di Franco Perazza.
Salvare la sanità pubblica.
Il buon funzionamento del Servizio Sanitario pretende un incremento del suo finanziamento e la promozione di un grande piano di assunzioni di medici e infermieri per abbattere le liste di attesa e per bloccare la fuga degli operatori verso il privato. Ma non basta: serve una profonda riorganizzazione, in particolare della primary health care, che tenga conto dell’invecchiamento della popolazione, di famiglie sempre più piccole, dei progressi in campo scientifico e tecnologico legati all’ intelligenza artificiale, e dell’aumento enorme delle patologie di lunga assistenza. Questi cambiamenti richiedono una riforma complessiva che deve essere realizzata nel segno dell’equità, dell’appropriatezza, della sostenibilità. Ogni ritardo allarga spazi di interesse per il privato, danneggia la salute dei cittadini, alimenta le disuguaglianze sociali, mina la coesione sociale.
A Gorizia accadono cose.
Gorizia si sta impegnando nella difesa dei propri servizi sanitari con esiti incerti e non rassicuranti: l’Amministrazione regionale mortifica l’operatività di Urologia; non sapiamo quanto e come sopravviverà Cardiologia. Se non superiamo il dualismo mortifero con Monfalcone per trasformarlo in una forte alleanza, il graduale declino del presidio ospedaliero goriziano – e forse la sua vendita al privato – diventerà un incubo. In questo scenario di grande incertezza va accolta con soddisfazione la recente attivazione dell’Ospedale di Comunità che, assieme alla Casa della Comunità e alla COT (Centrale Operativa Territoriale), ha trovato collocazione nella sede del ex Sanatorio di via Vittorio Veneto. Questo edificio, oggetto di un’ importante ristrutturazione, è ora la sede autonoma e prestigiosa della sanità territoriale goriziana. E’ un fatto di grande valore oggettivo e simbolico per tre motivi: la sanità territoriale non è più la sorella minore di quella ospedaliera; alle persone afflitte da patologie di lunga assistenza viene riconosciuto il diritto a un luogo di cura adeguato alle loro necessità e non di risulta; gli operatori dispongono di una sede che li fa sentire a casa loro, rafforza la loro identità e riconosce il valore di chi fa sanità sul territorio, li colloca in una dimensione di pari dignità con I colleghi che lavorano negli ospedali per acuti.
La cornice di senso.
La realizzazione di queste strutture a livello nazionale, e dunque anche a livello locale, è frutto di una nuova cultura della sanità sostenuta convintamente dai partiti di centrosinistra, collegata a due principi che consideriamo fondamentali per riformare il Servizio Sanitario nel segno dell’ universalità, dell’eguaglianza e della solidarietà che ispirarono la sua nascita nel 1978.
Il primo è quello di perseguire una maggiore prossimità attraverso la realizzazione di una nuova rete di servizi territoriali – costituiti per l’appunto da Ospedale di Comunità, Casa della Comunità, COT – sapendo che non bastano le strutture fisiche, ma sono necessari investimenti in termini di risorse umane e professionali, oltre che tecnologiche.
Il secondo è quello di realizzare una vera integrazione tra sanitario e sociale per assicurare risposte adeguate alle persone con patologie di lunga durata, più fragili, con particolare riguardo alle persone anziane non autosufficienti e alle loro famiglie.
L’Ospedale di Comunità a Gorizia: un caso particolare.
