Di Stefano Pizzin.
Quando lo Stato resta solo sulla cartina
Esiste un genere letterario, nel giornalismo internazionale, che potremmo chiamare il necrologio degli Stati. Si tratta di quei pezzi che descrivono il collasso di un Paese con la stessa asettica scientificità con cui uno zoologo descrive l’estinzione di una specie. Lo Yemen è diventato, negli ultimi anni, il caso-studio per eccellenza di questo genere: uno «Stato fallito», secondo la definizione canonica, ovvero un’entità politica incapace di esercitare il monopolio legittimo della forza sul proprio territorio, di fornire servizi minimi alla popolazione, di riscuotere tasse, di avere una burocrazia che funzioni. Il Fragile States Index lo colloca sistematicamente tra i primi dieci paesi al mondo per instabilità strutturale e Nazioni Unite parlano della «peggior crisi umanitaria del pianeta».
Robert D. Kaplan, nel suo The Revenge of Geography (2012), scriveva che la geografia non mente: i paesi che occupano terreni impossibili tendono a produrre Stati impossibili. Lo Yemen è un altopiano vulcanico circondato da deserti, con una costa meridionale affacciata sul Golfo di Aden e un entroterra che cambia morfologia ogni cinquanta chilometri. Non è un Paese, nel senso moderno: è una sovrapposizione di ecosistemi umani che parlano dialetti diversi, obbediscono a logiche tribali diverse, e che la storia del Novecento ha cercato — con scarso successo — di inscatolare in una forma-Stato.
L’Arabia Felix
Prima di diventare sinonimo di catastrofe, lo Yemen era una leggenda. Gli antichi lo chiamavano Arabia Felix — l’Arabia felice — in contrasto con l’Arabia Deserta e l’Arabia Petraea dei territori settentrionali. Era la terra dell’incenso e della mirra, del caffè (il qahwa yemenita è tra i più antichi al mondo), delle spezie che transitavano lungo le rotte carovaniere verso il Mediterraneo e verso l’India. Era, soprattutto, la terra del regno di Saba. La regina di Saba — Bilqīs, nella tradizione islamica — è una delle figure più seducenti dell’immaginario abramitico. Il Corano le dedica una sura intera, la Bibbia la descrive nell’incontro con Salomone, la tradizione etiopica la fa madre di Menelik I, capostipite della dinastia salomonide. Storicamente, il regno sabeo ha dominato l’Arabia meridionale tra il X e il II secolo a.C., costruendo dighe monumentali — come la celebre diga di Marib, che irrigava decine di migliaia di ettari — e controllando le rotte commerciali che collegavano l’Africa orientale alla Mesopotamia. Sanaa, che oggi conosciamo come capitale di un Paese in guerra perenne, è una delle città abitate più antiche del mondo. La sua medina è un capolavoro di architettura: torri di pietra calcarea e alabastro, finestre con pannelli di gesso traforato, una verticalità improbabile che sembra voler sfidare l’aridità del suolo. L’Unesco l’ha dichiarata Patrimonio dell’Umanità nel 1986; nel 2015 l’aviazione saudita ne ha bombardato i quartieri storici.
Questa distanza tra il mito e la realtà presente — tra l’Arabia Felix e il paese più povero del Medio Oriente — è il risultato di secoli di marginalizzazione, di risorse esaurite e mal distribuite, di una posizione geografica che ha smesso di essere un vantaggio commerciale nel momento in cui le rotte marittime hanno spostato i commerci altrove. Lo Yemen ha pagato il prezzo di essere stato troppo ricco di storia e troppo povero di petrolio rispetto ai vicini.
Tribù, imam e colonialismo
Per capire lo Yemen contemporaneo bisogna capire la sua struttura sociale fondata sul tribalismo, rimasta sorprendentemente stabile attraverso i secoli. Le tribù — organizzate in confederazioni, la più importante delle quali è la Hashid a nord, seguita dalla Bakil — non sono vestigia del passato: sono le unità politiche fondamentali, quelle che raccolgono le fedeltà reali, che regolano i conflitti, che distribuiscono risorse. Qualunque Stato yemenita ha dovuto fare i conti con questo dato strutturale.
