Di Stefano Pizzin.
Il solito pasticcio post-coloniale tra petrolio, sangue e potenze straniere
La civiltà occidentale è nata da quelle parti: tra il Tigri e l’Eufrate, la Mezzaluna fertile, le prime città, l’invenzione della scrittura, dove la nostra storia è cominciata. Uruk, Ur, Babilonia, i Sumeri — nomi che suonano come un’eco lontanissima, quasi mitologica, eppure concreti: erano agglomerati urbani, amministrazioni, archivi, codici di legge, mentre i nostri antenati europei vagavano ancora nelle foreste. Facciamo un balzo in avanti, alla fine dell’Impero ottomano — e il salto è già abissale, perché quello che troviamo non è una nazione, ma uno spazio che qualcuno, senza saperne un granché, si mette dividere.
Quando l’Impero ottomano collassa dopo la Prima guerra mondiale, le potenze vincitrici si siedono attorno a un tavolo — con la consueta modestia dei colonizzatori — e dividono il Medio Oriente come fosse una torta. L’accordo Sykes-Picot del 1916 è il documento-crimine per eccellenza della storia moderna: due burocrati, un britannico e un francese, tracciano linee su una mappa ignorando etnie, tribù, confessioni religiose, geografie umane sedimentate da secoli. Il risultato è il Medio Oriente che conosciamo — e che brucia ancora.
L’Iraq nasce così, per decreto britannico, nel 1920, come mandato della Società delle Nazioni affidato a Londra. Tre province ottomane vengono cucite insieme: Mosul al nord, Baghdad al centro, Bassora al sud. Sono mondi diversi, tenuti insieme da un filo sottilissimo — quello della convenienza imperiale. I britannici mettono sul trono Faysal I, figlio dello sceriffo della Mecca, un uomo che non aveva mai messo piede in Iraq prima di diventarne re. La monarchia hashemita è, nei suoi fondamenti, un’importazione.
La composizione del nuovo Stato è una polveriera che nessuno vuole vedere. Gli arabi sciiti sono la maggioranza — circa il sessanta per cento della popolazione — concentrati nel centro-sud, nella terra santa di Najaf e Karbala, luoghi cardine della teologia e della memoria sciita. Gli arabi sunniti, minoranza demografica ma élite storica e amministrativa, controllano l’apparato statale e l’esercito. I curdi — dieci, forse quindici per cento — sono un popolo senza Stato che abitava queste montagne molto prima che qualcuno inventasse l’Iraq: monoteisti, con una lingua propria (il kurmanji e il sorani), una cultura distinta, e un sogno nazionale sistematicamente tradito da tutti — turchi, iraniani, iracheni, e in ultima analisi anche dagli americani che li useranno come pedine e poi li abbandoneranno due volte in cinquant’anni. Ci sono poi le minoranze: cristiani caldei e assiri (discendenti diretti delle prime comunità cristiane, oggi quasi scomparsi), turkmeni, yazidi. Un mosaico che richiede diplomazia, pazienza, istituzioni solide. Quello che si ottiene, invece, è una successione di dittature.
L’indipendenza formale arriva nel 1932, quando l’Iraq entra nella Società delle Nazioni. La monarchia sopravvive fino al 1958. Poi inizia la stagione dei colpi di stato — e qui bisogna essere precisi, perché in Iraq non ci sono stati semplici avvicendamenti al potere: ci sono stati colpi di stato dentro i colpi di stato, tradimenti dentro i tradimenti, con una velocità che lascia storditi.
Quando l’esercito era l’unico partito che contava
Il 14 luglio 1958 è una data che in Iraq nessuno dimentica: il generale Abd al-Karim Qasim guida un colpo di stato che abbatte la monarchia e proclama la repubblica. Il re Faysal II viene ucciso. Lo zio, il principe Abd al-Ilah, viene linciato per strada. È una rivoluzione brutale, ma porta con sé un’energia genuinamente popolare: Qasim è nazionalista, ha simpatie socialiste, distribuisce terre ai contadini, porta l’Iraq fuori dal Patto di Baghdad, una alleanza politica e militare e antisovietica nata durante la Guerra Fredda tra Iraq, Turchia, Gran Bretagna, Iran e Pakistan. Dura fino al 1963, quando viene rovesciato — e ucciso — da un golpe promosso dagli ufficiali baathisti con il sostegno, neanche troppo nascosto, della CIA, che vedeva in lui un pericoloso simpatizzante comunista.
