomo su cui pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale per la deportazione dei bambini ucraini. Risultato concreto: nessun cessate il fuoco; anzi, Trump abbandona la richiesta di tregua per sposare la linea russa, quella di un accordo di pace complessivo che nella sostanza consegna a Mosca i tempi del negoziato. Putin chiude con una battuta, “la prossima volta a Mosca”, e Trump ride rispondendo che potrebbe beccarsi qualche critica. Tutto ciò che a Putin serviva da Anchorage non era un accordo, era la foto. Il paria riportato al tavolo dei grandi, proprio nel Paese che per ottant’anni era stato il grande rivale di Mosca.
La questione ucraina, in fondo, è tutta qui: dal ritorno di Trump ogni pressione americana si scarica su chi è stato invaso. Gli aiuti diretti di Washington si sono prosciugati e a pagare, 70 miliardi di euro l’anno, nel 2026 e nel 2027, cifra confermata al vertice NATO di Ankara, sono Europa e Canada. Washington ha chiesto più volte a Kiev di smettere di colpire le raffinerie russe, che sono l’unica leva efficace dell’Ucraina sull’economia di guerra di Mosca (lo ha scritto il Financial Times e Axios ha raccontato che Trump è arrivato all’accordo sul diesel dopo mezza dozzina di richieste respinte), senza mai fare alcuna osservazione sul fatto che gli ucraini colpiscono infrastrutture energetiche e militari, mentre i russi prediligono scuole e condomini. Sempre più assillato dall’incubo che le elezioni di metà mandato si risolvano in un disastro, l’inquilino della Casa Bianca spiega che il prezzo del gasolio americano è colpa di Zelensky. Eppure la maggior parte degli analisti spiega che quei rincari discendono soprattutto dalla guerra con l’Iran e dalle interruzioni nello stretto di Hormuz, a causa di un conflitto lanciato dagli Stati Uniti, insieme a Israele, senza consultare gli alleati. Trump scarica sull’aggredito il conto di una guerra scelta altrove. L’accordo sul diesel, tra l’altro, secondo molti esperti, non farà scendere granché i prezzi. Mosca intanto incassa subito e nel giro di un giorno ha parzialmente tolto il blocco alle proprie esportazioni. La domenica successiva Trump ha poi annunciato un “cessate il fuoco energetico” che sia Mosca che Kiev hanno smentito. Per chiudere in bellezza, la Casa Bianca ha anche chiesto agli europei di scongelare parte degli asset russi ma gli europei hanno risposto di no.
Per ottant’anni l’America ha avuto, verso la Russia, un approccio che è mutato nei toni ma non nella sostanza: la Russia era un avversario da imbrigliare (la famosa “teoria del contenimento” di George Kennan), con cui si poteva e si doveva trattare ma sempre da posizioni di forza e con gli alleati a fianco. Dopo la fine della Guerra fredda, anche di fronte a errori eclatanti come quelli di Bush figlio in Iraq, nessuno pensò mai che Mosca fosse un partner con cui spartirsi i dividendi. Il memorandum di Budapest del 1994, con cui Stati Uniti, Regno Unito e Russia garantivano l’integrità territoriale dell’Ucraina in cambio della rinuncia alle sue armi nucleari, era figlio di quella cultura. Con Trump la Russia non è più un rivale ma la controparte e in quanto tale degna di rispetto per la sola ragione che ha qualcosa che si può comprare, vendere, spartire. L’Europa, in questo schema, è solo un inutile fastidio. Per un uomo che vede la democrazia come un impiccio, così come i giudici, la stampa, e le elezioni quando si perdono, Putin non è un tiranno, è un collega che ha risolto meglio i problemi, un esempio. Anne Applebaum, in Autocracy, Inc. (2024), ha spiegato che le autocrazie contemporanee non sono tenute insieme solo da un’ideologia ma soprattutto da una rete di interessi, di transazioni finanziarie, di apparati di sicurezza che si prestano denaro, tecnologia e impunità reciproca; Karen Dawisha, in Putin’s Kleptocracy (2014), aveva già mostrato come in Russia il potere politico e la proprietà siano diventati la stessa cosa. Insomma, Trump semplicemente cerca di applicare a casa sua il sistema praticato da Mosca a Vladivostok.