Il nord dello Yemen ha conosciuto, per secoli, il dominio degli imam zayditi — una branca dello sciismo, minoritaria nel mondo islamico, che aveva trovato in queste montagne inaccessibili la sua roccaforte. Il regno zaydita è durato, con interruzioni, dal IX secolo al 1962: un record di longevità istituzionale che nessun altro regime del Medio Oriente può vantare. Il suo segreto era semplice: non cercava di governare troppo. Lasciava alle tribù i loro affari interni, si accontentava di un’autorità simbolica e religiosa, e interveniva solo quando necessario. Era un Medioevo funzionale — una soluzione pragmatica a un problema insolubile. Il sud aveva una storia diversa. Aden, porto naturale straordinario all’imbocco del Mar Rosso, era diventata nel 1839 una colonia britannica. Gli inglesi avevano capito immediatamente il valore strategico di quella posizione: controllare Aden significava controllare la rotta verso l’India, poi verso il Canale di Suez, e avevano trasformato la città in uno dei porti più attivi del mondo, costruito una raffineria, importato manodopera indiana e somala, creato una città cosmopolita e mercantile che aveva poco a che fare con l’entroterra tribale che la circondava. Questa doppia eredità — il regno religioso e montanaro del nord, il porto coloniale del sud — avrebbe pesato su tutto il resto. Le due metà dello Yemen non solo avevano storie diverse: avevano identità, economie, classi dirigenti diverse. Chiedere loro di costruire insieme uno Stato coerente era un rompicapo che ancora oggi non ha trovato soluzione.
Le due repubbliche
Il 1962 è l’anno in cui il Novecento arriva, con tutto il suo bagaglio ideologico, nello Yemen del nord. Un colpo di Stato militare rovescia l’imam Muhammad al-Badr e proclama la Repubblica Araba dello Yemen. I golpisti sono ufficiali nasseriani, ispirati dal modello egiziano, convinti che la modernizzazione passi attraverso lo Stato forte, l’esercito, il socialismo arabista. L’imam si rifugia sulle montagne e chiama le tribù alla resistenza. Nasser manda truppe e bombardieri. L’Arabia Saudita finanzia i lealisti. Quello che comincia come un colpo di Stato diventa sia una guerra civile che una guerra tra Paesi stranieri (Egitto e Arabia Saudita) che usarono lo Yemen come campo di battaglia. Durerà otto anni, farà decine di migliaia di morti e sarà solo il primo capitolo di una storia che si ripete con stanca regolarità.
Nel frattempo, nel 1967, gli inglesi abbandonano Aden e il sud proclama l’indipendenza. Il regime che prende il potere è di sinistra radicale: la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen (PDRY) diventa, nel 1970, l’unico stato marxista-leninista della storia araba. Nazionalizza le imprese, collettivizza le terre, lancia programmi di alfabetizzazione, emancipa (parzialmente) le donne, importa consiglieri sovietici e cubani. Aden ospita le sedi di decine di movimenti rivoluzionari — i palestinesi dell’OLP, i nazionalisti eritrei, i marxisti omaniti del Dhofar, i militanti della Baader-Meinhof che vengono ad addestrarsi. Lo Yemen è il classico Stato comunista con un tocco di esotico: polizia segreta, scontri tra fazioni del partito, pochi beni di consumo, ma anche un po’ di scuole e ospedali sgangherati ma per tutti, un Paese arabo che guarda a Mosca più che alla Mecca.
I due Yemen si combattono, si odiano, si guardano dall’altra parte del confine con diffidenza reciproca. Ci sono brevi guerre (1972, 1979), tentativi di unificazione falliti, attentati incrociati. La guerra fredda li usa come pedine: il nord finanziato dagli americani e dai sauditi, il sud finanziato dai sovietici e dai cubani. Quando la guerra fredda finisce, le pedine si trovano improvvisamente senza giocatori.
Il 1989-1991 è uno spartiacque globale, ma per lo Yemen lo è in modo peculiare. Il crollo del campo socialista priva il sud del suo principale sostegno esterno. L’Unione Sovietica aveva tenuto in piedi l’economia della PDRY con sussidi massicci; senza quei sussidi, il regime sudista implode in pochi mesi, prima economicamente, poi politicamente. Ali Salim al-Beidh, il segretario generale del partito yemenita del sud, capisce che la sopravvivenza passa per l’unificazione con il nord. Il presidente del nord, Ali Abdullah Saleh, è d’accordo — per ragioni diverse, che includono il controllo delle modeste riserve petrolifere scoperte nel sud.