Il Partito Baath — acronimo di Ba’ath, «rinascita» in arabo — è uno dei fenomeni politici più interessanti e, al tempo stesso, più devastanti del Novecento arabo. Fondato in Siria negli anni Quaranta da Michel Aflaq e Salah al-Din al-Bitar, è un partito nazionalista arabo, laico, con forti coloriture socialiste: vuole l’unità del mondo arabo, rifiuta l’imperialismo occidentale e il sionismo, promuove una modernizzazione dall’alto. Sulla carta, è quasi progressista. Nella pratica, diventa lo strumento di regimi tra i più feroci del secolo. Vale la pena fermarsi sulla differenza tra il Baath siriano e quello iracheno, perché è sostanziale e viene spesso ignorata. In Siria, il partito è dominato fin dagli anni Sessanta dalla minoranza alawita — una corrente dell’islam sciita che rappresenta circa il dodici per cento della popolazione — con Hafez al-Assad che costruisce un sistema in cui la sua comunità controlla esercito e servizi segreti mentre governa su una maggioranza sunnita. Una minoranza che domina la maggioranza attraverso un apparato di terrore: questa è la struttura del potere siriano. In Iraq, la dinamica si inverte: sono i sunniti, minoranza demografica, a utilizzare il Baath per controllare la maggioranza sciita e quella curda. Stesso partito, stessa retorica nazionalista panaraba, struttura del potere speculare. Aflaq stesso, dopo essere stato emarginato dai siriani, si trasferisce a Baghdad, dove muore nel 1989 venendo celebrato come padre fondatore da Saddam Hussein — che aveva appena sterminato buona parte del partito. Per andare al sodo, insomma, i due partiti, dallo stesso nome e ideologia si odiavano a morte perché perseguivano gli interessi propri degli Assad a Damasco e di Saddam Hussein a Baghdad.
Il Baath arriva dunque al potere in Iraq nel 1963, e lo perde nello stesso anno, per riprenderlo nel 1968 con un colpo di stato che questa volta si rivela definitivo. Tra i protagonisti del golpe c’è un giovane funzionario del partito, già noto per la sua spietatezza nei servizi di sicurezza: Saddam Hussein. Formalmente vicesegretario del partito, sostanzialmente il vero centro del potere fin dall’inizio. Nel 1979 diventa presidente — dopo aver fatto arrestare e uccidere buona parte del Consiglio del Comando della Rivoluzione in un’assemblea che rimane uno dei momenti più agghiaccianti della storia politica moderna. Saddam legge i nomi degli «traditori», e mentre li chiama uno per uno, le guardie li trascinano fuori dall’aula e i sopravvissuti applaudono.
Il petrolio e la guerra
L’Iraq è seduto su una delle più grandi riserve petrolifere del pianeta: secondo alcune stime, la terza o quarta al mondo, concentrate soprattutto nel sud sciita e nel nord curdo — una distribuzione geografica che non è geograficamente neutra, perché lascia la regione sunnita centrale, il cuore del potere baathista, relativamente povera di questa ricchezza. La nazionalizzazione del petrolio nel 1972 è una delle mosse che consolida il consenso popolare di Saddam: gli iracheni vedono finalmente i proventi del loro sottosuolo finire nelle casse dello Stato piuttosto che in quelle delle compagnie occidentali. Con i proventi del boom petrolifero degli anni Settanta, Saddam finanzia infrastrutture, istruzione, sanità — l’Iraq di quel decennio ha uno dei sistemi sanitari e scolastici più avanzati del Medio Oriente. I regimi totalitari sanno comprare il consenso, quando ne hanno i mezzi.
