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L’imbroglio elettorale. La destra e la misera furbata di cambiare le regole in corsa

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Di Stefano Pizzin.

Immaginate di giocare una partita a scacchi: state disponendo i vostri pezzi, preparando una strategia quando, all’improvviso, il vostro avversario decide che si cambiano le regole; i pezzi possono muoversi diversamente, lui può spostarli più volte sulla scacchiera e trucchetti del genere. Bene: è esattamente quello che oggi sta facendo la destra con le legge elettorale.

Visto che con la legge attuale temono di perdere le elezioni, allora la cambiano, come il bambino antipatico che se ne andava con il pallone quando non lo lasciano vincere.

Non c’è solo questo. La Commissione di Venezia, il principale organo consultivo del Consiglio d’Europa in materia di diritto costituzionale, ha ribadito più volte che una democrazia sana non dovrebbe cambiare in continuazione la legge elettorale, ma provarla, farla digerire dai cittadini e le istituzioni e, dopo, semmai, correggerla. Un’altra indicazione della Commissione è quella di non cambiare la legge a ridosso del voto, sembrerebbe un trucco di chi governa per mantenere la maggioranza e creerebbe sfiducia da parte degli elettori. Esattamente quello che oggi sta facendo la destra. C’è una bizzarria tutta italiana in questo: le più antiche democrazie hanno sistemi elettorali che durano da decenni, noi invece rimbalziamo come una palla impazzita da un sistema all’alte senza che i cittadini capiscano più come il loro voto si tradurrà in seggi in Parlamento.

Ma com’è la nuova legge, questo “Melonellum” che si accingono a imporre a colpi di maggioranza e forse con il ricorso alla fiducia? In buona sostanza è un sistema fintamente proporzionale, dove alla coalizione che vince (se raggiunge almeno il 42%) guadagna 70 seggi alla Camera e 35 al Senato (e potrà avere, al massimo 220 seggi alla Camera e 113 al Senato); se nessuno raggiunge il 42% i seggi saranno ripartiti proporzionalmente senza premio. Come vengono scelti gli eletti? Beh, non vengono scelti: nella parte proporzionale ci sarà il sistema delle liste bloccate e in quella maggioritaria di avrà un listone nazionale per ciascuna camera che, in caso di vittoria, verrà eletto in blocco. Ci sono ancora due aspetti che vale la pena ricordare, che ora accenno ma sui quali tornerò: uno è che i voti di Trentino Alto Adige, Val d’Aosta e della circoscrizione estera non verranno conteggiati per l’attribuzione del premio di maggioranza, ma entreranno tra gli eletti in modo autonomo, l’altro, che le coalizioni devono indicare il candidato premier che presenteranno al Presidente della Repubblica in caso di vittoria.

In queste settimane diversi costituzionalisti e politologi sono stati auditi nella I commissione alla Camera per dare un parere sulla legge; ebbene tutti, anche i più vicini al governo, hanno sottolineato diverse incongruenze che la mettono in contrasto con la nostra Costituzione.

Andiamo per ordine. In Costituzione non viene indicato il sistema elettorale, anche se per quarant’anni è stato usato un sistema proporzionale, poi, a partire dagli anni ‘90 abbiamo avuto un susseguirsi di sistemi che inserivano elementi maggioritari con l’idea di inseguire la “governabilità” a scapito della “rappresentanza”. Il mantra di questi anni è stato: “sapere chi governa la sera delle elezioni”: una sciocchezza demagogica che non esiste in nessun Paese democratico. Non esiste nei sistemi proporzionali dove le forze politiche valutano i rispettivi programmi e trovano un accordo di governo, non esiste nemmeno nei sistemi presidenziali, come in Francia o negli Stati Uniti, dove a un presidente di un colore politico si può affiancare un Parlamento di un altro colore. Quindi, nel progetto voluto dalla destra, se nessuno raggiunge almeno in 42% non succede niente, altrimenti chi vince si prende una quota di seggi in più che distorce la rappresentatività del voto degli italiani. Ma c’è di più: una volta raggiunto il premio di maggioranza, chi vince potrà sommare i seggi conquistati in Trentino Alto Adige, in Val d’Aosta e all’estero, avvicinandosi, e forse superando, la soglia del 60% del Parlamento buona per cambiare la Costituzione senza referendum ed eleggersi il Presidente della Repubblica da soli; non serve essere dei raffinati analisti politici per capire che l’obiettivo è proprio questo: comandare, non governare. La non “contabilità” dei voti di trentini e valdostani per l’attribuzione del premio di maggioranza è un “regalino” ai partiti locali per non costringerli a schierarsi con una o l’altra coalizione ma, parimenti, rende il voto dei cittadini di quelle regioni di minor valore rispetto agli altri italiani, mostrando un evidente profilo di incostituzionalità.

Un altro punto spinoso è il sistema di selezione degli eletti. Non ci sono preferenze, non ci sono collegi uninominali, chi vota fatica a distinguere chi eleggerà e, tra listino circoscrizionale e listone nazionale bloccati, non avrà alcuna possibilità di scegliere chi vuole mandare al Parlamento. Su questo, peraltro, la Corte costituzionale era già intervenuta in alcune sentenze, ribadendo che si possono anche avere le liste bloccate ma va garantita all’elettore la capacità di scegliere consapevolmente chi eleggere.

Un ultimo punto di dubbia costituzionalità che va segnalato è quello che riguarda l’obbligo per le coalizioni di indicare il candidato premier. Il nostro è un sistema parlamentare, il Presidente del Consiglio viene nominato dal Capo dello Stato tra coloro che hanno più possibilità di avere una maggioranza in Parlamento e riceve la fiducia delle Camere. Indicare un nome in anticipo, sapendo che potrà essere un altro, è un imbroglio verso gli elettori e una forzatura delle prerogative del Capo dello Stato. Però, a pensarci bene, non è altro che un furbesco tentativo di portare a casa, con legge ordinaria, da parte della destra la riforma costituzionale del premierato che non riescono ad approvare e che sanno che gli italiani respingerebbero nel referendum confermativo.

C’è uno spirito che permea questa riforma: il fastidio per il pluralismo, per la differenza di idee, per la discussione e il ruolo dei pesi e contrappesi dei sistemi democratici. La Costituzione non è contraria a favorire il governabilità ma considera la rappresentanza delle diverse opinioni politiche presenti nella società come l’elemento fondante e principale della nostra democrazia. La nostra è una società complessa, sempre più articolata, e le istituzioni devono tenerne conto, specie in un momento dove il problema più grave non è la “governabilità” (abbiamo un governo in piedi da quattro anni già con questa legge elettorale), ma il disincanto dei cittadini, la fuga dalle urne che sta soffocando la nostra democrazia.

La stabilità di un sistema politico non si ottiene con le riforme elettorali, ma con istituzioni forti, rispettate e riconosciute dai cittadini, con partiti radicati, aperti che producono cultura e classe dirigente. Questo serve e non dei giochini furbetti per cambiare le regole in corsa.

La legge elettorale, infine, è uno dei pilastri sui quali si regge un sistema democratico, per cambiarla ci vuole il consenso più largo possibile e deve servire a tutto il Paese e non solo a una parte, invece, ancora una volta la destra si accinge a fare l’unica cosa di cui è capace: pensare solo a sè stessa.

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