Mentre a Washington i democratici possono per ora solo protestare, sul fronte repubblicano l’imbarazzo cresce sempre di più e ha un nome, quello di Lindsey Graham, il senatore del South Carolina, recentemente scomparso, che nell’aprile 2025 ha presentato, insieme al democratico Richard Blumenthal, una legge di sanzioni durissime, con dazi fino al 500 per cento per chi acquista energia russa. Il testo rimane fermo per più di un anno, non perché al Congresso manchino i voti ma perché il presidente lo considera una sua prerogativa e non vuole né che gliela tolgano né che gliela impongano. Graham annuncia più volte il via libera, ma il presidente frena e solo il 10 luglio 2026 arriva finalmente un compromesso con la Casa Bianca: dazi ridotti al 100 per cento, ambito più stretto, clausola di deroga per “interesse nazionale”. Graham, quello stesso giorno, è a Kiev e l’11 luglio muore per un improvviso malore. Al suo posto, con il sostegno di Trump, subentra la sorella Darline che, nella sua prima intervista, ha dichiarato che la politica internazionale “non è il suo campo e preferisce non parlarne”. Il Senato approva la legge il 7 agosto con 86 voti contro 11, la Camera a metà settembre con 262 contro 159, e il 18 dello stesso mese Trump firma il “Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026”; tre settimane dopo telefona a Putin e ne svuota nei fatti lo spirito, sospendendo le sanzioni sul diesel. Le reazioni sono state, per un partito che da dieci anni obbedisce soltanto, quasi rivoluzionarie. Il senatore John Kennedy ha detto che “Putin è un macellaio e non sarà mai nostro amico”, e ha aggiunto che il presidente fa il possibile per abbassare il gasolio e che per farlo sarebbe più utile la fine della guerra in Iran invece degli accordi con i russi. Altri sono stati ancora più diretti: Thom Tillis ha messo in dubbio la legalità dell’intesa e ha legato il proprio voto a un’inversione di rotta; dodici senatori, sei dei quali repubblicani, hanno scritto una lettera per chiedere di fare marcia indietro e applicare la legge appena firmata; alla Camera il repubblicano Brian Fitzpatrick ha presentato, con il sostegno bipartisan, una proposta per impedire al presidente di revocare le sanzioni. Mike Pence, il suo ex vicepresidente, ha parlato di tradimento dell’eredità di Graham.
Per capire come Putin legga tutto questo bisogna ricordare la sua ossessione nel pretendere che la Russia “torni una superpotenza” e che la riduzione dell’Ucraina a una specie di colonia sia lo strumento per ottenerla. Nel 2005 definì il crollo dell’Unione Sovietica “la più grande catastrofe geopolitica del secolo”, nel luglio 2021 firmò un saggio per negare all’Ucraina una piena identità nazionale, nel dicembre dello stesso anno consegnò a Washington e alla NATO una bozza di trattati che chiedeva di riportare l’Alleanza ai confini del 1997 (che poi andrebbe ricordato che a nessuno, da Varsavia a Sofia, da Lubiana a Tallinn, è stata puntata una pistola alla tempia per obbligarli a entrare nella NATO, semplicemente si sentivano più sicuri aderendovi, e con un vicino come Putin è difficile dargli torto). Nella testa di Putin essere una superpotenza ha tre componenti: una sfera d’influenza (Ucraina, Bielorussia, Caucaso), uno status di pari rispetto agli Stati Uniti e alla Cina e un Occidente diviso. Trump gli offre il modo di perseguire il sogno imperiale, quella follia per cui l’aspirante zar sta mandando al macello centinaia di migliaia di russi provenienti dalle regioni più povere e periferiche e sta smantellando l’economia, rendendola vassalla di Pechino. Il pantano ucraino ha un solo vero sostenitore: il presidente degli Stati Uniti. Finché Washington tratta, allenta le sanzioni e rimprovera Kiev per le raffinerie, ogni mese di guerra è un mese guadagnato, e a Mosca possono permettersi di definire Trump “iconico e storico”.
