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Friuli ’76: la resilienza e la Resistenza

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Di Andrea Zannini.

Voglio condividere con gli amici di Apertamente una riflessione su un tema che, in questo cinquantesimo anniversario dei due terremoti del 1976, ho l’impressione che (chissà perché) sarà poco frequentato, e cioè la relazione tra l’eredità della Resistenza al nazifascismo e la capacità che i friulani, e in generale tutti gli abitanti del Friuli Venezia Giulia, seppero dimostrare nel rialzarsi dal sisma.

Vanno per la maggiore in questi giorni due altri tipi di discorsi. Il primo, ossessivamente ricorrente, centrato sulla memoria, dunque su una concezione del passato che transita quasi esclusivamente attraverso il ‘sé’: non è più una dimensione generale o collettiva ma prevalentemente individuale e soggettiva. E’ un’idea di come guardare ciò che ci sta alle spalle che si sta imponendo sempre di più, eliminando le vecchie categorie analitiche della Storia.

Il secondo discorso pubblico che va per la maggiore è quello centrato sull’identità, secondo cui la reazione eccezionale che le donne e gli uomini del Friuli hanno dimostrato in quei terribili frangenti sarebbe stata il frutto di un carattere congenito, quasi biologico del ‘popolo friulano’ (questa la locuzione normalmente usata). Siccome crediamo che le identità collettive siano costruzioni politiche, e alla fin fine non esistano se non come atto di esclusione (F. Julien, L’identità culturale non esiste, Einaudi), anche questa prospettiva ci sembra una forzatura.

Nell’affrontare il dramma di 990 morti e portare a termine in tempi ragionevoli e senza grandi sprechi di denaro pubblico la ricostruzione, i friulani diedero prova di una capacità di resilienza che è tuttora studiata in tutto il mondo come esempio (S. Grimaz, La resilienza, Forum).

Cosa si intende con il termine ‘resilienza’? Molte cose: fra le altre, due particolarmente importanti. In primo luogo, reagire attivamente ad una catastrofe – di qualsiasi tipo, anche epidemica – significa porre le basi per un futuro diverso e che permetta di affrontare meglio ulteriori difficoltà. Quando, nei mesi dopo la seconda scossa del settembre 1976, si pianificò la ricostruzione, si misero in atto una serie di accorgimenti tecnici antisismici nel riparare le abitazioni o nel costruirle ex novo che avrebbero fatto scuola. Poi, si capì subito che i finanziamenti che sarebbero arrivati (e ne arrivarono molti) dovevano non solo soccorrere chi aveva perso tutto, la casa e il lavoro, ma dovevano anche essere utili a promuovere e sostenere uno sviluppo economico che era già, nel 1976, in piena corsa, ma che correva il rischio di essere bruscamente interrotto.

In secondo luogo, una resilienza efficace deve essere adattiva, non deve cioè proporsi direttrici rigide, ma adattarsi, plasmarsi all’evolvere della situazione. Così, i progetti ottimistici che andavano per la maggiore nell’estate del 1976 (‘dalle tende alle case’) vennero presto abbandonati dopo le scosse del 15 settembre, quando si capì che la ricostruzione doveva procedere magari più lentamente ma più solidamente, su basi progettuali e costruttive più meditate e salde.

Cosa c’entra la Resistenza in tutto questo? C’entra, secondo me, eccome. La popolazione friulana aveva allora alle spalle due guerre mondiali, combattute sul proprio suolo. Distruzioni e tragedie terribili dalle quali si era sempre saputa rialzare: ognuno impegnandosi in prima persona, assumendosi rischi e responsabilità. Così era avvenuto anche, e soprattutto, durante la Resistenza al nazifascismo, il cui ricordo, nel 1976 era ben vivo; non pochi, tra i protagonisti della ricostruzione, avevano infatti conosciuto in prima persona proprio quell’esperienza. Se il Friuli, se tutta la regione dopo le scosse del 1976 ha dato dimostrazione esemplare di ‘resilienza’, lo seppe fare anche perché l’aveva già fatto trent’anni prima, con la lotta di Liberazione, sacrificando migliaia di giovani uomini e di giovani donne non solo per scacciare il nemico ma per mettere le basi per costruire un’Italia nuova, finalmente libera dal nazifascismo e repubblicana.

La straordinaria forza d’animo che fu messa in campo nel 1976 aveva molto dell’esperienza dei 20 mesi della guerra civile del 1943-45. La classe dirigente politica, amministrativa, imprenditoriale e culturale che guidò la ricostruzione con una moralità della cosa pubblica che è rimasta esemplare, e che costituisce uno dei momenti più alti della vita repubblicana del nostro Paese, aveva ben presente l’esempio di trent’anni prima, come la Zona Libera della Carnia e dell’Alto Friuli, la repubblica partigiana dove, anche per solo due settimane, fu ridata voce alla democrazia dei comuni e dei sindaci eletti per voto popolare.   

Nelle tendopoli, nei villaggi di baracche e prima ancora, nelle località di villeggiatura dove si ritrovarono nell’inverno 1976, gli sfollati seppero tenersi uniti, stare vicini a chi aveva perso qualcuno. Fu una straordinaria esperienza umana, alla quale contribuirono elementi diversi: la tradizione delle comunità di paese, l’esperienza così diffusa della solidarietà tra gli emigranti all’estero, l’energia dei giovani degli anni Settanta e la loro voglia di cambiare il mondo – fossero essi “extraparlamentari”, come si diceva allora, scout, o di Comunione e Liberazione -, la memoria indelebile della solidarietà della guerra.

Tutte le componenti della società friulana concorsero allo straordinario colpo di reni che consentì di reagire alla catastrofe. Ogni componente secondo le proprie idee e la propria visione del mondo: Glesie furlane, i preti friulani che seppero in modo insostituibile stare ‘tra’ la gente, e l’arcivescovo Battisti; i sindaci e gli amministratori che si assunsero responsabilità oggi impensabili e che dimostrarono al livello più alto cosa significa la parola ‘politica’; imprenditori, lavoratrici e lavoratori, sindacalisti i quali seppero, ognuno per la sua parte, portare il contributo alla rinascita del lavoro e dello sviluppo. Una diversità di idee e di posizioni anche politiche che però seppero concorrere unite ad un obiettivo comune: rimboccarsi le maniche, pensare alle prossime generazioni, costruire il futuro.

Tra le tante letture del ‘mito’ del terremoto, non è forse un caso che in questi tempi l’esempio costituito dalla lotta di Liberazione tenda ad essere dimenticato. Così non deve essere.

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