L’unificazione che era un’annessione
Il 22 maggio 1990, i due Yemen si unificano. Sulla carta, è un processo di fusione tra pari: due stati sovrani che decidono di diventare uno. Nella realtà, è una storia diversa. Ali Abdullah Saleh, che governa il nord dal 1978, non è un uomo abituato a condividere il potere. Ha costruito il suo regime su una rete di clientelismo tribale, corruzione istituzionalizzata e equilibri sapientemente mantenuti tra esercito, tribù e partiti. Una volta descrisse la sua arte di governo come «danzare sulle teste dei serpenti» — una metafora che dice tutto sulla natura del sistema che aveva costruito. L’unificazione fu, nei fatti, l’assorbimento del sud da parte del nord. Gli ufficiali dell’esercito sudista vennero degradati o messi in pensione. Le proprietà nazionalizzate dalla PDRY vennero restituite — ma non ai precedenti proprietari, a funzionari nordisti. Le élite sudiste si trovarono progressivamente escluse dai centri di potere della nuova repubblica. Le promesse di una fusione paritaria si dissolsero nell’arco di pochi anni.
Nel 1994, le tensioni esplosero in guerra aperta. Al-Beidh e i leader sudisti proclamarono l’indipendenza della «Repubblica Democratica dello Yemen». La guerra durò due mesi: l’esercito del nord, con l’appoggio di milizie islamiste che Saleh aveva coltivato come contrappeso ai socialisti del sud, schiacciò la secessione. Aden fu presa d’assalto. I leader sudisti fuggirono all’estero, ma la sconfitta del 1994 non risolse nulla: semplicemente seppellì le contraddizioni sotto uno strato di autoritarismo e il sud continuò a covare un risentimento profondo, che si sarebbe manifestato, vent’anni dopo, in una nuova forma di separatismo — questa volta con sponde regionali molto più potenti.
Saleh, il danzatore sulle teste dei serpenti
Ali Abdullah Saleh governa lo Yemen unificato dal 1990 al 2012 (era al potere nel nord dal 1978). È uno dei personaggi più affascinanti e ripugnanti della storia mediorientale recente: un politico di straordinaria abilità tattica, ma completamente privo di visione strategica, capace di sopravvivere a colpi di Stato, guerre, attentati e pressioni internazionali con la flessibilità di un giocatore di scacchi che non si fa mai mettere in scacco perché sposta continuamente i pezzi — spregiudicato fino al midollo, senza ideologia, solo potere per il potere.
Il suo Yemen è un Paese armato fino al midollo. Le stime collocano lo Yemen tra le nazioni con il più alto tasso di armi per abitante — si parla di circa sessanta milioni di armi per una popolazione di venticinque milioni di persone. Le armi sono parte integrante della cultura yemenita, specialmente nel nord. Le tribù armano i propri uomini come forma di assicurazione contro uno Stato che non offre protezione credibile. Le famiglie conservano i Kalashnikov come altri conservano i mobili di famiglia. Si va armati a fare la spesa, si festeggiano i compleanni e i matrimoni con una bella raffica di mitra. L’esercito stesso è uno strumento di arricchimento personale, non di sicurezza nazionale. Saleh usa questa militarizzazione in modo consapevole. Distribuisce armi alle tribù alleate, fa circolare il denaro delle rendite petrolifere attraverso reti clientelari, gioca le fazioni le une contro le altre. Negli anni ’90 tornano nel Paese centinaia di «arabi afghani», yemeniti che avevano combattuto in Afghanistan contro i sovietici, e con loro si insedia al-Qaeda. Saleh non la combatte: la controlla, o almeno finge di farlo. Dopo l’11 settembre, vende la cooperazione antiterrorismo agli americani in cambio di finanziamenti militari e copertura diplomatica: un ricattatore di Stato e pure molto bravo.
