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Come battere il negazionismo

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di Redazione Apertamente.

Ci sono immagini che, più di tante statistiche, riescono a farci percepire che qualcosa sta cambiando. In questi giorni di caldo, di montagne con sempre meno neve, di ghiacciai che arretrano, di fiumi in difficoltà, di siccità e di fenomeni meteorologici sempre più violenti, diventa difficile non interrogarsi sul cambiamento climatico. Non è solo evidente a ciascuno di noi, ma lo conferma anche la scienza, osservando le tendenze, con la raccolta dei dati, il confronto dei periodi storici, e costruendo modelli e verificando le proprie conclusioni: il clima sta cambiando e ciò avviene per l’intervento umano.

Eppure, di fronte a tutto questo, continuiamo ad ascoltare i professionisti del negazionismo. Quelli che ci spiegano che il caldo c’è sempre stato, che il clima della Terra è sempre cambiato, che in passato faceva caldo anche più di oggi e che, in fondo, non c’è nulla di cui preoccuparsi.

È curioso come il ragionamento cambi quando si passa dai dati alle conseguenze. Perché se accettiamo che il clima stia cambiando e che l’attività umana abbia un ruolo determinante in questo processo, allora dobbiamo anche affrontare le conseguenze. Dobbiamo modificare il nostro modo di produrre energia, ripensare i trasporti, ridurre le emissioni, investire nelle fonti rinnovabili, cambiare una parte dei nostri consumi e, soprattutto, accettare che una trasformazione di questa portata abbia inevitabilmente dei costi, ed è probabilmente qui che comincia il problema.

Si può discutere, si deve discutere, sulle politiche dell’Unione Europea. Si possono contestare i tempi della transizione energetica, i costi che ricadono sui cittadini, le modalità con cui vengono introdotte le nuove tecnologie, le politiche sull’automobile, gli incentivi, le restrizioni alla circolazione dei veicoli più inquinanti. Si può anche sostenere che alcune decisioni siano state sbagliate se dimostrato che così sia stato.

Questa è la politica. Ma un conto è contestare le soluzioni, un altro è negare il problema che quelle soluzioni cercano di affrontare. È una distinzione che troppo spesso viene cancellata.

Il punto è proprio questo: i negazionisti non sono stupidi, sono interessati: non vogliono politiche ambientali, non vogliono rinunciare agli introiti pazzeschi che garantisce loro l’uso dei carburanti fossili, non vogliono spendere un soldo sull’ambiente, per loro conta il profitto di pochi, e con tutto quel denaro si possono anche pagare opinionisti pronti a dichiarare che, in fondo, non sta succedendo nulla. 

Il tema del cambiamento climatico ci pone anche davanti a una questione ancora più grande: il nostro rapporto con la scienza.

Abbiamo assistito a qualcosa di molto simile durante la pandemia di Covid-19. Abbiamo visto le immagini drammatiche delle colonne di mezzi militari che trasportavano le bare delle vittime. Abbiamo visto ospedali sotto pressione, medici e infermieri impegnati in una situazione drammatica e ricercatori impegnati a comprendere un virus che fino a poco tempo prima non conoscevamo. In ogni famiglia ci sono stati ammalati, qualcuno anche grave e lutti. Eppure anche allora una parte della società scelse di mettere in discussione non soltanto alcune decisioni dei governi, ma la stessa autorevolezza della scienza e della ricerca scientifica. 

Virologi e ricercatori furono insultati, contestati, ridicolizzati. Informazioni prive di solide basi scientifiche circolarono alla stessa velocità delle informazioni corrette. Politici che in base alla scienza hanno adottato le misure a nostra tutela contestati duramente e minacciati e, ancora, sotto scorta.

Non è necessario pensare che la scienza abbia sempre ragione o che gli scienziati siano infallibili. La scienza, per sua stessa natura, procede per tentativi, verifiche, errori e correzioni. Proprio questa è la sua forza.

Il problema nasce quando si pretende di mettere sullo stesso piano una conoscenza costruita attraverso anni di ricerca, dati e verifiche e l’opinione di qualcuno che, magari, ha semplicemente trovato un seguito sui social.

È questa, forse, la vera sfida del nostro tempo: distinguere il dubbio dalla negazione, la critica dalla manipolazione, la ricerca della verità dalla necessità di avere ragione a tutti i costi.

Bisogna essere onesti, la negazione della scienza è del suo ruolo arrivano quasi sempre da destra e hanno due motivazioni: quella dell’interesse materiale di qualcuno e quella di manovrare le paure, spargere il dubbio intorno alla cultura, allo studio. Diceva qualcuno che la “scienza non è democratica”. Sbagliava. La scienza è democratica: non perché si decide a maggioranza, ma perché il suo è un processo aperto, confutabile, verificabile da tutti. Una teoria deve essere provata e solo dopo è valida. Nella scienza non funzionano gli slogan, la demagogia, non ha ragione chi grida più forte (o è proprietario dei social), ma chi trova una risposta verificabile da tutti. È qui viene il punto: la destra, negli anni, ha costruito i suoi successi sulle menzogne, sull’inventore paure e minacce (abbiamo un governo che vive di emergenze) e che rifugge dai dati, dalle verifiche, dalle prove. 

Il tema del rapporto tra scienza e politica meriterebbe di essere approfondito, ma torniamo al cambiamento climatico. L’uomo ha sempre sfruttato le risorse naturali. Ha sempre utilizzato il legno, l’acqua, il carbone, il petrolio e ogni altra fonte energetica che la tecnologia del momento gli consentiva di utilizzare. Ma dire che l’uomo ha sempre modificato l’ambiente non significa affermare che nulla sia cambiato.

