Di Redazione.
Quando una tragedia scompare dalle prime pagine, non significa che sia finita. Significa spesso che abbiamo smesso di guardarla.
È il rischio che corre ancora una volta Gaza. La crisi iraniana, il confronto tra Stati Uniti e Iran e la guerra in Ucraina hanno spostato l’attenzione dell’opinione pubblica.
Ma a Gaza le bombe, la distruzione, la fame, gli sfollamenti e la mancanza di cure non seguono il ciclo delle notizie.
Una tragedia che i numeri non possono nascondere
Al 29 agosto 2026, secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza, sono 73.449 i palestinesi uccisi e 174.472 quelli feriti dall’inizio dell’offensiva israeliana nell’ottobre 2023.
E il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 non ha cancellato la violenza: da allora, le stesse autorità palestinesi registrano 1.313 morti, 4.361 feriti e 815 corpi recuperati dalle macerie. Altre vittime restano ancora sotto le macerie o in aree irraggiungibili.
Tra le vittime identificate entro il 7 ottobre 2025 c’erano almeno 20.179 bambini. Almeno 44.143 bambini risultavano feriti.
Sono numeri che rischiano di diventare astratti. Ma 20.000 bambini non sono una statistica: sono vite, famiglie, scuole, sogni e futuro cancellati.
Se non si vuole dare credito ai dati dell’autorità palestinesi, si può fare riferimento a quelli dell’IDF (l’esercito israeliano) che a fine gennaio ha parlato di 70.000 morti, allineandosi ai numeri dati dai palestinesi.
La distruzione è altrettanto impressionante. Secondo la più recente valutazione satellitare delle Nazioni Unite, nel giugno 2026 risultavano danneggiate 201.290 strutture, l’82% del patrimonio edilizio della Striscia, mentre oltre 134.000 erano completamente distrutte. Le abitazioni danneggiate erano circa 329.000.
E la crisi alimentare continua: le proiezioni dell’Integrated Food Security Phase Classification indicano che oltre 74.000 bambini sotto i cinque anni potrebbero soffrire di malnutrizione acuta entro aprile 2027, compresi più di 11.000 casi gravi.
Non è soltanto una crisi umanitaria. È la devastazione delle condizioni materiali necessarie alla sopravvivenza di un’intera popolazione.
Israele, gli Stati Uniti e la responsabilità politica
Di fronte a questa realtà non basta più limitarsi a registrare i fatti. Occorre parlare delle responsabilità politiche.
Israele ha diritto alla sicurezza e i civili israeliani hanno diritto a vivere senza terrorismo e senza paura. Il massacro del 7 ottobre e la violenza di Hamas contro i civili israeliani devono essere condannati senza ambiguità e Hamas è e resta una organizzazione terroristica che ha praticato repressione e violenze anche alla stessa popolazione palestinese.
Tutto ciò, però, non può giustificare una risposta esclusivamente militare, senza un progetto politico di pace e votata alla pulizia etnica della Striscia (come apertamente dichiarato da diversi ministri del governo Netanyahu). Il diritto alla difesa e alla sicurezza non cancella gli obblighi previsti dal diritto internazionale, né può giustificare la distruzione delle condizioni essenziali di vita di una popolazione civile.
E qui emerge la responsabilità degli Stati Uniti e dell’amministrazione Trump.
Washington non è un osservatore esterno della crisi mediorientale. Il sostegno politico, diplomatico e militare garantito dagli Stati Uniti a Israele pesa concretamente sulle scelte del governo israeliano e sugli equilibri della regione.
Per questo la politica americana dovrebbe essere giudicata anche sulla sua capacità di usare questa influenza per porre limiti concreti all’azione israeliana: protezione dei civili, rispetto del diritto internazionale, accesso agli aiuti umanitari e prospettiva politica per il popolo palestinese.