L’economia, intanto, collassa. Le riserve petrolifere si esauriscono rapidamente — lo Yemen non ha mai avuto le risorse dell’Arabia Saudita o degli Emirati, e quelle che ha vengono saccheggiate dalla classe dirigente. La crescita demografica è tra le più alte del mondo arabo: la popolazione raddoppia tra il 1990 e il 2010. L’acqua scarseggia — Sanaa rischia di diventare la prima capitale mondiale a esaurire le falde acquifere. La disoccupazione giovanile supera il quaranta per cento. Il qat — le foglie di una pianta usate come un narcotico mite e legale che gli yemeniti masticano in quantità industriali — assorbe il trenta per cento del reddito familiare medio. È un Paese che si droga per sopportare se stesso. Non c’è industria, l’agricoltura è quasi di sussistenza, il turismo è appannaggio di pochi appassionati di esperienze estreme che raggiungono l’isola di Socotra; insomma non c’è quasi niente, tranne la miseria.
Demografia e religione in un intricato guazzabuglio
Vale la pena fermarsi un momento sulla composizione demografica e religiosa dello Yemen, perché è uno degli elementi più complicati della crisi attuale. Lo Yemen non è un paese sciita che combatte contro sunniti, né viceversa — anche se questa è la narrazione che Arabia Saudita e Iran hanno interesse a diffondere. La maggioranza della popolazione è sunnita di rito sciafeita — circa il sessantacinque per cento. Gli zayditi, che sono la base sociale degli Houthi, rappresentano circa il trenta per cento e sono concentrati nel nord-ovest, nelle province di Saada e dintorni. La distinzione tra sunniti sciafeiti e zayditi è storicamente meno radicale di quanto le analisi geopolitiche suggeriscano e le due comunità hanno convissuto per secoli senza conflitti sistematici. L’acuirsi della frattura religiosa è un prodotto recente, alimentato deliberatamente dall’influenza saudita a sud (che ha portato il wahabismo nelle madrasse yemenite) e dall’influenza iraniana a nord (che ha radicalizzato parti del movimento zaydita).
C’è poi il problema dell’identità sudista — che non è religiosa ma geografica, storica, politica. I sudisti (spesso chiamati «hirakis», dal nome del movimento di protesta al-Hirak al-Janoubi) non si definiscono in termini religiosi ma in termini di oppressione postcoloniale interna: sono quelli che hanno subito l’unificazione e perso la guerra del 1994, che hanno visto le loro terre espropriate, i loro ufficiali degradati, le loro città trattate come territorio occupato. Il loro separatismo assomiglia più al nazionalismo corso o basco che al settarismo religioso.
E poi ci sono le tribù — che tagliano trasversalmente tutte le altre identità, si alleano con chiunque offra di più, cambiano schieramento quando conviene, e rappresentano la variabile più imprevedibile di un sistema già caotico.
La primavera araba e il grande equivoco
Nel 2011, la primavera araba arriva anche nello Yemen — e qui, come altrove, si rivela un’illusione tragica. Le piazze di Sanaa si riempiono di giovani, donne, intellettuali, attivisti: chiedono la fine del regime di Saleh, riforme democratiche, un futuro diverso. È un momento di autentica energia popolare — uno di quelli in cui si crede, per qualche mese, che la storia possa davvero cambiare direzione. Il problema è che le rivoluzioni non si vincono con l’entusiasmo, si vincono con l’organizzazione, e lo Yemen del 2011 non aveva una struttura politica capace di trasformare la protesta in governo alternativo. I partiti di opposizione — dal nasserista Partito Socialista yemenita (sopravvissuto come forza sudista) al partito islamista al-Islah, costola yemenita della Fratellanza Musulmana — erano frammentati, divisi, incapaci di coordinarsi su un programma comune e Saleh, ancora una volta, giocò bene le sue carte. Sopravvisse per mesi alle pressioni interne e internazionali, cedette solo quando ci fu la garanzia di immunità offerta dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (un accordo mediato dai sauditi che garantiva a Saleh e ai suoi collaboratori di non essere processati); lasciò il potere formalmente al suo vice, Abd Rabbuh Mansur Hadi — un generale anonimo e mediocre, yemenita del sud, che i sauditi consideravano abbastanza malleabile da essere il loro uomo a Sanaa.
Il processo di transizione che seguì — una conferenza nazionale del dialogo, durata anni, che cercò di riscrivere la costituzione e riorganizzare lo Stato — era nel contempo l’esperimento politico più ambizioso mai tentato in Yemen e, a posteriori, un esercizio di costruzione di cattedrali nel deserto. Mentre gli intellettuali discutevano di federalismo e diritti civili, Saleh tramava il suo ritorno alleandosi con i suoi ex nemici giurati — gli Houthi — e le crisi strutturali del paese continuavano ad aggravarsi.