Poi arriva la rivoluzione iraniana del 1979. Khomeini torna a Teheran, proclama la Repubblica islamica, e per Saddam è un incubo diventato reale: un regime sciita rivoluzionario al confine, che inizia a fomentare la maggioranza sciita irachena. La risposta di Saddam, nel settembre 1980, è l’invasione dell’Iran. La logica è quella del predatore che attacca il vicino mentre è ancora debole: l’Iran è nel caos post-rivoluzionario, l’esercito è stato epurato, il paese è isolato. Il calcolo si rivela catastrofico. La guerra dura otto anni — fino al 1988 — e si trasforma in una carneficina senza precedenti, per certi versi la prima guerra di trincea dell’era moderna dopo la Prima guerra mondiale. Stime ragionevoli parlano di cinquecentomila morti iracheni e almeno altrettanti iraniani, forse molti di più. L’Occidente, che non vuole che l’Iran di Khomeini vinca, fornisce a Saddam intelligence, armi, copertura diplomatica. Gli Stati Uniti restituiscono le relazioni diplomatiche con Baghdad nel 1984. Quando Saddam usa armi chimiche — gas mostarda, agenti nervini — contro le truppe iraniane, Washington guarda dall’altra parte. Quando le usa contro i curdi iracheni, nella campagna dell’Anfal del 1986-1989 — che l’accademico David McDowall nel suo A Modern History of the Kurds definisce senza ambiguità un genocidio — tutto l’Occidente continua a guardare dall’altra parte.
L’Anfal è una parola araba che significa «il bottino» — presa dalla sura coranica che benedice la guerra contro i miscredenti. Saddam la usa come nome in codice per la campagna di sterminio contro i curdi: villaggi rasi al suolo, popolazioni deportate, esecuzioni di massa. Il caso più noto è Halabja, marzo 1988: tra tremila e cinquemila civili curdi uccisi con armi chimiche in poche ore. È il più grande attacco chimico contro una popolazione civile nella storia moderna. La comunità internazionale protesta formalmente e poi passa ad altro.
Il regime e le sue vittime
Saddam è un caso di studio per chiunque voglia capire come funziona un potere totalitario costruito sulla paura sistematica. Hannah Arendt aveva descritto l’ideologia totalitaria come un sistema che non ha bisogno che tu creda: ha bisogno che tu reciti. L’Iraq di Saddam è questo: un paese in cui tutti recitano, tutti spiano, tutti denunciano, i servizi segreti sono sovrapposti e in competizione tra loro, ciascuno a sorvegliare gli altri. La famiglia allargata di Saddam — i clan di Tikrit, la sua città natale — controlla le leve fondamentali del potere.
Gli sciiti sono tenuti sotto controllo attraverso una combinazione di repressione e cooptazione: i notabili collaborano, la maggioranza tace, gli ayatollah vengono controllati o eliminati. L’insurrezione sciita del 1991 — dopo la Prima guerra del Golfo — viene schiacciata nel sangue con una brutalità che lascia senza parole: decine di migliaia di morti, le città sacre di Najaf e Karbala assediate e bombardate. Gli americani, che avevano incoraggiato l’insurrezione con le loro trasmissioni radio, si fermano alle proprie linee e guardano. George H. W. Bush aveva deciso di non rovesciare Saddam — per non destabilizzare la regione, per non aprire un vuoto di potere — e questa scelta ha il suo prezzo, pagato dagli sciiti con il sangue.
I curdi ottengono, dopo la Prima guerra del Golfo, una zona di protezione aerea nel nord del paese — la no-fly zone — che diventa di fatto la prima esperienza di autonomia reale nella loro storia: il Kurdistan iracheno comincia a costruire istituzioni proprie, a eleggere un parlamento, a sviluppare un’economia. È un esperimento fragile e tormentato dai conflitti interni tra i due principali partiti curdi, il PDK di Barzani, più conservatore e maggiormente presente nel nord del Kurdistan iracheno e l’UPK di Talabani più progressista e radicato a sud, che per un periodo si fanno la guerra tra loro, ma pur sempre è un embrione di Stato.
