Di Loredana Panariti e Paolo Polli.
Vi sono momenti nella vita di una democrazia nei quali il confronto politico supera la normale dialettica tra maggioranza e opposizione. Momenti in cui non sono in discussione soltanto programmi, scelte economiche o indirizzi di governo, ma le regole stesse della convivenza democratica. È quanto sta accadendo oggi attorno alla proposta di riforma della legge elettorale avanzata dalla maggioranza che governa il Paese.
Naturalmente ogni forza politica ha il diritto di proporre modifiche istituzionali. Nessuna democrazia è immobile e nessun ordinamento può sottrarsi ai cambiamenti della società. Tuttavia, esiste una differenza sostanziale tra le politiche di governo e le regole che disciplinano la rappresentanza democratica.
Le prime appartengono al confronto politico quotidiano; le seconde costituiscono il patrimonio comune della Repubblica e non dovrebbero essere piegate alle convenienze contingenti di chi dispone, temporaneamente, dei numeri parlamentari. Per questo motivo ogni nuova proposta dovrebbe essere affrontata con particolare prudenza, responsabilità e spirito di condivisione. Tutto ciò che manca al governo di questo Paese.
Le leggi elettorali non sono leggi ordinarie come le altre.
Esse stabiliscono il modo in cui la sovranità popolare si traduce in rappresentanza parlamentare. Definiscono il rapporto tra cittadini e istituzioni. Determinano il grado di pluralismo che una democrazia intende riconoscere e garantire. Per questa ragione, nelle grandi democrazie europee, le riforme elettorali più significative sono state accompagnate dalla ricerca di un largo consenso politico e sociale. Quando si modificano le regole del gioco, infatti, dovrebbe prevalere la tutela dell’equilibrio democratico, non l’interesse immediato di una maggioranza.
La proposta oggi in discussione sembra invece muoversi nella direzione opposta.
Dietro gli aspetti tecnici e le formule giuridiche emerge una precisa idea della politica: trasformare progressivamente le elezioni parlamentari in una sorta di investitura diretta del capo del governo. L’indicazione preventiva del candidato premier sulle schede elettorali, o altre formule pasticciate allo studio, e l’attribuzione di un premio di maggioranza nei termini previsti dalla bozza non rappresentano semplici aggiustamenti procedurali. Sono tasselli di un processo che sposta il baricentro del sistema dalla rappresentanza parlamentare alla personalizzazione del potere.
Quando si modifica in modo così radicale l’assetto del sistema democratico, il rispetto delle istituzioni imporrebbe il massimo rigore. Ignorare i moniti delle opposizioni, dei costituzionalisti e della società civile costituisce un deliberato atto di forza, che spezza il principio di cooperazione su cui si fonda la Repubblica. E non si tratta di una semplice rissa politica quotidiana; è lo spartiacque che definisce quale idea di Repubblica vogliamo consegnare al futuro. Se prevale la logica della forza numerica momentanea, il rischio di uno svuotamento democratico diventa drammaticamente reale.
La Costituzione repubblicana non nacque per caso.
I costituenti elaborarono il nuovo ordinamento all’indomani della tragedia del fascismo, della guerra e della distruzione morale e materiale del Paese. Avevano conosciuto gli effetti della concentrazione del potere, dell’identificazione tra Stato e governo, della progressiva marginalizzazione e del successivo annullamento del Parlamento e dei corpi intermedi. Per questa ragione costruirono una Repubblica parlamentare fondata sull’equilibrio tra i poteri, sul pluralismo politico e sul principio che nessuna maggioranza potesse considerarsi proprietaria delle istituzioni.
Non fu una scelta dettata dalla diffidenza verso la democrazia. Al contrario, fu la scelta di chi aveva compreso che la libertà si difende meglio quando il potere è distribuito, controllato e bilanciato.
In questo quadro assume un significato particolare l’articolo 92 della Costituzione, che attribuisce al Presidente della Repubblica la nomina del Presidente del Consiglio.
Non si tratta di una formalità. È una delle garanzie cardine attraverso cui l’ordinamento assicura l’equilibrio istituzionale, la continuità dello Stato e il rispetto della volontà parlamentare. L’introduzione di meccanismi che tendono a trasformare il voto in un’investitura personale del capo del governo modifica inevitabilmente questo equilibrio, anche senza intervenire formalmente sul testo costituzionale.
Il problema non riguarda soltanto l’assetto delle istituzioni italiane, ma si inserisce in una tendenza più ampia che attraversa molte democrazie contemporanee. In alcuni Paesi occidentali e anche europei assistiamo da anni alla crescita di culture politiche che guardano con insofferenza ai meccanismi della rappresentanza, ai controlli istituzionali, al pluralismo e alla mediazione. La complessità viene presentata come un ostacolo, i contrappesi come un rallentamento, il Parlamento come una struttura inefficiente. Si afferma così l’idea che la soluzione dei problemi risieda soprattutto nella concentrazione del potere decisionale e nel rapporto diretto tra un leader e il popolo.