Con l’industrializzazione la capacità dell’umanità di trasformare il pianeta ha raggiunto una dimensione completamente nuova. Abbiamo sviluppato tecnologie straordinarie, aumentato enormemente la produzione, moltiplicato gli spostamenti, costruito città, industrie e infrastrutture come mai era accaduto prima. Abbiamo fatto passi da gigante ed è per questo oggi abbiamo anche una responsabilità diversa. La stessa scienza che ci ha permesso di comprendere il funzionamento del clima ci offre strumenti per affrontare il problema. 

Le energie rinnovabili, l’efficienza energetica, le nuove tecnologie per i trasporti, l’accumulo dell’energia, la ricerca sui materiali e molte altre innovazioni non sono il ritorno a un passato primitivo. Sono, al contrario, il risultato di decenni di ricerca scientifica e tecnologica. Possiamo discutere su quale strada sia migliore. Ma sarebbe paradossale utilizzare proprio la nostra straordinaria capacità scientifica e tecnologica per negare ciò che quella stessa ricerca ci sta mostrando. È qui che la questione diventa inevitabilmente politica. In Italia, in  certi paesi europei e negli Stati Uniti assistiamo da anni a una contrapposizione molto forte sulle politiche ambientali e sulla transizione energetica. 

Non è un mistero che una parte degli schieramenti politici sia molto più ostile di altre alle politiche di decarbonizzazione, alle limitazioni delle emissioni, alla trasformazione del sistema energetico e alla progressiva sostituzione dei motori più inquinanti.

È soltanto un caso? Forse in parte sì. Ma sarebbe ingenuo pensare che non esistano anche interessi economici, industriali e politici e una strategia politica.

Una trasformazione energetica significa cambiare equilibri consolidati. Significa mettere in discussione industrie, investimenti, abitudini e modelli economici costruiti in decenni.  Ideologie sulle quali si è costruito il consenso. Significa anche chiedere sacrifici ai cittadini.È quindi comprensibile che esista un conflitto politico.

Quello che diventa molto meno comprensibile è quando il conflitto sulle soluzioni si trasforma nella negazione della realtà. Se una determinata politica europea è sbagliata, la si può contestare. Se una transizione è troppo costosa, si può chiedere che sia modificata. Se una tecnologia non è ancora sufficientemente efficiente, si può dimostrarlo e per farlo servono dati, ricerca, numeri e argomentazioni.

Dovremmo allora recuperare una parola che negli ultimi anni abbiamo progressivamente svalutato in ogni campo, non solamente quello scientifico: competenza. Non dobbiamo credere ciecamente a tutto ciò che ci viene detto in nome della scienza. Dobbiamo però riconoscere la differenza tra il lavoro di migliaia di ricercatori che studiano lo stesso problema in Paesi diversi e l’opinione di chi sostiene una tesi perché quella tesi è coerente con le proprie convinzioni politiche. La scienza può sbagliare. Ma ha un enorme vantaggio: può correggersi. Una teoria scientifica non diventa vera perché qualcuno la ripete più forte degli altri. Diventa credibile perché resiste alla verifica, al confronto con i dati e alla possibilità di essere smentita. È questo il metodo al quale dovremmo affidarci. Perché in gioco non c’è soltanto la temperatura di questa estate, la neve sulle nostre montagne o la quantità d’acqua presente nel Po. In gioco c’è il tipo di mondo che lasceremo alle generazioni che verranno.

Possiamo discutere su tutto. Anzi, dobbiamo farlo: sui costi della transizione energetica, sulle responsabilità dei governi, sulle scelte dell’Unione Europea, sulle automobili elettriche, sulle energie rinnovabili, sull’industria e perfino sulla velocità con cui dobbiamo cambiare. Ma una cosa dovrebbe essere fuori discussione: il diritto di discutere sulle soluzioni non può trasformarsi nel diritto di negare la realtà.

Perché il cambiamento climatico non scompare semplicemente perché qualcuno decide di non crederci.

Il vero pericolo non è soltanto quello rappresentato dal cambiamento del clima. È una società che, quando una realtà diventa scomoda, preferisce mettere in discussione la realtà anziché cambiare se stessa.

È già successo. E sarebbe davvero preoccupante se continuassimo a farlo.

C’è un’altra questione, e non da poco. Nelle nostre società non conta solo ciò che comunichi, ma come lo fai. I negazionisti sanno comunicare benissimo, toccano le ansie, le paure della gente: a chi interessa che il mondo “finirà tra cent’anni”? Chi si preoccupa di passare all’auto elettrica s’è il suo problema è finire il mese con lo stipendio fermo da decenni? Gli ambientalisti, chi si pone il problema della sostenibilità della nostra civiltà, invece, comunicano malissimo. Sembrano ignorare che la transizione energetica costa e non può stare sulle spalle della povera gente. Compito dei progressisti è, quindi, quello di proporre una transizione energetica che aiuti chi non la può fare, che sia un progresso effettivo e non solo un sacrificio. Salvare il pianeta è compito di tutti, ma non abbiamo tutti gli stessi mezzi e chi ha di più, faccia di più.

La conversione ecologica, passa per la consapevolezza che un sistema economico votato solo al profitto non regge ed è come un vampiro che alla fine dissangua anche se stesso. Non vuole dire diffidare del progresso e della scienza, rimpiangere immaginarie età dell’oro, ma essere consapevoli che il progresso è per tutti o non è. Un mondo per pochi e per il loro profitto è destinato a morire. Al negazionista basta distruggere, raccontare una balla consolatoria. A noi, spetta fare molto di più: dare un progetto e una speranza.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org