Il punto non è chiedere agli Stati Uniti di abbandonare Israele. È chiedere che il rapporto privilegiato con Israele comporti anche la responsabilità di esercitare pressione quando le sue azioni producono una devastazione di queste proporzioni.
Un’alleanza non dovrebbe significare un assegno in bianco e se ne stanno accorgendo gli elettori americani che, durante le primarie, in vista delle elezioni di Midterm premiano i candidati che con maggiore decisione criticano il sostegno americano al governo Netanyahu.
E la Cisgiordania?
Mentre Gaza rischia di scomparire dalle notizie, la situazione in Cisgiordania continua a deteriorarsi.
Le Nazioni Unite segnalano operazioni militari israeliane, demolizioni, restrizioni alla libertà di movimento e una crescente violenza dei coloni. Dall’inizio del 2026, centinaia di palestinesi sono stati uccisi o feriti e oltre mille sono rimasti feriti in attacchi attribuiti ai coloni israeliani.
Demolizioni, violenza, restrizioni e sfollamenti stanno progressivamente modificando le condizioni di vita delle comunità palestinesi.
Per questo la questione palestinese non può essere ridotta a un’emergenza umanitaria. È una questione politica e giuridica che riguarda direttamente la credibilità dell’ordine internazionale.
Si tratta, nel complesso, di una situazione che non solo provoca continui e sistematici lutti alla popolazione palestinese, allontana qualsiasi soluzione della questione Israele-palestinese e protrae la condizione di guerra all’infinito, ma sta cambiano nel profondo la stessa natura dello Stato di Israele. Quel Paese fondato dai sopravvissuti dell’Olocausto, da laici e socialisti, si sta trasformando, sotto il governo delle destre, in un regime confessionale, razzista e guerrafondaio. C’è da sperare che alle elezioni in programma in ottobre il cittadini israeliani sappiano riprendere in mano la loro storia e lavorare per la pace e la convivenza.
Tornare a guardare Gaza
Per Apertamente, associazione che si riconosce nei valori del riformismo, della giustizia sociale e delle libertà civili, il problema non è non accettare che la tutela dei civili diventi subordinata alle convenienze geopolitiche.
Condannare Hamas non impedisce di denunciare con altrettanta fermezza la distruzione di Gaza e le violenze contro i palestinesi.
Anzi, è proprio questa coerenza che dovrebbe essere richiesta a una politica democratica.
Restiamo convinti che la strada dei due Stati sia l’unica praticabile anche se oggi diversi soggetti, a partire da Netanyahu ad Hamas, scommettono sulla guerra eterna e l’impossibile eliminazione totale degli altri. Un vicolo cieco, capace solo di portare lutti e distruzione all’infinito.
Per questo l’Europa non può limitarsi alle dichiarazioni. Deve usare il proprio peso politico ed economico per chiedere il rispetto del diritto internazionale, la protezione dei civili e l’accesso effettivo agli aiuti umanitari.
E deve farlo anche nei confronti di Israele, senza doppi standard.
Il silenzio, davanti a una tragedia di queste dimensioni, non è neutralità. È il rischio di trasformare l’eccezionale in normalità.
Gaza non può tornare nel silenzio.
E la Cisgiordania non può diventare la prossima tragedia che impareremo a vedere soltanto quando sarà troppo tardi.
Non è solo una questione regionale, non è una ferita purulenta che in tanti preferiscono lasciare marcire, è una questione fondamentale per tutti. Con i Putin, Trump, Netanyahu, è passata l’dea che tutto si possa fare con la forza e la violenza, che non ci sia più spazio per il dialogo e le relazioni internazionali e, in quanto modo, ci troviamo davanti a un mondo sempre meno sicuro e dal futuro incerto.
L’Europa non può perdere anche questa occasione, perché ne va della nostra stessa identità e sicurezza. L’Unione è nata per avere pace e progresso se, davanti a ciò che accade, rimanesse in silenzio, diventerebbe complice e vittima di un mondo malato.