In tutto questo l’Europa non è una vittima collaterale, è la merce di scambio e l’avversario ideologico e culturale della nuova destra americana. Nel capitolo sull’Europa del documento di strategia di sicurezza nazionale, pubblicato a dicembre, si legge di un continente a rischio di “cancellazione della civiltà”. Ma il punto non è solo l’uso strumentale del tema dell’immigrazione e della presenza islamica: per la corte di Trump e dei MAGA l’Unione Europea rappresenta quell’idea di relazioni internazionali fatte sui trattati, gli accordi, le comunanze culturali; l’UE, ma anche il Canada, rappresentano quella cultura del diritto e del bilanciamento dei poteri che a Trump non piace, quell’idea che l’economia abbia bisogno di regole e interventi dello Stato, tutta roba che fa venire il sangue agli occhi agli affaristi che occupano le stanze del potere americano assieme ai multimiliardari padroni del web. A spiegarla lucidamente, assai più degli spesso tremebondi leader europei, è stato il premier canadese Carney, dicendo che di fronte all’America di Trump un’alleanza tra Canada e UE servirebbe da parametro di riferimento per le altre democrazie: “un’alleanza definita non da ciò a cui ci opponiamo, ma da ciò che rappresentiamo: libertà, solidarietà, prosperità e sostenibilità”. All’ultimo vertice NATO, Trump si è dichiarato “molto deluso” dagli alleati per non averlo aiutato nella guerra con l’Iran, ha definito la Spagna un “pessimo partner”, ha ripetuto di volere la Groenlandia, ha attaccato Meloni, la leader europea che più si era spesa ad assecondarne le bizzarrie e, interpellato sul ritiro di truppe dall’Europa, ha risposto “vedremo”. Gli europei, sentendosi in bilico, hanno portato in dote contratti da decine di miliardi: la spesa militare dell’Europa, stima la NATO, è in crescita dell’11 per cento nel 2026. È un’illusione credere che basti pagare. Non basta, perché ciò che è stato demolito non è l’alleanza militare ma la fiducia, che è qualcosa di assai più profondo. Quando Vance spiega a Monaco che il nemico è dentro la democrazia europea, quando Trump minaccia dazi o stop al commercio con un’Europa che osa stringere un partenariato con il Canada (lo ha fatto a settembre, minacciando dazi “molto seri” o lo stop agli scambi qualora lo ritenesse “un atto ostile”), non si sta rinegoziando un’alleanza, si sta dichiarando che non esiste più.