L’O.d.C. è una struttura sanitaria di ricovero afferente all’assistenza territoriale con funzione intermedia tra il domicilio e il ricovero ospedaliero, e fa capo al Distretto Sanitario Alto Isontino. Opera su un bacino di utenza di 64.379 abitanti. E’ collocato nel ex Pneumologico di via V.Veneto, dove occupa un’area di 827 mq. al secondo piano dell’edificio e dispone di 20 posti letto di degenza suddivisi in: 9 stanze di degenza con due posti letto, 2 stanze di degenza singola . Opera sulle 24 h, sette gioni su sette, e articola l’attività con le unità operative ospedaliere e territoriali, offrendo assistenza medica, infermieristica e riabilitativa. Attualmente sono presenti 3 medici, 2 terapisti della riabilitazione, 1 coordinatore infermieristico, 11 infermieri, 20 OSS. I ricoveri hanno diverse finalità, tra cui: gestione clinica e trattamento, dimissioni protette e continuità della cura, recupero funzionale e riabilitazione, prevenzione delle ospedalizzazioni improprie, supporto alla fragilità e sollievo. Alcuni esempi di indicazioni all’accoglimento in O.d.C. sono: pazienti fragili con patologie croniche, con più patologie, con necessità di affiancamento, educazione e addestramento loro e dei caregiver prima di un rientro a domicilio, o che necessitano di supporto riabilitativo-rieducativo per il ripristino delle condizioni di autosufficienza e autonomia. Purtroppo sul piano delle risorse di personale la situazione si è presentata da subito deficitaria, tale da mette a rischio l’operatività della struttura. Saremo attenti e vigili senza fare sconti all’attuale Amministrazione regionale.
La sfida delle complessità.
Gli operatori degli Ospedali di Comunità devono cimentarsi con due complessità: quella clinica legata alle molteplici patologie da trattare e alla fragilità delle persone; quella organizzativa, derivante dalla necessità di integrare sanitario e sociale, che rappresenta la mission principale della struttura. Infatti il buon esito dei percorsi di cura dipende dalla capacità di tenere assieme culture, saperi, pratiche, professioni diverse – alcune provenienti dal settore sanitario, altre dal mondo dei servizi sociali, altre ancora da quello del Terzo settore – ma indispensabili alla presa in carico globale delle persone malate, alla costruzione di percorsi di cura innovativi, alla ricerca di nuove possibilità di vita realizzabili solo con risposte integrate e continuative, capaci di superare logiche episodiche e frammentate
Il valore delle persone.
Spesso ci si dimentica che il valore delle persone, la loro dignità, i loro diritti sono gli stessi sia quando nel corso della loro vita attraversano una patologia acuta – nel qual caso la risposta della sanità è pronta e adeguata – sia quando molte fragilità diventano compagne impietose della loro esistenza. E’ in questa condizione che, oltre all’agire tecnico, c’è bisogno di tempo, di ascolto, di accoglienza. Anche la bellezza del luogo della cura è un diritto essenziale, una componente della cura stessa. Per questo riconosciamo che aver realizzato a Gorizia una sede bella dove accogliere queste persone è un primo passo nella giusta direzione.
Il gioco delle parti.
Come a volte accade, chi aveva pensato questo cambio di paradigma nella sanità e aveva disposto per legge la realizzazione di queste strutture – cioè le forze politiche di centrosinistra – non ha potuto tagliare il nastro dell’inaugurazione a Gorizia. Invece chi ha tagliato il nastro lo ha dovuto fare in applicazione di leggi emanate da altri, e dunque dimostra di non preoccuparsi di garantire le risorse umane e professionali necessarie, mettendo a rischio il buon funzionamento della struttura. Conclusione: se le cose dovessero andar male sarà colpa degli operatori. Nel mezzo gli operatori: quei pochi che hanno coraggiosamente accettato la sfida e con passione, fatica, e competenza ci provano. E noi da che parte vogliamo stare?
Rigenerare.
Un edificio storico è stato rigenerato. L’intera area della città che lo ospita si appresta ad essere rigenerata. Si potrà anche rigenerarepiù facilmentela collaborazione transfrontaliera sul tema della sanità territoriale. Ora serve una rigenerazione umana – riguarda per ora Gorizia, ma interroga tutti i territori – che attraverso l’alleanza tra cittadini responsabili e operatori coraggiosi, dia vita ad una Comunità che si prende cura di chi oggi, anziano o fragile o malato cronico, patisce la cultura dello scarto,che invece dobbiamo contrastare con forza e convinzione.