L’avventura del Kuwait e le sue conseguenze
L’invasione del Kuwait, agosto 1990, è uno di quegli eventi che ancora oggi sembrano inverosimili. Saddam aveva appena concluso una guerra massacrante, il paese era dissanguato economicamente, il debito estero era enorme — buona parte contratto con il Kuwait stesso, che aveva finanziato la guerra contro l’Iran. E tuttavia decide di invadere il piccolo emirato, annettendolo come «diciannovesima provincia» dell’Iraq. Le motivazioni sono multiple: le dispute sul confine, le accuse di Kuwait di pompare petrolio dal giacimento condiviso di Rumaila, la necessità di cancellare i debiti e appropriarsi delle riserve kuwaitiane. E forse, semplicemente, il delirio di onnipotenza di un uomo che si credeva intoccabile. La risposta internazionale è rapida e ampia: una coalizione di trentaquattro paesi, guidata dagli Stati Uniti di Bush padre, si riunisce sotto il mandato dell’ONU. La Prima guerra del Golfo dura dal gennaio al febbraio 1991: quarantadue giorni di bombardamenti, poi cento ore di operazioni terrestri. L’esercito iracheno, quarto al mondo per dimensioni secondo le enfatiche stime dell’epoca, si dissolve. Il Kuwait viene liberato, ma gli americani si fermano e non puntano su Baghdad, così Saddam rimane al potere.
Seguono dodici anni di sanzioni internazionali che, nella loro applicazione concreta, colpiscono soprattutto la popolazione civile: la mortalità infantile aumenta, il sistema sanitario crolla, la classe media irachena che aveva raggiunto un discreto benessere negli anni Settanta si impoverisce drammaticamente. Madeleine Albright, quando le viene chiesto nel 1996 se le sanzioni valgono la morte di mezzo milione di bambini iracheni, risponde che «il prezzo ne vale la pena». È una frase che il mondo arabo non ha dimenticato — e non a torto.
Come si distrugge uno Stato, la si chiama liberazione e si produce il caos
La Seconda guerra del Golfo, marzo 2003, è il momento in cui la storia dell’Iraq viene spezzata in due e non si ricompone. Le premesse sono false — le armi di distruzione di massa non esistono, come i servizi segreti di mezzo mondo sospettavano e come Hans Blix e gli ispettori dell’ONU stavano cominciando a dimostrare — ma l’amministrazione Bush le usa lo stesso, con una determinazione che retrospettivamente sembra quasi patetica nella sua ostinazione. Colin Powell porta all’ONU prove che si riveleranno fabbricate. Tony Blair agita il dossier delle «45 minuti». Sono tutte un’imbroglio, una forzatura affinché Bush junior potesse fare quello che al padre era stato impedito dai generali: arrivare fino a Baghdad e cacciare Saddam Hussein. Gli americani arrivano nella capitale in tre settimane e tutti ricorderanno la memorabile scena, degna di una commedia dell’assurdo, con il ministro delle propaganda Muhammad Sa’id al-Sahhaf che annuncia ai giornalisti la cacciata degli invasori, mentre i carri armati americani sferragliano all’orizzonte: “guardi, guardi, dietro” – gli urlavano i giornalisti – e lui salì in macchina, fuggendo. La statua di Saddam viene abbattuta in piazza Firdos — in un’operazione più scenografica che spontanea, come le fotografie successive riveleranno. L’esercito americano entra nella città e non sa cosa fare. L’ambasciatore Paul Bremer, capo dell’Autorità Provvisoria della Coalizione, prende due decisioni che si rivelano tra le più catastrofiche della storia recente: dissolve l’esercito iracheno e bandisce dalla pubblica amministrazione chiunque abbia avuto un ruolo nel partito Baath. Da un giorno all’altro, quattrocentomila soldati armati si trovano senza lavoro e senza prospettive. Decine di migliaia di medici, ingegneri, insegnanti, funzionari vengono epurati perché avevano dovuto iscriversi al partito per fare il loro lavoro — come in qualunque sistema monopartitico. Lo Stato iracheno non viene riformato: viene distrutto.
Mentre Bush festeggia sulla portaerei Missouri, sotto uno striscione con scritto: “missione compiuta”, in Iraq si scatena una guerra civile infernale. Le milizie sciite combattono contro gli insorti sunniti, in gran parte ufficiali dell’esercito e quadri del partito Baath. Al-Qaeda in Mesopotamia — un’organizzazione che prima del 2003 non esisteva in Iraq — affonda radici nel vuoto di potere. Abu Musab al-Zarqawi diventa il nome più temuto del paese. Le bombe esplodono nei mercati, nelle moschee, nelle code per il carburante. Tra il 2004 e il 2008, secondo le stime più prudenti, almeno centocinquantamila civili iracheni muoiono in violenze settarie. Altre stime parlano di molto di più.
