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Di Redazione.

La situazione internazionale è grave, e non serve girarci attorno. I conflitti in corso, alimentati da leadership aggressive e difficilmente governabili – da Vladimir Putin a Donald Trump fino a Benjamin Netanyahu – stanno ridisegnando gli equilibri globali e scaricano i loro effetti sull’economia mondiale, colpendo quelle dei Paesi più fragili.

Tra le democrazie occidentali, l’Italia è in prima fila, esposta a ogni scossa esterna senza avere strumenti adeguati per reagire. I segnali purtroppo sono sotto gli occhi di tutti: prezzi al consumo in aumento con l’inflazione che torna a mordere, i costi dell’energia che soffocano industria e servizi e, frattempo cresce l’incertezza, il lavoro si fa più povero e meno stabile, e intere fasce della popolazione arretrano la loro condizione di vita e le speranze per il futuro.

In un contesto del genere, non basterebbe un governo “normale”: servirebbe una classe dirigente di alto profilo, capace di visione, competenza e autorevolezza. Esattamente ciò che oggi manca. Il problema non è qualche errore o una misura sbagliata. È più profondo: è una inadeguatezza diffusa, strutturale. La classe dirigente al governo nel suo complesso non sembra comprendere fino in fondo la portata della crisi, né possedere gli strumenti per affrontarla.

Alcuni ministri appaiono chiaramente fuori misura rispetto al ruolo che ricoprono, altri risultano politicamente irrilevanti. Nel complesso, non emerge una guida vera, altro che statisti come si sono autoproclamati. Non è solo un problema di qualità dei singoli, ma del loro essere ancorati a una visione ideologica, senza respiro e prospettiva. Gente che crede nel nazionalismo in un mondo globale, che sparge xenofobia, integralismo, che difende le piccole corporazioni e che vorrebbe riportare l’Italia agli anni ‘50.

Più che governare, si galleggia. Più che decidere, si rincorrono gli eventi. Più che fare si comunica in maniera aggressiva, sguaiata, raccontando spesso frottole. Se poi qualcuno solleva dei dubbi o delle critiche lo si attacca e si cerca di zittirlo.

In un contesto internazionale sempre più confuso, l’Italia si presenta senza una strategia riconoscibile, senza una linea economica chiara, senza una visione di lungo periodo. Prima con Trump e Orban, poi con l’Europa ma solo un po’, mezzo governo con Putin, tutto con Netanyahu, senza protagonismo, senza idee, immobile, conservatore e spento. L’immagine del Paese all’estero ne risente: più che prudenza, quella italiana appare ambiguità. Più che equilibrio, indecisione. Si tenta di tenere insieme tutto e il contrario di tutto, con il risultato di non incidere davvero su nulla.

Il Paese è fermo. La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, resta in piedi ma senza forza propulsiva. Si muove sospettosa, senza cambiare passo, perché non può e non sa farlo. Intanto, attorno a lei, il quadro politico si sta lentamente sgretolando.

È in questo clima che si inserisce la sensazione, sempre più diffusa, che qualcosa si stia incrinando anche dentro il centrodestra. L’effetto referendum ha lasciato segni evidenti. Dal 23 marzo si susseguono errori, inciampi, dimissioni, scivoloni, si mostrano per quello che sono: incapaci. Meloni resiste, ma manca una reazione: nessuna svolta, nessuna iniziativa capace di invertire la rotta, altroché la “pontiera” tra Europa e America come avevano proclamato i media compiacenti.

Le misure economiche sono deboli, spesso simboliche, sempre a vantaggio della loro base sociale, mai nell’interesse collettivo. Il cosiddetto “salario giusto” e gli incentivi alle assunzioni giovanili sono l’ennesima operazione di facciata. Il nodo vero – il crollo del potere d’acquisto – resta irrisolto. Senza consumi non c’è crescita, e infatti la crescita non si vede.

Fallita la pseudo riforma della giustizia, messa in archivio quella del premierato, sprofondata nell’impossibilità di realizzarsi quella,”federalista”, ora è il turno della legge elettorale, fatta non nell’interesse del Paese, della stabilità, del dare agli elettori uni steumoemto migliore per scegliere gli eletti, no, è pensata come uno strumento per restare al potere mentre i consensi calano vistosamente.

Fratelli d’Italia è bloccata, la Lega rincorre la peggiore ultra destra razzista e xenofoba, Forza Italia resta il partito espressione di un’azienda privata, tutti a difendere le proprie posizioni che a costruire un progetto comune. I sondaggi parlano chiaro: le distanze si annullano anche se non proprio per merito dell’opposizione, ma per perdita di terreno della maggioranza.

Il “campo largo”, Fronte progressista, appare appena più compatto, ma resta ancora prigioniero delle solite ambiguità: leadership incerta, linea politica, sulla politica estera in particolare, ancora confusa. Serve un salto di qualità: mettere da parte i particolarismi, costruire una piattaforma comune chiara e riconoscibile, offrire una leadership credibile. Stare dalla parte di un’Unione europea rinnovata, affrontare i grandi problemi sociali che attanagliano gli italiani. Solo così è possibile tornare a parlare a un elettorato che oggi osserva incerto, in cerca di serietà, coerenza e capacità di governo. Senza questo sforzo, ogni debolezza della maggioranza non sarà sfruttata al meglio.

Resta un punto fermo: il Quirinale. Ancora una volta, è la Presidenza della Repubblica a garantire equilibrio in un sistema che altrove vacilla. Ed è proprio per questo che non stupirebbe se, come già accaduto in altri momenti difficili della Repubblica, qualcuno lavorasse per indebolirne il ruolo. Alcune vicende recenti possono essere lette anche in questa chiave: tentativi di creare tensioni, di aprire crepe, di mettere in discussione l’ultimo argine, proprio quello che con il cosiddetto premierato la destra vorrebbe cancellare. Non sappiamo da dove partano queste operazioni. Ma l’esperienza insegna che, dietro certe campagne improvvise e certi scandali costruiti ad arte, raramente c’è solo zelo informativo. E oggi, in un Paese fragile e senza direzione, sarebbe un rischio che non possiamo permetterci.

C’è bisogno, allora, che il fronte progressista prenda in mano il suo futuro, affronti le contraddizioni e costruisca un programma da proporre agli italiani per vincere le prossime elezioni. L’alternativa è tenersi questa destra che accompagnerebbe il Paese a un inevitabile declino.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org