Di Cosimo Risi.
C’era da aspettarselo. Il sistema barocco allestito dall’Amministrazione Trump per Gaza si scontra con la resistenza di Israele. Che non è nuova, nuova semmai è la franchezza al limite dell’impudenza verso il potente alleato adoperata da Benjamin Netanyahu nel dire che no, non si può discutere di ricostruzione di Gaza finché Hamas non disarma.
Il processo che si vorrebbe simultaneo di ricostruzione e disarmo non trova accoglienza a Gerusalemme sin da quando fu formulato. A riprova, da quando è in corso la tregua, ma nessuno ricorda il momento in cui la tregua è scattata, si susseguono gli attacchi alle postazioni palestinesi a Gaza, con l’inevitabile corollario di vittime anche giovanissime. Un’iniziativa italiana presso un circolo di ex diplomatici vorrebbe candidare i bimbi di Gaza al Nobel per la pace. Sempre che, lo notiamo amaramente, ci siano bimbi al momento di recarsi a Oslo. Oslo, la città fatale degli Accordi fra Israele e ANP ed ora atteso teatro di un’altra rappresentazione.
La risposta di Trump è sottotono. Si può immaginare la fatica del personaggio nel contenere la rabbia per lesa maestà. Sono numerosi i casi di rifiuti israeliani alle indicazioni americane, altrettanto numerosi sono i casi in cui Israele la fa franca. Vuoi per i legami in chiaro e in scuro che legano le persone ed i paesi, vuoi perché Trump e Netanyahu sono stretti dalle rispettive scadenze elettorali: il primo dalle legislative di novembre di metà periodo, il secondo dalle politiche di ottobre.
Trump vorrebbe presentarsi all’elettorato come l’uomo degli otto accordi di pace cui aggiungere il nono in Medio Oriente. Netanyahu vorrebbe presentarsi come l’uomo della sicurezza e così obnubilare qualsiasi inchiesta ne accerti le responsabilità nei fatti di ottobre 2023. Tutti i dirigenti militari e dei Servizi dell’epoca hanno lasciato in una prova ancorché tardiva di resipiscenza, il Primo Ministro è restato in sella per garantire la sicurezza dello Stato nella condizione di guerra permanente.
Le traiettorie dei due sono destinate a divaricarsi, salvo l’inaspettata vittoria nelle rispettive competizioni elettorali. Se invece le urne dessero loro torto, i sondaggi sono su questa linea, la frattura a breve fra Israele e Stati Uniti sarebbe un elemento clamoroso nel panorama regionale.
Gli altri soggetti non stanno a guardare. Diffusa è la percezione presso le monarchie del Golfo che l’ombrello americano è inevitabile allo stato attuale, appare tuttavia così precario e pieno di buchi che contarci a lungo è un rischio. Si aggiunga l’imprevedibilità del Presidente: potrebbe agire con gli alleati del Golfo come con gli alleati europei: mollarli al loro destino per guardare altrove, verso l’Indopacifico, tenendo sempre a mente l’interesse proprio e dei suoi soci e parenti. Nel Board of Peace per Gaza, il meccanismo contestato da Israele, figurano in prima linea i negoziatori principe dell’Amministrazione: il socio Witkoff ed il genero Kushner, ambedue collegati in affari con il Principe saudita.
Arabia Saudita, Pakistan, Turchia concludono alla Mecca il Patto di difesa congiunta. Alcuni commentatori si affrettano a chiamarlo la “NATO del Medio Oriente”. I segnali non vanno in questo senso. L’Arabia Saudita è attaccata sia dagli Houthi che dall’Iran direttamente, non risulta che le altre due potenze siano accorse in aiuto.
Il patto è un qualcosa in divenire, volto probabilmente più alla cooperazione strategica a medio termine che agli interventi diretti sul campo. È significativo che Riad voglia mettersi sotto l’ombrello nucleare pakistano, potendo contare molto relativamente sull’americano. E d’altronde gli Stati Uniti stanno dando modesta prova nella guerra contro l’Iran. Ad ogni dichiarazione di vittoria da Washington risponde la smentita da Teheran. La Repubblica Islamica incassa il vantaggio di mettere le mani sullo Stretto di Hormuz, in connessione con l’Oman. Una rotta libera fino a febbraio non lo è più dopo la “vittoria americana”.
Israele è inquieto per l’irrompere della Turchia nello scenario mediorientale. Non soltanto per le reminiscenze storiche dell’Impero Ottomano ma per la politica neo-ottomana del Presidente Erdogan: rioccupare gli spazi già imperiali con una strategia multiforme. La NATO per il contatto con gli Europei occidentali e gli Americani, la Russia per il buon vicinato, ora l’Arabia Saudita e il Pakistan per l’espansione a Oriente. Pesa su Ankara il favore mostrato all’ISIS-DAESH ed alla Fratellanza musulmana. Questo atteggiamento impedisce all’Egitto di aderire al patto tripartito, pur essendo Cairo il naturale partner dell’alleanza sunnita in chiave antisciita.
Israele risponde con il collegamento con Cipro e Grecia in chiave antiturca nel Mediterraneo orientale, con gli Emirati Arabi Uniti nel quadrante del Golfo, con l’India in chiave anti-pakistana. Due blocchi, più potenziali che attuali, sono pronti a fronteggiarsi in una regione che sta rapidamente cambiando pelle. Scema l’influenza americana, sale l’influenza degli aspiranti global players. Questi hanno ancora una statura regionale, ma pensano in grande.