Gli Houthi
Gli Houthi prendono il nome da Hussein Badr al-Din al-Houthi, predicatore zaydita di Saada che negli anni Novanta fondò un movimento di rinascita religiosa e culturale chiamato Ansar Allah («Sostenitori di Dio»). Le origini del movimento non erano jihadiste né particolarmente aggressive: era una risposta alla penetrazione del wahabismo, un tentativo di riaffermare un’identità religiosa che si sentiva minacciata. Quando Hussein al-Houthi fu ucciso dall’esercito di Saleh nel 2004, il movimento assunse una dimensione insurrezionale che non aveva avuto in precedenza. Tra il 2004 e il 2010, ci furono sei «guerre di Saada» — sei cicli di scontri tra l’esercito yemenita e i guerriglieri houthi nelle montagne del nord-ovest. Ogni ciclo finiva in una tregua che nessuno rispettava, ogni tregua lasciava il movimento più radicato nel territorio e più esperto militarmente. I sauditi intervennero direttamente nel 2009, con un’operazione militare che si concluse in modo per loro umiliante: i soldati sauditi si fecero respingere da guerriglieri mal armati e ancora peggio finanziati.
La svolta arrivò nel 2014-2015, con una rapidità che colse tutti di sorpresa. Approfittando del caos post-primavera araba, della debolezza del governo Hadi, e dell’alleanza tattica con Saleh (che controllava ancora ampie parti dell’esercito), gli Houthi avanzarono dal nord verso Sanaa. Nel settembre 2014 presero la capitale. Nel gennaio 2015 misero agli arresti domiciliari il presidente Hadi che riuscì a fuggire ad Aden e poi in Arabia Saudita. Saleh, che aveva consegnato lo Yemen agli Houthi pensando di usarli per tornare al potere, pagò il suo errore di calcolo nel 2017, quando i suoi alleati lo uccisero e smise di ballare sulle teste dei serpenti. Il motto degli Houthi era diventato: «Dio è grande, morte all’America, morte a Israele, maledizione sugli ebrei, vittoria per l’Islam»; uno dei manifesti retorici più kitsch della geopolitica contemporanea: una compilation di slogan khomeinisti che segnala l’influenza iraniana senza riflettere l’identità di un movimento che ha radici molto più locali e molto più complesse di quanto la propaganda saudita (e quella houthi stessa) suggerisca.
La guerra saudita
Il 26 marzo 2015, l’Arabia Saudita lanciò l’Operazione Tempesta Decisiva — un nome che, come spesso accade con i nomi delle operazioni militari, era ironicamente lontano dalla realtà. Una coalizione di Paesi arabi guidata da Riyadh, con l’appoggio logistico e di intelligence degli Stati Uniti e del Regno Unito, iniziò a bombardare lo Yemen con l’obiettivo dichiarato di «ripristinare il governo legittimo» di Hadi e di sconfiggere gli Houthi. Quasi dieci anni dopo, il governo Hadi non è stato riportato al potere, gli Houthi controllano ancora il nord e ovest del paese inclusa la capitale, e lo Yemen è ridotto a un cimitero. I bombardamenti sauditi hanno colpito ospedali, mercati, matrimoni, funerali, scuole, infrastrutture idriche, in una combinazione di intelligence scarsa, armi imprecise acquistate dagli americani e usate senza un addestramento adeguato e una cultura militare che confonde la potenza di fuoco con l’efficacia strategica. Il bilancio delle vittime, secondo le stime dell’ONU, supera le trecentocinquantamila persone — tra morti diretti dei combattimenti e indiretti per malattie, fame, collasso sanitario. L’Arabia Saudita ha anche imposto un blocco navale e aereo che ha aggravato la crisi umanitaria in modo sistematico. Lo Yemen importa il novanta per cento del suo cibo: bloccare le importazioni significa usare la fame come arma. Human Rights Watch e Amnesty International hanno documentato crimini di guerra in abbondanza — da entrambe le parti — perché gli Houthi non sono vittime innocenti: hanno usato mine antiuomo, bombardato città, reclutato bambini soldato, torturato prigionieri.
