di Alessandro Zanella
Si parla sempre più diffusamente di Case della Comunità. Il lessico in materia sanitaria spesso è elusivo, non è immediato nella comprensibilità o comunque è scarsamente friendly, ma questo presidio o meglio, questo luogo destinato all’assistenza sanitaria, può rappresentare una svolta al cui riguardo i cittadini devono essere informanti e resi consapevoli.
L’universalità del Servizio Sanitario Nazionale, istituito nel 1978, rimane un principio fondativo, seppure destinato a doversi confrontare con l’evoluzione della domanda, con le dinamiche sociali e demografiche, tra le quali in primis l’invecchiamento della popolazione.
La pandemia ha rappresentato per certi versi il punto di svolta per una linea di pensiero che il Centrosinistra aveva progressivamente sollecitato ed elaborato nei decenni: mettere il territorio (leggasi tutte le comunità) dentro ad un sistema integrato di presa in carico e cura. In questa prospettiva i medici di medicina generale ed i Distretti mantengono un ruolo imprescindibile, ma gli strumenti vengono potenziati attraverso le Case della Comunità.
Per non disperderci e non andare troppo indietro con gli anni può essere interessante ricordare la Delibera della Giunta Regionale n. 1446 del 24 settembre 2021. Sono ormai passati quasi cinque anni da quello che all’epoca era punto di sbocco ormai ineludibile, considerato l’orientamento emergente a livello comunitario e nazionale, frutto della pesante lezione derivante dalla pandemia. Nella Deliberazione si parlava delle Case della comunità come “lo strumento attraverso cui coordinare tutti i servizi offerti, una struttura dove opererà un team multidisciplinare di medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, medici specialistici, infermieri di comunità, altri professionisti della salute” e che “potrà ospitare anche assistenti sociali, ponendosi così come sede dell’integrazione sociosanitaria”. Il provvedimento proseguiva esprimendosi riguardo a queste strutture come “primo luogo di cura e telemedicina, in cui si prevede l’attivazione delle Centrali Operative Territoriali (COT) con funzione di coordinamento dei servizi domiciliari con gli altri servizi sanitari”.
Dunque siamo tranquilli sulla correttezza dei propositi e, soprattutto, dobbiamo essere consapevoli che quei propositi non possono essere dimenticati né mal-interpretati da chi ha responsabilità di decisione e governo.
Siamo ormai sempre più vicini ad una prima fase di verifica: molte risorse pubbliche (P.N.R.R. in particolare) hanno consentito la realizzazione dl lavori molto importanti: a Gorizia, Cormòns, Gradisca, per parlare dell’Alto Isontino, i cantieri sono in corso o addirittura ultimati; le Case della Comunità stanno prendendo forma fisicamente ed operativamente.
La domanda spontanea è se il risultato atteso sia alla portata. Il tema è se queste strutture diventeranno realmente luoghi di integrazione ospedale-territorio, nei quali il medico di base opererà coordinandosi con un appropriato follow up per il paziente cronico e con prestazioni specialistiche-diagnostiche di base, garantendo ampie fasce orarie di apertura giornaliera e settimanale e, se vogliamo, con la garanzia per l’utenza di servizi di trasporto adeguati.
Consapevoli della difficoltà del tema, siamo moderatamente ottimisti, anche se la realtà del dibattito e delle decisioni ci dicono che c’è ancora molta strada da fare: il reperimento di risorse umane (medici, infermieri, tecnici, operatori) non può essere a discapito delle strutture ospedaliere per acuzie, la soluzione ottimale dovrebbe andare oltre alla formula del medico “a quota oraria” e, ovviamente, una profonda riconfigurazione della medicina generale non può avvenire d’imperio, prescindendo da più che comprensibili aspettative corporative e, soprattutto, a discapito della bontà del risultato finale in termini di adeguatezza della risposta per il cittadino.
C’è molta strada da fare per quella che a pieno titolo deve considerarsi una profonda riforma del sistema sanitario. Ne avvertiamo la necessità ascoltando le persone che raccontano di esperienze intrise di problemi, difficoltà e non di rado disagio individuale e familiare.