Il 3 novembre si vota per le elezioni di metà mandato. I sondaggi di ottobre danno l’approvazione di Trump attorno al 35 per cento e i repubblicani in grande affanno nonostante le vagonate di milioni che Musk e amici stanno buttando nella pancia del partito dell’elefante. Che cosa può accadere dopo? Dipende. Se i repubblicani dovessero perdere nettamente potrebbe aprirsi uno scontro radicale tra presidente e Congresso che, più che a un cambiamento di rotta, potrebbe portare a una paralisi. Ricostruire il rapporto tra Stati Uniti e vecchi alleati sarà comunque difficile e per ragioni che vanno oltre Trump. Primo: la fiducia si perde in fretta e si riguadagna in decenni. Secondo: Trump non è stato un incidente, ma è stato eletto due volte e gli alleati devono ormai trattare “il prossimo Trump” come un rischio strutturale, non come una parentesi. Thomas Schelling, in Arms and Influence (1966), spiegava che il valore di un’alleanza dipende dalla credibilità dell’impegno, cioè da quanto si crede che verrà onorato; nello stesso anno, per ragioni del genere, Charles de Gaulle tolse la Francia dal comando integrato della NATO, con l’argomento, così lo si ricorda, che nessuno poteva essere certo che l’America avrebbe rischiato New York per salvare Parigi. Per sessant’anni è stato trattato come un bizzoso nostalgico della grandeur d’oltralpe, oggi sembra un profeta. Terzo: l’adattamento al mondo nuovo è già cominciato. Il 17 settembre Mark Carney ha detto al Parlamento europeo che Europa e Canada sono “più forti insieme” e Trump, nella notte, ha minacciato dazi se avessero fatto qualcosa che gli fosse sembrato ostile. C’è, infine, un quarto argomento che personalmente considero ancora più importante: Europa e America trumpiana rivendicano entrambe di essere i difensori dell’Occidente. Ecco, mi pare che proprio sul modello di Occidente tra le due sponde dell’Atlantico ci siano idee assai diverse: se per noi vuol dire libertà di pensiero, economia al servizio della società, e relazioni internazionali fondate sul dialogo, per il trumpismo vuol dire il culto di un potere senza limiti, un’economia predatoria e un mondo definito dai rapporti di forza.
Intanto la Cina osserva e incassa. Trump è andato a Pechino dal 13 al 15 maggio, tornando con “fantastici accordi” commerciali: duecento Boeing, petrolio e soia, e con un monito di Xi sulla questione di Taiwan, tanto che a bordo dell’Air Force One ha lasciato intendere che potrebbe ripensare una fornitura d’armi già pianificata a Taipei. Pochi giorni dopo Xi ha accolto Putin con tutti gli onori. Secondo il Cremlino, le esportazioni di petrolio russo verso la Cina sono cresciute del 35 per cento nel primo trimestre del 2026. La visita di Stato di Xi a Washington, a fine settembre, non ha portato a niente di concreto, tranne un protocollo sfarzoso che ai cinesi deve essere piaciuto molto e che molti americani hanno trovato imbarazzante. Molta preoccupazione, invece, ha generato negli alleati asiatici: Giappone e Corea del Sud, che da decenni poggiano la propria sicurezza sull’ombrello americano, assistono a un presidente che alterna dazi, abbracci a Pechino e ripensamenti sulle armi a Taipei. Taiwan, che dalla lealtà americana dipende più di ogni altro, rischia di scoprire che il proprio destino può diventare una voce nel bilancio di un negoziato commerciale. Nel 1972 Nixon andò a Pechino per incrinare il blocco comunista; i geni di casa Trump hanno pensato di usare la strategia dell’epoca per avvicinare Mosca e allontanarla da Pechino, ma non ha funzionato per un motivo elementare: la Russia di oggi è il socio di minoranza della Cina e senza Pechino Mosca non riuscirebbe più nemmeno a pagare le pensioni. Machiavelli, nel Principe, avvertiva che non ci si deve mai alleare con uno più potente di sé per colpire altri, perché se ne resta prigionieri: Putin non ha letto Machiavelli e Trump non ha mai letto niente. Così, arrivata a metà del guado, la presidenza Trump ha rotto in profondità con gli alleati di sempre, cerca di tenere in piedi quella che, per usare l’immagine che fu del senatore McCain, è una stazione di servizio con le armi nucleari, e lascia spazio alla Cina di estendere la sua sfera di influenza, il tutto lasciando il mondo nel caos.
Ci sarebbe da riflettere per tutti coloro che usano la parola Occidente infilandoci tutto e il suo contrario, a partire dal fatto che se ci vogliamo mettere dentro, forzando un po’ i termini, libertà, pace e giustizia sociale, i Trump e i Putin stanno da un’altra parte; una pessima parte e di sicuro non la nostra.