Il punto è che la guerra saudita non ha mai avuto una strategia coerente oltre alla distruzione. Il principe Mohammed bin Salman, che aveva trentaquattro anni quando la lanciò, la usò per consolidare il proprio potere interno come uomo forte capace di «difendere» l’Arabia dalle minacce iraniane. Bin Salman ha trasformato lo Yemen nel suo Afghanistan personale — una guerra che non può vincere e che non può permettersi di perdere, che si trascina in un equilibrio di impotenza reciproca. L’Iran, dal canto suo, ha giocato con diabolica intelligenza tattica: ha fornito agli Houthi missili balistici e droni, ha offerto formazione e consiglieri, ha usato il Paese come fronte di logoramento saudita a basso costo ma non ha mai investito abbastanza da vincere la guerra: a Teheran preferiscono gestire una guerra permanente invece che cercare la pace. La prima permette a pasdaran e ayatollah di mantenere il potere, la seconda darebbe troppo spazio a chi chiede libertà e giustizia.
Gli Emirati e il ritorno del sud
Mentre i sauditi bombardavano il nord, gli Emirati Arabi Uniti — formalmente parte della stessa coalizione — perseguivano obiettivi completamente diversi nel sud. Abu Dhabi non è interessata a ripristinare il governo di Hadi, è interessata a controllare i porti yemeniti e a creare una presenza militare duratura nel Golfo di Aden; per fare ciò ha favorito la rinascita del movimento separatista sudista.
Il Consiglio di Transizione del Sud (STC) — fondato nel 2017, finanziato e armato dagli Emirati — è la rinascita del separatismo sudista in forma aggiornata. Non è più il marxismo della PDRY: è un nazionalismo pragmatico che guarda ad Abu Dhabi come protettore e che chiede l’indipendenza non in nome di un’ideologia ma in nome di un risentimento storico che, come si è visto, ha radici profonde.
Ed ecco la situazione: l’Arabia Saudita e gli Emirati sono formalmente alleati nella stessa coalizione contro gli Houthi, ma de facto perseguono strategie incompatibili. I sauditi vogliono uno Yemen unificato e debole, governato da un governo compiacente. Gli emiratini vogliono un sud indipendente o autonomo che controlli i porti strategici. Ci sono stati scontri armati diretti tra forze fedeli a Hadi (saudita) e forze dell’STC (emiratino). Nel frattempo gli Houthi rafforzavano le loro roccaforti e Aden — la capitale nominale del governo riconosciuto internazionalmente — è divisa tra fazioni che si combattono per il controllo dei quartieri. Non è uno Stato: è una mappa di milizie, il campo di battaglia di Arabia Saudita, Iran ed Emirati, intenti a farsi la guerra sulla pelle degli yemeniti.
Il futuro senza futuro
Oggi lo Yemen è diviso de facto in almeno tre entità: il nord-ovest controllato dagli Houthi (con Sanaa), il sud controllato dall’STC con il sostegno emiratino, e alcune aree orientali dove il governo Hadi — ora tecnicamente rimpiazzato da un Consiglio di Leadership Presidenziale formato nel 2022 sotto pressione saudita — mantiene una presenza nominale. C’è anche Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), che ha usato il caos per consolidare il proprio controllo di alcune province rurali, e una cellula dell’ISIS che compete con AQAP per la leadership dell’islamismo più fanatico e violento.
Nel 2023 è stato firmato un accordo di normalizzazione saudita-iraniana mediato dalla Cina, che ha portato a negoziati di pace in Yemen e a un fragile cessate il fuoco. Gli Houthi hanno accettato pause nei combattimenti e per alcuni mesi si è parlato di una possibile soluzione politica. Poi gli Houthi hanno iniziato ad attaccare le navi nel Mar Rosso in risposta alla guerra di Gaza — una mossa che ha riportato la crisi yemenita sotto i riflettori internazionali con una nuova dimensione geopolitica, quella degli attacchi alle rotte commerciali globali e che ha provocato raid americani e britannici sul territorio yemenita. La pace era stata, come quasi sempre nello Yemen, un’illusione provvisoria. Nel maggio 2025, un accordo informale tra gli Houthi e l’amministrazione Trump aveva messo fine agli attacchi nel Mar Rosso contro le navi commerciali — una tregua funzionale, pragmatica, che nessuna delle due parti aveva interesse a pubblicizzare troppo. Per qualche mese lo Yemen era tornato nell’ombra. La quiete, però, era solo la superficie di un sistema che continuava a deteriorarsi in profondità.
