Di Stefano Pizzin.
Bisognerà valutare con attenzione i numeri, capire le correlazioni con le altre votazioni, fare analisi approfondite, ma già adesso, a urne appena chiuse, si possono fare alcune valutazioni.
Gli italiani, un’altra volta, con una partecipazione che nessuno immaginava (56,5%), hanno detto no alla riforma costituzionale proposta dalla destra e lo hanno fatto in modo netto: 53,5 contro 46,5 per cento.
È un voto diffuso in tutto il Paese, solo tre regioni (Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia) hanno visto prevalere il sì.
Se pensiamo, poi, che i partiti che sostenevano il sì erano una netta maggioranza e mentre nel centrosinistra ci sono stati diversi soggetti che si erano espressi per l’approvazione della riforma e a destra erano tutti ben schierati, il risultato assume un rilievo ancora maggiore.
Per l’ennesima volta gli italiani (anche quelli moderati, sempre si capisca chi sono) hanno detto di non gradire la manomissione della Carta costituzionale. La riforma era fatta male, venduta come garantista da chi ama sventolare cappi e manette, non risolveva nessun problema della giustizia ed è stata venduta agli italiani in modo falso e truffaldino, ma, soprattutto, abbiamo una Costituzione di grande valore, che per ottant’anni ha garantito democrazia e portato il nostro Paese a essere tra i più rilevanti al mondo, scritta da una classe politica e culturale tra le migliori della nostra storia; non si capisce proprio perché avremmo dovuto lasciarla nelle mani di Meloni, sua sorella e Salvini.
Certo, una Costituzione non è eterna, ma la legge fondamentale di uno Stato si cambia con un consenso largo e non a colpi di maggioranza (vale per tutti, intendiamoci)
Indubbiamente è stato un giudizio sul governo e la sua premier (la donna sola al comando): immobilismo, toni sguaiati, disinteresse per le profonde difficoltà economiche e sociali di tanti cittadini, fare il cane da riporto di Trump non piace. Non si può governare un Paese sbraitando da Palazzo Chigi come si fosse al mercato a fare campagna elettorale e parecchi italiani se ne stanno rendendo conto.
Il divario tra i grandi centri urbani e quelli piccoli è sempre più ampio. Roma, Milano, Torino, Napoli, Bari e le altre hanno visto una netta affermazione del no, mentre il sì resta forte nei piccoli centri. Perfino nel nord-est dove la destra resta maggioritaria, città come Venezia, Treviso, Padova, Trento e i quattro capoluoghi del Friuli Venezia Giulia hanno scelto il no. C’è un’Italia più piccola, periferica, che si sente impaurita, abbandonata e non può essere dimenticata.
Sarebbe gravissimo se il centrosinistra si illudesse che con questo risultato si spalancassero le porte della vittoria alle prossime elezioni. C’è moltissimo da fare: parlare con i cittadini, costruire un’alleanza solida, un programma credibile e non ambiguo (a partire dalla politica estera), avere soprattutto in testa un’idea per il futuro del Paese. È un lavoro che non si risolve con una domenica con i gazebi in piazza, ci vuole un grande lavoro a partire da oggi.
Infine, anche nella nostra Monfalcone il risultato ha dimostrato che si può fare, ma bisogna darsi da fare, da subito, con passione, intelligenza e generosità.