di Paolo Polli e Stefano Pizzin.
Le democrazie raramente cambiano all’improvviso. Più spesso si trasformano lentamente, attraverso una successione di riforme che, prese singolarmente, possono apparire ragionevoli.
È soltanto osservandole nel loro insieme che emerge il disegno complessivo.
L’approvazione in prima lettura alla Camera del nuovo testo di legge elettorale merita di essere letta proprio in questa prospettiva.
Le leggi elettorali non appartengono alla maggioranza che le approva, ma alla Repubblica. Per questo dovrebbero nascere dal confronto più ampio possibile, perché regolano il modo in cui il popolo esercita la propria sovranità.
Il testo approvato dalla Camera sembra invece muoversi in una direzione diversa.

L’obiettivo dichiarato è garantire stabilità, ma il fine vero è forzare il sistema per facilitare la vittoria della destra
Nessuno mette in discussione che un Paese abbia bisogno di governi solidi e capaci di decidere. Ma quando la governabilità diventa il criterio dominante, mentre la rappresentanza passa in secondo piano, il rischio è quello di alterare gli equilibri sui quali si fonda la nostra democrazia costituzionale.
Non è un caso che il provvedimento abbia già suscitato le critiche di numerosi costituzionalisti, che ne hanno evidenziato diversi possibili profili di contrasto con i principi della Carta.
Il primo riguarda il ruolo del Presidente della Repubblica.
L’indicazione preventiva del Presidente del Consiglio, dichiarata nel programma dei partiti e non sulla scheda, non modifica formalmente l’articolo 92 della Costituzione.
Ma ne modifica profondamente la sostanza. La nomina del Capo del Governo rimarrebbe formalmente nelle mani del Capo dello Stato, ma diventerebbe sempre più difficile esercitare quella funzione di garanzia che i Costituenti gli hanno affidato. La prerogativa costituzionale rischia di trasformarsi in una semplice ratifica di una scelta già compiuta .
È un passaggio che merita molta attenzione.
Perché la forza della nostra Costituzione non risiede soltanto nelle norme scritte, ma negli equilibri che i Padri costituenti costruirono dopo l’esperienza del fascismo.
Essi diffidavano della concentrazione del potere e disegnarono un sistema di pesi e contrappesi nel quale nessun organo dello Stato potesse prevalere sugli altri. È proprio questo equilibrio ad aver consentito all’Italia di attraversare crisi politiche, maggioranze fragili e momenti di forte tensione senza mettere in discussione la tenuta democratica delle istituzioni.
Anche il nuovo meccanismo di attribuzione della maggioranza lascia aperti interrogativi tutt’altro che marginali.
Il premio cambia veste, ma non natura. Continua a produrre una significativa alterazione del rapporto tra voti espressi e seggi assegnati, premio di maggioranza alle coalizioni che raggiungono il 42% dei votanti, consentendo a una forza politica di ottenere una maggioranza parlamentare molto più ampia del consenso realmente raccolto nel Paese. Una soluzione che molti osservatori considerano un tentativo di riproporre, con strumenti diversi, questioni che la giurisprudenza costituzionale aveva già affrontato in passato.
Sul fronte delle preferenze, poi, si conferma il meccanismo delle liste bloccate che, assieme al listino nazionale e alle pluricandidature non solo impedisce agli elettori di esprimere una scelta ma perfino rende impossibile conoscere compiutamente i candidati che si vanno a eleggere.
Con un ulteriore meccanismo, all’apparenza solo tecnico, si rischia di cancellare i voti a quei partiti che, dentro una coalizione, fossero i secondi a non raggiungere il 3% e così, senza i loro voti, una coalizione con meno consensi potrebbe vincere su quella più votata.
Questi e altri elementi mettono la legge fortemente a rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale, ma allora, la destra escogita un’altra furbata: arrivare al voto prima che la Corte si esprima, portando il Paese alle urne con una sistema elettorale incostituzionale.
Tutto questo assume un significato ancora più rilevante se inserito nel contesto politico degli ultimi mesi.

La legge elettorale non arriva da sola.
Arriva dopo il progetto di premierato. Si accompagna alla, tentata e bocciata, riforma della separazione delle carriere. Si inserisce in una stagione nella quale il ruolo degli organi di garanzia viene sempre più spesso rappresentato come un ostacolo anziché come una componente essenziale della democrazia costituzionale.
Anche il recente richiamo del Quirinale al ministro Carlo Nordio sul tema della grazia va letto in questo contesto.
Il Presidente della Repubblica ha semplicemente ricordato ciò che la Costituzione stabilisce con chiarezza: alcune prerogative appartengono al Capo dello Stato e non possono essere ridimensionate né per via legislativa né attraverso prassi politiche che ne svuotino il significato.
Presi singolarmente, questi episodi potrebbero apparire fisiologici. Considerati insieme, raccontano invece una tendenza precisa.
L’idea di una democrazia nella quale gli organi di garanzia devono progressivamente arretrare per lasciare spazio a un esecutivo sempre più forte e politicamente investito.
È una visione teoricamente legittima sul piano del confronto politico. Ma è una visione che modifica profondamente il modello costituzionale immaginato dai Costituenti, fondato non sulla concentrazione del potere, bensì sul suo equilibrio.
La governabilità è un valore, ma non è l’unico.
La rappresentanza è un valore. Il pluralismo è un valore. L’autonomia degli organi di garanzia è un valore. Il ruolo del Presidente della Repubblica è un valore.
Quando questi principi vengono progressivamente ridimensionati in nome dell’efficienza, il rischio non è soltanto quello di avere una diversa legge elettorale. Il rischio è di avere una diversa idea di Repubblica.
La questione aperta non riguarda soltanto il modo in cui eleggeremo il prossimo Parlamento ma il tipo di democrazia che vogliamo consegnare alle prossime generazioni.
La storia insegna che le democrazie non si indeboliscono soltanto quando si limita il diritto di voto. Si indeboliscono anche quando il voto conta sempre meno, quando gli organi di garanzia vengono progressivamente svuotati delle loro funzioni e quando l’equilibrio tra i poteri lascia il posto alla loro concentrazione.
La stabilità è preziosa. Ma non può diventare il fine che giustifica ogni mezzo. Perché una democrazia non è davvero più forte quando il governo è più forte. È più forte quando nessun potere diventa così forte da non avere più contrappesi.