Il 28 febbraio 2026, tutto cambia di nuovo. Israele e gli Stati Uniti lanciano un attacco congiunto contro l’Iran, colpendo siti nucleari e complessi militari mentre erano in corso nuovi round di negoziati sul programma nucleare iraniano. È la seconda guerra aperta tra Israele e Iran in meno di un anno — la prima, la cosiddetta «Guerra dei 12 giorni», si era consumata nel giugno 2025. L’Iran risponde con missili e droni contro Israele, le basi americane nella regione, e — in un’escalation che nessuno aveva previsto nelle sue dimensioni — contro i paesi del Golfo, compresi Emirati, Qatar, Arabia Saudita e Kuwait. Lo Stretto di Hormuz viene dichiarato sotto «controllo iraniano» per alcuni giorni, con effetti immediati sui prezzi globali dell’energia. Per gli Houthi, il momento è delicato. L’Iran è il loro protettore storico, il fornitore di missili e droni, il quadro ideologico entro cui si muovono, ma la loro popolazione è allo stremo — carestia, collasso economico, anni di bombardamenti — e una guerra combattuta apertamente per Teheran non avrebbe lo stesso consenso popolare degli attacchi condotti «in solidarietà con Gaza». Per settimane si muovono con inusuale cautela, poi, a fine marzo 2026, riprendono i lanci di missili balistici contro Israele; ma il Mar Rosso è il loro vero strumento efficace di pressione. Al momento si limitano a minacciare di colpire le navi che lo attraversano, ma fino a quando le minacce resteranno tali senza trasformarsi in realtà? Oggi Hormuz è bloccato da americani e iraniani: se gli Houthi si mettessero a bloccare il Mar Rosso, e quindi Suez, potrebbe ribaltarsi l’economia globale.
Per lo Yemen, l’ingresso nella nuova guerra regionale non cambia la sostanza delle cose: le cambia solo la cornice. Il Paese che era già un campo di battaglia diventa uno dei nodi di un conflitto che ora si estende dall’Iran a Israele, dal Golfo Persico al Mar Rosso, con la Casa Bianca di Trump che alterna minacce militari e aperture diplomatiche con la coerenza di chi non ha una strategia ma un’agenda psicotica. Gli Houthi bombardano Israele, gli americani bombardano gli Houthi, e nel mezzo ci sono diciotto milioni di yemeniti in condizione di insicurezza alimentare che non interessano a nessuno. C’è assai poco ottimismo sul futuro del Paese, anzi, non lo si vede proprio un futuro: le condizioni per una pace duratura richiederebbero che la guerra tra Iran e Israele si concludesse con un assetto regionale stabile, che gli Houthi smettessero di essere una pedina di Teheran, che l’Arabia Saudita rinunciasse a voler colonizzare il Paese, che gli Emirati rinunciassero alle loro ambizioni nel sud, e che le élite yemenite mettessero l’interesse del Paese davanti a quello delle proprie fazioni, tutte condizioni che oggi sono impossibili da realizzare.
Forse la cosa più appropriata da dire è questa: lo Yemen insegna che la categoria di «Stato fallito» non descrive un’anomalia, ma un esito. Se per Kaplan la geografia non mente, essa però non bombarda gli ospedali, non blocca le importazioni di grano, non firma accordi di immunità per dittatori; quella è roba fatta dagli uomini e la disintegrazione dello Stato non è l’esito determinato da una posizione geografica ma il risultato di scelte precise — interne ed esterne, antiche e contemporanee — che si sono accumulate fino al collasso del sistema. Non è un caso fortuito, non è una maledizione geografica, è il risultato di politiche sbagliate, di avidità sistematica, di interventi esterni irresponsabili e di una comunità internazionale che ha scelto, con lucida coerenza, di non fare nulla di efficace.
Nel frattempo, i bambini di Sanaa crescono tra le rovine di una medina che era patrimonio dell’umanità e continuano a masticare qat come hanno sempre fatto i loro padri, ed è l’unico modo che conoscono per tollerare il loro presente.