Di Cosimo Risi.
La stagione estiva continua rovente lungo le nostre coste. Non basta a mitigare il clima l’alta retorica di Leone sul primato da accordare alle persone rispetto ai confini ed all’amicizia fra i popoli rispetto alle ostilità. Le ostilità pregresse si incancreniscono, le nuove si affacciano.
La controffensiva ucraina nel cuore delle città russe trova la risposta russa sulle città ucraine. Vladimir Putin minaccia “azioni distruttive”, come se quelle finora perpetrate fossero di beneficenza. Il suo Ministro degli Esteri non intende discutere con gli interlocutori europei, praticamente tutti, che assistono il regime nazistoide ucraino. E d’altronde nessun leader europeo si distingue per uno straccio di iniziativa diplomatica. Vi è come una generale assuefazione ad una guerra prolungata e senza concrete prospettive di soluzione a breve. Finché uno dei contendenti non cessa per esaurimento delle riserve di uomini da schierare al fronte e di armi da lanciare?
Il futuro è desolante. L’Unione europea è concentrata sul gioco interno dei “dublinanti”: quanti migranti irregolari sono approdati sul tuo territorio e passati nel mio. Te li restituisco in blocco o a gruppi? Persino un paese terzo come la Svizzera, in quanto parte del sistema Schengen, reclama la quota di “dublinanti” da restituire all’Italia. La politica migratoria è dettata dai trafficanti di esseri umani e dai paesi terzi, sia i rivieraschi che i paesi lontani (Russia e Turchia), che adoperano la tattica del rubinetto. Aprirlo e chiuderlo in base a qualche interesse da affermare, ad una minaccia da esporre nel modo più convincente. Contano sul fatto che, nei democratici stati membri, una elezione è sempre alle porte ed il flusso migratorio orienta il corpo elettorale. L’intreccio fra politica migratoria “alloctona” e campagna elettorale “autoctona” è perverso.
Donald Trump avrebbe rinunciato alla carta militare contro l’Iran e optato per quella commerciale: il “D-Day delle sanzioni”, la definisce con il solito understatement. Si colpiscono anche i paesi terzi colpevoli di trafficare con la Repubblica Islamica. Qualcuno alligna fra gli amici del Golfo. Malgrado i colpi ricevuti da Teheran, gli Emirati Arabi Uniti manovravano con il vicino. La minaccia americana convince Abu Dhabi a sospendere qualsiasi transazione. Che lo si voglia o no, l’ombrello americano è per ora insostituibile. Il che vale anche per l’Arabia Saudita. Non basta il patto sulla difesa con Turchia e Pakistan per fare a meno di Washington, un partner di lunga data di cui Riad conosce qualità e limiti. Da ultimo quello della imprevedibilità del Presidente pro tempore.
Jared Kushner incontra al Cairo il leader superstite di Hamas e ne riceve la garanzia che il movimento disarmerà. Non è chiaro a quali condizioni. La notizia è che dell’incontro è data notizia ufficiale. Anche prima sono intercorsi rapporti fra USA e Hamas, questa è la prima volta dell’annuncio pubblico: a mostrare che l’Amministrazione fa sul serio. Subito dopo Kushner vola a Gerusalemme per indurre Benjamin Netanyahu a mitigare la presa su Gaza: ad avviare in sostanza il ritiro delle IDF.
Nella sua ambiguità, in questo l’israeliano somiglia all’amico americano, il Primo Ministro ordina alle IDF di allentare il controllo, salvo emettere il contrordine, che è poi l’istruzione di sempre, che di ritiro effettivo si possa parlare quando Hamas sarà disarmato. Non basta l’impegno del leader del movimento a Kushner per sbloccare la situazione.
L’Ambasciatore americano a Gerusalemme, sempre aperto alle ragioni dei coloni, taccia di “orribile” l’assalto alle case dei Palestinesi in Cisgiordania. Il grido di dolore non smuove le coscienze. Il Ministro della Difesa annuncia l’intenzione di passare il controllo della zona alla polizia sottraendolo alle IDF. Un modo per difendere le forze armate dalle accuse di connivenza con gli assalitori, ma anche un artifizio per configurare la Cisgiordania come affare interno di Israele e non come territorio occupato.
La soluzione a due stati appare non solo remota ma progressivamente improbabile. Neppure l’opposizione al Governo di destra si dichiara favorevole. Gabi Eisenkot, accreditato di un vantaggio sul Likud, sostiene che non è per ora e neppure per il prossimo Governo, quello da lui auspicabilmente guidato. L’elettorato israeliano è in larga misura spaventato dall’idea di convivere con uno stato palestinese, il timore non farà che crescere con l’approssimarsi del terzo anniversario del pogrom di ottobre 2023. I Palestinesi sono considerati come interlocutori ostili, con loro il compromesso sarebbe prova di debolezza e non di lungimiranza.
Il Governo sblocca gli appalti per costruire 1234 unità abitative fra Gerusalemme Est e Ma’ale Adumin, in modo da spezzare la continuità territoriale della Cisgiordania e isolare Gerusalemme, la futura capitale dello Stato di Palestina, dal territorio restante. Dal 1967 il corridoio E1 è stato lasciato libero, le decisioni di occuparlo dei Governi successivi sono rimaste inapplicate per le pressioni internazionali. Queste si fanno subito avvertire all’annuncio della nuova decisione. L’Unione europea, comprese Italia e Germania, starebbe per varare nuove sanzioni a carico di Israele. Torna di attualità la sospensione almeno parziale dell’accordo di associazione, rimasto finora vigente malgrado le pressioni di alcune delegazioni e dell’Alta Rappresentante.
Le elezioni del 27 ottobre in Israele saranno seguite dal duplice turno elettorale (novembre e gennaio) dell’Autorità Palestinese. Tutto congiura perché il fronte mediorientale, al pari dell’ucraino, resti aperto alle scorribande di chi usa le ostilità come ragione d’essere.