Il processo politico americano prevede elezioni, costituzione, governo di unità nazionale; tutto bello sulla carta ma impraticabile nella realtà. Tutto si inceppa sulla divisione settaria: i partiti non sono programmi politici, sono etichette identitarie. Si mostra, ancora una volta, che la democrazia non è solo una costituzione ed elezioni, ma istituzioni radicate, un sentimento nazionale comune, media liberi e una società civile, niente di tutto questo esisteva in Iraq. Nouri al-Maliki, il primo ministro sciita che governa dal 2006 al 2014, usa le istituzioni per consolidare il potere sciita e marginalizzare i sunniti in modo sistematico — alimentando esattamente quella radicalizzazione che produce un mostro che ancora oggi facciamo fatica a spiegare.
Come l’ISIS nasce dal nulla e scompare nel nulla
Il 2014 è l’anno in cui l’Iraq torna sulle prime pagine del mondo con un’urgenza nuova. L’ISIS — Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, poi semplicemente Stato Islamico — conquista Mosul in tre giorni. Tre giorni. La seconda città dell’Iraq, con un milione e mezzo di abitanti, viene presa da alcune migliaia di combattenti contro un esercito iracheno che si squaglia, abbandona le armi e scappa. È uno dei collassi militari più rapidi della storia moderna, e dice tutto sulla qualità dello Stato che gli americani avevano tentato di costruire: un esercito i cui ufficiali vendevano le posizioni ai propri soldati, dove la corruzione era così endemica che intere brigate esistevano solo sulla carta e sui registri paga. Ricordate il mazzo di carte da poker dove gli americani avevano messo i volti dei gerarchi di Saddam? Bene, a ogni carta che i Marines prendevano, il mazzo dell’ISIS si arricchiva di qualche colonnello o sergente iracheno in cerca di lavoro.
L’ISIS non è solo un gruppo terroristico: è un progetto statuale, fondato su un’ideologia coerentemente medievale che Patrick Cockburn — il cui The Rise of Islamic State rimane il resoconto più lucido del fenomeno — descrive come una fusione di wahabismo radicale e nostalgia del califfato. Gestisce territori, tasse, tribunali, polizia religiosa, curriculum scolastici. È, a modo suo, un’amministrazione — feroce, apocalittica, ma un’amministrazione. Obbliga le donne a coprirsi completamente, lapida gli adulteri, decapita gli apostati, vende le donne yazide come schiave, distrugge musei e reperti dell’antichità per islamica. L’arcaismo è esibito come virtù nel nome dell’instaurazione del nuovo Califfato che raccolga la Umma (la comunità dei fedeli musulmani che supera le diverse nazionalità) sotto l’Islam più brutale e arcaico. Non esistono più iracheni, siriani, egiziani, palestinesi, arabi o altri, solo musulmani sudditi di uno Stato feroce e totalitario. L’ISIS dilaga: l’Iraq, la Siria, spunta in Libia e in Africa, realizza ciò che nessun gruppo fondamentalista prima d’ora era riuscito a ottenere: una entità statale.
La sconfitta dell’ISIS tra il 2017 e il 2019 è opera di una coalizione eterogenea: l’esercito iracheno ricostruito con il supporto americano, le milizie sciite finanziate dall’Iran riunite nella sigla PMF (Popular Mobilization Forces), i peshmerga curdi. Mosul viene riconquistata dopo nove mesi di battaglia urbana che lascia la città in larga parte distrutta. Raqqa, dall’altra parte del confine siriano, cade poco dopo. Ma la sconfitta militare non risolve le condizioni politiche che avevano reso possibile l’ISIS: l’emarginazione sunnita, la corruzione endemica, la frammentazione dello Stato.
