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Ma quella vittoria non è proprietà dei partiti

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Di Franco Belci.

La partita in gioco oggi non è quella delle primarie, ma del recupero di senso della politica

Alle volte un sasso che rotola da un pendio costituisce il preannuncio di uno smottamento che avviene, magari, per cedimenti successivi.
E quel sasso è rotolato sotto la spinta della vittoria del NO al referendum, colpendo l’intero schieramento di centrodestra, anche se la Lega, in ragione del successo di segno opposto nelle Regioni da essa governate, si è autoassolta.
Ma sono crollati all’improvviso i bunker che hanno visto arroccati per molto tempo il viceministro Delmastro e la ministra Santanchè, è stata sacrificata la “zarina” del Ministero della Giustizia Bartolozzi, nonostante la strenua difesa di Nordio, e in FI è stata pesantemente messa in discussione da Marina Berlusconi la leadership di Tajani, che ha poi portato alle dimissioni di Gasparri: del resto non è che FI si sia mai staccata da una visione aziendale, anche per la sua dipendenza economica dalla famiglia del fondatore.
Si può stare certi che, se avesse vinto il SÌ, sarebbero rimasti tutti al loro posto, confidando nella scarsa capienza della memoria degli italiani, abituati a divorare ogni giorno quantità di nuove informazioni senza aver neppure avuto il tempo di elaborare quelle precedenti.
Insomma, il centrodestra si è reso conto del significato politico della sconfitta, ma ha scelto per adesso la via più facile: quella dei capri espiatori. Non si vede per ora nessuna riflessione e nessuna modifica della propria impostazione.
I veri responsabili della sconfitta, la premier e il ministro della Giustizia, se la sono cavata fischiettando: la prima forte della sua anticipata assicurazione sulla vita della premiership, il secondo perché le sue dimissioni avrebbero prodotto un inevitabile effetto domino sul governo: dunque, meglio tenere lui e scaricare Santanchè.
In realtà, quella che oggi è stata battuta è la voracità di potere, la voglia di comandare senza l’intralcio delle regole e del pluralismo, l’impudenza con la quale si sono somministrate dosi massicce di bugie a salvaguardia delle proprie posizioni. Insomma, è proprio il progetto del centrodestra che è stato battuto nelle urne: concentrare nella politica ogni scelta e ogni decisione, svuotando il principio dell’equilibrio e della separazione dei poteri che la Costituzione ha individuato come limite invalicabile per chi governa.
Quello che il 54% degli italiani ha voluto dunque confermare è un riferimento fondamentale che la maggioranza voleva esplicitamente aggredire: non basta vincere le elezioni, secondo una schietta concezione populista, ma occorre governare secondo le regole che, come è stato detto, sono state stabilite quando il popolo era sobrio, proprio per impedire le ubriacature di potere, tanto più nel momento in cui la politica si trova nella parte più bassa della parabola della rappresentatività.
La maggioranza degli italiani ha dunque capito ciò che veniva messo in gioco, rispondendo con un’affluenza che è andata ben oltre le previsioni.
Alla fine è stato chiaro che l’effetto della modifica costituzionale avrebbe indebolito ruolo e funzione della magistratura in tre mosse: snaturando e dividendo il CSM, introducendo quello che sarebbe stato a tutti gli effetti un giudice speciale (l’Alta Corte), sottraendo all’organo di autogoverno le modalità elettive, quasi che la cosa più urgente fosse cercare di indebolire le correnti e col sorteggio si potesse venirne a capo. Una questione che non era facile spiegare, perché non era di per sé evidente, ma implicita nelle norme, e che le dichiarazioni degli esponenti del centrodestra hanno certamente aiutato a decifrare.
Mi riesce tuttora oscuro, invece, come esponenti del PD e illustri giuristi che si rifanno a posizioni progressiste abbiano sostenuto la posizione opposta nell’ambito di una lettura astratta ed accademica, priva di qualsiasi riferimento a tre aspetti essenziali per ogni valutazione, anche di natura giuridica: il metodo, il contesto, gli obiettivi di chi quella legge costituzionale ha voluto.
Posto che su quest’ultimo aspetto governo e maggioranza non hanno nascosto nulla, anzi (“punire la magistratura”), giova ricordare oggi che quel provvedimento è stato proposto dal governo e blindato in Parlamento, tanto che il testo che ne è uscito è stato uguale a quello che è entrato: nessuna apertura, nessuna discussione. In quanto al contesto, la spinta alla concentrazione del potere è ormai un mantra della nuova destra: ce ne possiamo difendere soltanto consolidando i meccanismi del pluralismo.
La maggioranza degli italiani, e soprattutto la stragrande maggioranza dei giovani, ha capito la natura dell’operazione e ha reagito opponendosi a una deformazione della Costituzione che rimane l’unico riferimento ideale in un mondo nel quale sembrano contare solo potere e interessi da difendere con le armi: è stato questo il senso del voto, che non può essere confuso con il consenso ai partiti dell’opposizione, che pure si sono molto impegnati nella campagna.
Non si tratta di un risultato che si può dare per scontato nell’attesa di replicarlo, ma di una fiducia da riconquistare proseguendo coerentemente nel percorso. Da questo punto di vista è apparso davvero incomprensibile che, subito dopo lo spoglio, si sia introdotto nel dibattito politico il tema delle “primarie”, quasi che la vittoria del NO appartenesse tutta ad alcune forze politiche: una posizione del tutto autoreferenziale che tende a proiettarsi esclusivamente sui gruppi dirigenti dei partiti, sulle loro aspettative, sui loro linguaggi, in un’ottica di competizione proiettata da qui a un anno. In realtà non c’è alcun legame tra le due partite e non c’era alcun motivo per accelerare sulla questione e inserirla all’ordine del giorno.
Per ridare una prospettiva a un Paese oggi bloccato e prigioniero delle scelte di Trump, è indispensabile iniziare a costruire un programma strutturato su alcune priorità condivise, senza pensare di poter avere l’unanimità su tutto e senza illudere gli italiani che in una legislatura tutti i problemi si possano risolvere: è importante però che si indichino con precisione priorità e direzione di marcia.
Occorre agire soprattutto fuori dal perimetro dei gruppi dirigenti, sul territorio, coinvolgendo, come è stato fatto nella campagna per il NO, associazioni, organizzazioni, comitati, cittadini.
Non esiste una scorciatoia e le semplificazioni sono destinate a fallire. In questi pochi mesi è cambiato il contesto internazionale, l’economia arranca, le prospettive sono indecifrabili e il compito dell’opposizione sarà quello, difficilissimo, di ricostruire una prospettiva e di recuperare la coesione sociale.
La scommessa da fare è quella sui giovani, non solo perché il loro contributo è quantitativamente decisivo, ma anche perché hanno idee, sensibilità e visioni che sono in grado di incidere sulla natura e la qualità della politica. Non li attireremo con la personalizzazione, ma con i contenuti e con le proposte.
La partita in gioco oggi non è quella delle primarie, ma del recupero di senso della politica.

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