Di Massimo Bulli.
La chiusura completa del Giardino Patuna, a ridosso della centrale Piazza della Repubblica, presentata dall’Amministrazione Comunale con toni positivi come «un’azione sperimentale di riqualificazione urbana che destina il parco alle attività culturali, rispondendo al contempo alle richieste di maggiore sicurezza da parte dei residenti delle aree limitrofe, che hanno segnalato episodi di degrado e spaccio», rappresenta in realtà un indicatore preoccupante della capacità di questa amministrazione di affrontare le problematiche sociali di Monfalcone.
Di fronte a criticità che vengono utilizzate come giustificazione per questa decisione, la risposta sembra ridursi a cancelli e catenacci. Una scelta che evidenzia una sostanziale incapacità di governare le complessità di un territorio caratterizzato da dinamiche sociali articolate e diversificate, aggravata da un atteggiamento di chiusura che questa amministrazione ha da sempre manifestato nei confronti degli immigrati e delle difficoltà che li riguardano.
Quando ricevono critiche, gli amministratori locali tendono spesso a richiamarsi al consenso elettorale che li ha portati al governo della città. Tuttavia, proprio l’ampiezza di quel consenso dovrebbe comportare una responsabilità ancora maggiore nel tradurre in risultati concreti le promesse fatte ai cittadini.
La narrazione politica della maggioranza che governa Monfalcone si è incentrata soprattutto sui temi della sicurezza: centinaia di telecamere installate sul territorio, un numero che supera quello della vicina Gorizia pur essendo una città più grande; il potenziamento della polizia locale; l’introduzione di nuove dotazioni come taser e armamenti; e una linea di particolare intransigenza nei confronti dell’immigrazione. Gli immigrati sono stati spesso rappresentati come un pericolo, una minaccia culturale e religiosa da contenere o contrastare, nella promessa di garantire una vita migliore ai cittadini cosiddetti autoctoni.

Eppure la realtà ha raccontato una storia diversa.
Gli immigrati non sono diminuiti; al contrario, la loro presenza è cresciuta significativamente. Ciò che questa amministrazione ha effettivamente ottenuto è stato rendere loro la vita più difficile.
Sono stati ostacolati nell’organizzazione di luoghi di preghiera collettiva, è stato impedito loro di praticare il proprio sport nazionale, sono state sequestrate biciclette che spesso rappresentavano l’unico mezzo di trasporto disponibile. Appartamenti, negozi e attività commerciali riconducibili a cittadini immigrati sono stati sottoposti a controlli continui, e ogni minima irregolarità — talvolta dovuta semplicemente alla scarsa conoscenza delle normative italiane — è stata perseguita con particolare severità. Persino celebrazioni tradizionali come il Capodanno bengalese sono finite al centro di controversie e limitazioni.
Tutto questo ha certamente prodotto consenso elettorale e rafforzato l’immagine degli amministratori come “ difensori delle tradizioni identitarie e delle radici locali”.
Non ha però migliorato il welfare cittadino, né i servizi, né la qualità della vita di chi li sostiene. Non ha risolto i problemi sociali e non ha favorito una maggiore coesione della comunità.
Qualcosa, invece, è peggiorato.
La vicenda del Giardino Patuna ne è un esempio emblematico.
Vale la pena interrogarsi su chi siano realmente questi giovani spesso etichettati come “maranza”, indicati come simbolo di un disagio che viene amplificato dalla propaganda politica e mediatica.
Si tratta prevalentemente di adolescenti e giovani adulti. Quando l’attuale stagione politica è iniziata, dieci anni fa, molti di loro erano ancora bambini. I ragazzi che oggi hanno tra i tredici e i vent’anni ne avevano allora tra i tre e i dieci.
Sono cresciuti in un contesto sociale segnato da divisioni e diffidenze. Hanno sperimentato la marginalizzazione, il sospetto, il giudizio preventivo. Hanno percepito su di sé lo sguardo di chi li considerava un problema prima ancora di conoscerli. E spesso hanno visto quegli stessi atteggiamenti legittimati da scelte politiche e da un linguaggio pubblico sempre più aggressivo.
Negli anni si è progressivamente normalizzato un linguaggio ostile nei confronti degli immigrati. In molti casi non è stato nemmeno necessario alimentarlo direttamente: è bastato non prendere le distanze da commenti e messaggi discriminatori che comparivano negli spazi pubblici e nei social network.
Questi ragazzi sono cresciuti vedendo anche i propri genitori spesso marginalizzati, rifiutati, talvolta umiliati e privati della propria dignità.
È difficile immaginare che tutto questo non produca conseguenze. Sentirsi parte di una comunità percepita come indesiderata può generare disagio, sfiducia e un progressivo distacco dalla società in cui si vive.
Eppure questi giovani sono parte integrante del futuro della città. Che piaccia o no, il loro futuro e quello di Monfalcone coincidono.
Ma esiste anche un altro rischio. La legittimazione dell’ostilità verso alcuni gruppi sociali può alimentare, nei loro coetanei più fortunati, sentimenti di superiorità e atteggiamenti discriminatori. Se i giovani si sentono autorizzati a considerare inferiori altri ragazzi per ragioni culturali, religiose o etniche, si apre la strada a ogni forma di esclusione e prevaricazione.
La violenza, una volta normalizzata, difficilmente rimane confinata al bersaglio originario. Può estendersi contro chiunque, perfino contro la stessa comunità che inizialmente riteneva di esserne immune.
Lo sdoganamento della discriminazione e dell’emarginazione sociale non è mai privo di conseguenze. Quando si considera accettabile colpire una persona per la sua religione, la sua cultura o il colore della sua pelle, dove si colloca il limite? Quale principio impedirà domani di discriminare qualcun altro per motivi diversi?
In questo modo rischiamo di educare le nuove generazioni alla divisione anziché alla convivenza. Rischiamo di costruire una società composta da gruppi contrapposti, incapaci di riconoscersi reciprocamente come parte della stessa comunità.
È davvero questo il futuro che vogliamo?
Il simbolo di tutto ciò è un’amministrazione che, invece di affrontare i problemi sociali, sembra limitarsi a contenerne gli effetti attraverso divieti, recinzioni e chiusure. Prima si alimentano tensioni, poi si costruiscono muri per separare chi è considerato accettabile da chi non lo è.
Ma i muri hanno sempre un doppio effetto: tengono qualcuno fuori, ma finiscono anche per rinchiudere chi rimane dentro.
Per garantire sicurezza si chiude un parco; per evitare il confronto si restringono gli spazi di incontro; per allontanare un problema si limita la libertà di tutti. E vale la pena ricordare che chi costruisce i cancelli ne possiede anche le chiavi.
I muri creano inevitabilmente un “dentro” e un “fuori”. Ma nella Monfalcone di oggi chi è davvero dentro e chi è fuori? Chi è libero e chi è prigioniero? Chi vive una condizione di esclusione e chi, invece, rischia di restare intrappolato nei propri pregiudizi, nelle paure alimentate dalla propaganda, nella convinzione di essere costantemente minacciato da nemici reali o immaginari?
Sono domande che una città dovrebbe avere il coraggio di porsi prima di chiudere un cancello.