Un federalismo che è già secessione
L’Iraq costituzionale del post-2003 è formalmente una repubblica federale parlamentare. Nella pratica, è tre paesi che condividono un passaporto. Il Kurdistan iracheno — le province di Erbil, Sulaymaniyah e Duhok — ha un governo regionale autonomo (KRG), un parlamento, un esercito (i peshmerga), una polizia, relazioni economiche internazionali proprie, persino un sistema di visti separato. Nel 2017, il presidente curdo Masoud Barzani organizza un referendum sull’indipendenza: il novantadue per cento vota sì. Baghdad risponde occupando militarmente Kirkuk, la città-simbolo ricca di petrolio che i curdi rivendicavano. L’indipendenza non si fa. Il sogno curdo rimane sospeso, come sempre, tra la determinazione di un popolo e la fermissima opposizione di tutti i suoi vicini.
Al centro e al sud, le milizie sciite delle PMF — create durante la guerra contro l’ISIS sulla base di una fatwa dell’ayatollah Sistani — non si sono disciolte. Sono diventate uno Stato nello Stato: armato, finanziato dall’Iran, con rappresentanza parlamentare propria attraverso la coalizione politica di Fatah (da non confondersi con il Fatah dei palestinesi). Alcune di queste milizie hanno ucciso manifestanti iracheni durante le grandi proteste del 2019 — quelle in cui giovani iracheni sciiti scendevano in piazza non contro l’America o Israele, ma contro la corruzione del loro stesso governo e contro l’interferenza iraniana. Un dettaglio che vale la pena sottolineare: erano ragazzi sciiti che protestavano contro le milizie sciite filo-iraniane. La realtà irachena non si lascia mai ridurre a categorie semplici.
Il rapporto con l’Iran è proprio il nervo scoperto dell’Iraq contemporaneo. Tehran ha un’influenza profonda: finanzia le milizie, sostiene i partiti sciiti, controlla buona parte del commercio transfrontaliero. Il generale Qasem Soleimani, capo della forza Quds dei Pasdaran iraniani, era de facto il principale decisore politico dell’Iraq negli anni ‘10 di questo millennio — più influente di qualsiasi primo ministro iracheno. La sua uccisione in un drone strike americano all’aeroporto di Baghdad nel gennaio 2020, insieme al comandante delle PMF Abu Mahdi al-Muhandis, è stato uno di quegli eventi che nessuno aveva previsto nelle sue conseguenze: il parlamento iracheno ha votato per espellere le truppe americane, Baghdad si è trovata nel mezzo di uno scontro tra superpotenze che si combattevano sul suo territorio.
Tra Teheran e Washington, tra Riad e Tel Aviv
La guerra di Israele a Gaza, iniziata nell’ottobre 2023, e la campagna militare americana e israeliana contro l’Iran — con i bombardamenti alle installazioni nucleari iraniane e l’uccisione di comandanti delle Guardie della Rivoluzione — hanno trasformato l’Iraq in qualcosa di ancora più complicato: un territorio in cui le milizie filo-iraniane lanciano droni contro le basi americane, gli americani rispondono con attacchi alle milizie, e il governo iracheno protesta formalmente per entrambe le cose cercando disperatamente di non scegliere.
Il primo ministro Mohammed Shia’ al-Sudani — in carica dal 2022 — rappresenta forse il tentativo più credibile degli ultimi anni di costruire qualcosa di simile a uno Stato funzionante: ha mediato tra le fazioni, ha provato a ridurre l’influenza delle PMF, ha intrattenuto relazioni con l’Arabia Saudita (storica rivale dell’Iran) pur senza rompere con Tehran. È un equilibrismo che richiede una destrezza acrobatica e che può crollare in qualsiasi momento. Nel 2023, con la mediazione cinese, l’Arabia Saudita e l’Iran hanno normalizzato le relazioni diplomatiche: questo ha ridotto, almeno temporaneamente, la pressione che il conflitto saudita-iraniano esercitava sull’Iraq. La nuova ondata di guerra, rimette l’Iraq in mezzo ai contendenti. Sopra Baghdad sfrecciano i caccia americani e i bombardieri israeliani che vanno a colpire il Paese degli ayatollah, e poi passano veloci i missili e i droni che Teheran lancia per vendetta. Le milizie sciite irachene colpiscono l’Arabia Saudita e il governo di Baghdad si finge morto. La notte tra l’11 e il 12 marzo viene colpita la base militare italiana “Camp Sinagra”a Erbil. Negli ultimi giorni gli Iraq e i sono scesi in piazza per festeggiare la qualificazione ai prossimi Mondiali di calcio e la tregua tra USA e Iran, i mondiali ci saranno a giugno, tutti sperano che per quella data la tregua si sia trasformata in pace. La tregua è già saltata dopo un giorno.