La storia europea del Novecento dovrebbe renderci estremamente prudenti di fronte a queste suggestioni.
Le grandi tragedie che hanno segnato il nostro continente non nacquero dall’eccesso di democrazia, ma dal suo progressivo indebolimento. Nacquero quando il consenso popolare venne utilizzato per ridurre gli spazi di controllo, di partecipazione e di libertà. Certo, il passato non si ripete mai identico a se stesso, ma la Storia offre gli strumenti necessari a riconoscere i segnali di quei processi costruiti con l’obiettivo di indebolire il sistema democratico e la Costituzione. Abbiamo già conosciuto, in Europa e in Italia, il fascino dell’uomo forte. Abbiamo già sperimentato l’illusione che la concentrazione del potere possa sostituire la complessità della democrazia. Ed è una lezione che non dovremmo dimenticare.
In questo dibattito, il tema della governabilità viene agitato come un’emergenza assoluta, ma a ben vedere si rivela un falso problema.
L’argomento secondo cui servono poteri speciali o premi di maggioranza per poter fare le cose è smentito dai fatti: il governo attualmente in carica dispone già di numeri parlamentari solidi e di una maggioranza schiacciante, eppure l’attività politica reale è ferma all’immobilismo. Avere i numeri per governare e non fare nulla dimostra che l’efficacia di un esecutivo non dipende dall’architettura delle regole, ma dalla qualità e dalla volontà della sua proposta politica.
In una democrazia costituzionale, d’altronde, la governabilità è solo uno strumento, non il fine.
Una democrazia moderna vive dell’equilibrio tra efficacia decisionale e rappresentanza, tra leadership e controllo, tra capacità di governo e tutela delle minoranze. Quando questo equilibrio si rompe per inseguire il mito dell’efficienza a tutti i costi, il rischio è che il cittadino venga progressivamente trasformato da protagonista della vita democratica a semplice spettatore, chiamato periodicamente a ratificare decisioni già assunte altrove.
A questa riflessione se ne aggiunge un’altra, troppo spesso trascurata.
Da anni le leggi elettorali italiane hanno progressivamente ridotto la possibilità per gli elettori di scegliere direttamente i propri rappresentanti. Le segreterie e le leadership di partito hanno acquisito un peso crescente nella selezione, e nella qualità, della classe parlamentare, mentre il rapporto tra eletto ed elettore si è progressivamente indebolito. È una delle ragioni che contribuiscono alla crescente disaffezione verso la partecipazione politica. L’astensionismo non nasce soltanto dalla sfiducia. Nasce anche dalla percezione, sempre più diffusa, che il voto incida poco sulla composizione effettiva delle assemblee rappresentative. Per questo una riforma elettorale realmente innovativa dovrebbe innanzitutto restituire ai cittadini una maggiore capacità di scelta e rafforzare il legame tra eletti ed elettori.
Vi è infine una questione culturale che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.
La democrazia non si difende soltanto attraverso le istituzioni. Si difende anche attraverso la conoscenza. Troppo spesso lo studio della storia contemporanea nelle scuole si interrompe alle soglie del Novecento o affronta in modo sommario gli eventi che hanno plasmato l’Italia repubblicana e l’Europa democratica. Eppure è proprio nella comprensione delle dittature, delle guerre mondiali, della Resistenza, della nascita della Repubblica, della Costituzione e del processo di integrazione europea che le nuove generazioni possono trovare gli strumenti per comprendere il presente. Conoscere la storia non significa coltivare la nostalgia del passato. Significa saper interpretare il proprio tempo. Una società che dimentica le ragioni per cui sono nate le sue istituzioni democratiche diventa inevitabilmente più esposta alle semplificazioni, ai miti politici e alle scorciatoie autoritarie.
Per questa ragione il dibattito sulle riforme non può essere confinato agli specialisti della materia o alle convenienze tattiche delle forze politiche. Deve coinvolgere la società civile, il mondo della cultura, della scuola, dell’università e dell’associazionismo democratico. Le regole della democrazia non appartengono a chi governa temporaneamente: appartengono all’intera comunità nazionale. Difenderle significa opporsi al cortocircuito mentale che riduce la democrazia alla mera legge della maggioranza. Significa ricordare che la libertà, la rappresentanza e il pluralismo sono conquiste storiche che non possono mai essere considerate irreversibili.
In un tempo segnato dal moltiplicarsi delle guerre nel mondo, dall’inedia di un’Europa incapace di esprimere una vera iniziativa di pace e dal riemergere di pericolose pulsioni nazionaliste e populiste, la tenuta delle istituzioni democratiche assume un valore ancora più decisivo. La democrazia non è una semplice procedura per scegliere chi comanda, ma un sistema integrato di garanzie, partecipazione, diritti e limiti al potere, costruito sulle macerie delle tragedie del Novecento. Custodirlo non significa vivere nel passato; significa impedire che gli errori della storia possano ripresentarsi sotto forme nuove, più tecnologiche e apparentemente più rassicuranti.