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In ricordo dei Fontanot e della Resistenza al nazifascismo

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Di Anna Di Gianantonio.

Nello stesso giorno, il 5 settembre, mentre nel tardo pomeriggio a Selz, Ronchi dei Legionari, si ricordava l’83° anniversario dell’inizio della Lotta di liberazione, davanti al cippo della Brigata Proletaria, prima formazione partigiana italiana, in mattinata si era svolta, presso il cimitero del comune, una cerimonia sulla tomba dedicata alla famiglia Fontanot, che tanto ha dato alla Lotta di liberazione in Italia e in Europa.
Pubblichiamo di seguito l’intervento della storica Anna Di Gianantonio, che ripercorre la storia di questa famiglia e il suo straordinario contributo alla lotta contro il fascismo e il nazismo.

Foto Irsrec FVG
Alcuni appartenenti alla Brigata “Fratelli Fontanot”
-La famiglia Fontanot in un momento di svago: al centro
-con gli occhiali il padre giovanni, deportato e morto a
-Dachau; sotto in camicia bianca con il mandolino Licio
-Fontanot, alle sue spalle il fratello Vinicio, comandante
-dei GAP, ultimo a sinistra Armido che con Licio ha dato
-il nome alla Brigata partigiana.

Per Marco Puppini e per me l’incontro con Nerina, figlia di Gisella Teja e Giuseppe Fontanot, sorella di Nerone e del piccolo Jacques, uccisi entrambi per mano nazista, Nerone nel 1943 e Jacques nel 1944, e cugina di Spartaco e Sparta Fontanot, il primo fucilato nel 1944 e ricordato con una targa al Panthéon di Parigi e la seconda combattente nei gruppi antifascisti internazionalisti, è stato un incontro fondamentale che ci ha fatto capire molte cose.

Nerina era interessata moltissimo al ramo della sua famiglia di Ronchi, quella di Toni Paneto, della moglie Regina Marega e dei suoi figli Armido, Vanda, Elsa, Licio e Vinicio e alle loro mogli e mariti e ne aveva raccolto le preziose testimonianze.

I Fontanot sono stati l’anima della lotta contro il fascismo non solo nel nostro territorio: sono stati un punto di riferimento per gli antifascisti a livello regionale e nazionale: Bonomo Tominez, marito di Vanda Fontanot, era uno dei tre dirigenti del Triumvirato insurrezionale veneto che coordinarono da Padova la Resistenza nell’Italia settentrionale.

Foto Irsrec FVG
appartenenti alla brigata “f.lli Fontanot”

Il primo insegnamento che mi ha colpito è che non si trattava solo di una famiglia operaia, ma una vera famiglia di intellettuali: quello che loro avevano capito della situazione che vivevano, non lo avevano compreso studiosi importanti che erano stati d’accordo ad entrare nella prima guerra mondiale e avevano spinto il paese in un conflitto terribile, una guerra imperialista per dividersi quel che restava da conquistare dopo la conferenza di Berlino. I Fontanot avevano intuito che gli interessi economici dei potenti avevano trovato nel nazionalismo la loro copertura ideologica.

Dopo il primo terribile conflitto gli operai superstiti iniziano un violentissimo ciclo di lotte, in cui non rivendicano solo il posto di lavoro, ma un mondo diverso, sull’esempio di quanto successo in Russia. Un mondo dove i contadini, gli operai, i soldati avevano strappato il potere agli zar che quella guerra avevano voluto.

E un’altra cosa sapevano i Fontanot e cioè che i padroni delle fabbriche volevano ritornare ai vecchi tempi prima del conflitto, quando a Milano a fine secolo il generale Bava Beccaris sparava contro i lavoratori. Nel 1919 erano le squadre fasciste ad essere il braccio armato dei dirigenti industriali, perché il fascismo era nato proprio per impedire che i lavoratori potessero cambiare i rapporti di forza nel paese.

Sotto i colpi del regime la famiglia fu costretta ad emigrare e – come sappiamo – si separò: una parte si recò in Bulgaria, dopo essere passata per Vienna e una parte andò in Francia. E anche da quell’esperienza i Fontanot impararono una cosa importante: gli amici sono quelli che combattono per le stesse idee, quindi compagni potevano essere in Francia gli immigrati, armeni, spagnoli, ebrei, polacchi, rumeni, ungheresi che lottavano contro il governo collaborazionista di Pétain.

Ma anche in Bulgaria i Fontanot crearono rapporti con la popolazione locale che lottava contro la deriva autoritaria del paese.

E quando la famiglia di Toni Panetto tornò nella casa di Ronchi fu immediato il rapporto con gli operai sloveni del Cantiere, la formazione del Soccorso Rosso e la decisione di Vinicio e Ondina Peteani di aiutare i giovani a disertare per non partecipare alla nuova guerra che il regime aveva scatenato. Fu naturale per loro arrivare a Gorizia dopo l’8 settembre per cercare di ostacolare l’occupazione nazista del nostro territorio.

Il rapporto che i Fontanot furono in grado di stabilire con i combattenti sloveni è miracoloso. Nel ventennio fascista, dove il consenso al regime era alto, i combattenti sloveni diedero le armi e le prime istruzioni ai compagni italiani che arrivarono a Gorizia, senza paura di essere traditi o denunciati in nome della comune lotta.

La famiglia Fontanot di Ronchi pagò un prezzo altissimo per la Liberazione. Toni Paneto morì a Dachau nel 1944, Armido nello stesso anno fu ucciso da militari fascisti e Licio si uccise nel carcere di Palmanova temendo di non riuscire a resistere alle torture. Rimase Vinicio, che, come disse in una testimonianza, aveva dentro di sé una rabbia incontenibile. Dopo la battaglia di Gorizia militò nel battaglione Triestino per poi scendere in pianura e organizzare i Gap. Anche lui ebbe nel dopoguerra un destino difficile: fu processato, insieme ad altri partigiani, per fatti accaduti il 30 aprile 1945 e venne assolto alla fine degli anni ’50. Esempio di come la magistratura colpì coloro che avevano combattuto nella Resistenza e non chi era stato dalla parte dei nazifascisti.

Davanti a questa tomba ricordiamo le loro vite e i loro insegnamenti fondamentali. Il rifiuto della guerra e del nazionalismo, il forte desiderio di uguaglianza, di giustizia sociale, il ruolo fondamentale delle donne nella loro vicenda: Regina, Elisa, Vanda, Elsa, Nina, donne custodi della memoria ma nello stesso tempo militanti come gli uomini, che nella casa di Ronchi organizzano la scuola di comunismo, insieme ad Ondina Peteani e sotto la guida di Alma Vivoda, la prima donna italiana caduta nella Resistenza nel giugno del 1943. Il loro insegnamento non deve andare perduto. Anche oggi ci ispiriamo alla loro vita per combattere guerre, povertà e ingiustizie che adesso come allora ci impediscono di vivere liberi.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org