In questo caos è il petrolio a offrire una base economica che pochi si possono permettere: l’Iraq produce oggi tra quattro e cinque milioni di barili al giorno, ed è il secondo produttore dell’OPEC dopo l’Arabia Saudita. Questa rendita finanzia uno Stato clientelare e corrotto, ma anche infrastrutture, salari pubblici, servizi minimi. Senza il petrolio, l’Iraq si sarebbe già frantumato del tutto. Con il petrolio, si frammenta più lentamente.
Esiste ancora, dunque, l’Iraq?
La domanda del titolo non è retorica, anche se potrebbe sembrarlo. Esiste uno Stato iracheno con un governo, un parlamento, un esercito, una banca centrale, una squadra di calcio e un seggio all’ONU. Esiste una città di Baghdad che ha quasi otto milioni di abitanti, caffè aperti, università, una vita culturale che cercava di ripartire già negli anni Duemiladieci. Esiste una popolazione — trenta, quaranta milioni di persone, a seconda di come si contano — che si identifica come irachena pur sapendo benissimo di essere anche sciita, sunnita, curda, turkmena, cristiana.
Il Parlamento iracheno ha eletto il 12 aprile Nizar Amedi nuovo Presidente, un curdo che, secondo il meccanismo della muhasasa – il sistema di spartizione del potere tra sciiti, sunniti e curdi -, dovrà nominare un premier sciita. Ma su questo passaggio siamo ancora in una fase di stallo: Trump ha minacciato fuoco e fiamme se dovesse essere nominato l’uomo forte degli sciiti, Nouri al Maliki, già primo ministro dal 2006 al 2014, quando le sue sciagurate politiche di emarginazione dei sunniti contribuirono all’ascesa dell’ISIS. E così Baghdad è di nuovo il terreno di scontro tra Washington e Teheran.
Torniamo al punto fondamentale: la Stato iracheno esiste come il soggetto che ha il monopolio della forza legittima sul territorio? Solo in modo parziale e conteso. Le PMF hanno armi proprie. I curdi hanno un esercito proprio. Le milizie controllano valichi di frontiera, traffici, istituzioni locali. La corruzione non è un’anomalia, è il sistema. Eppure, leggendo i reportage dei pochi giornalisti che ancora frequentano Baghdad è la vitalità ostinata di una società che ha attraversato invasioni, dittature, sanzioni, guerre civili, genocidi, e continua a produrre cultura, economia e proteste. La rivolta del 2019 è stata soffocata nel sangue, ma ha espresso qualcosa di genuino: una generazione di iracheni che non voleva essere né americana né iraniana né settaria, che chiedeva semplicemente uno Stato che funzionasse. Erano guidati da una bandiera irachena, non da una bandiera sciita. Questo non è niente, è soprattutto speranza.
Tra il Tigri e l’Eufrate, la civiltà ha resistito alle invasioni dei persiani, degli arabi, dei mongoli, degli ottomani, degli inglesi, degli americani. Probabilmente resisterà anche a questa stagione. La domanda è a quale costo, e con quale forma. L’Iraq che emerge — se emerge — sarà qualcosa che non ha ancora un nome preciso: non uno Stato unitario come lo sognavano i nazionalisti arabi, non una confederazione come vorrebbero i curdi, non un protettorato iraniano come vogliono le milizie. Forse qualcosa di intermedio, instabile, vivace e violento insieme, come tutto ciò che nasce da una contraddizione che non si riesce a risolvere. Oppure no. Oppure la prossima crisi — un crollo del prezzo del petrolio, un’escalation regionale, una siccità che il cambiamento climatico sta rendendo sempre più probabile in una terra già arida — spezzerà quello che è rimasto intatto. I profeti di sventura non mancano mai in Medio Oriente e spesso hanno ragione.