Di Stefano Pizzin.
C’è una vignetta che circola da anni in Medio Oriente: un cartografo siede davanti a una mappa del Libano e la esamina perplesso. Il problema non è il confine settentrionale con la Siria, né quello meridionale con Israele. Il problema è l’interno: «Non so come disegnare i confini tra le comunità». Forse è una battuta che per noi non è immediatamente comprensibile, ma chi vive nel Paese dei cedri ne coglie al volo l’essenza: il Libano non è uno Stato che funziona male, non è proprio uno Stato, è qualcosa che si traveste da Stato. Per capire il perché bisogna fare un passo indietro — anzi, parecchi passi indietro.
Quando la Francia ottenne il mandato sulla Siria e sul Libano, dopo la Prima Guerra Mondiale e il disfacimento dell’Impero Ottomano, uno dei suoi primi atti fu allargare i confini del Piccolo Libano — la provincia autonoma riconosciuta dall’Impero Ottomano nel 1861, corrispondente grosso modo alla catena montuosa del Monte Libano con le sue popolazioni prevalentemente cristiane maronite e druse, senza accesso diretto al mare e senza le grandi città costiere — incorporandovi la Bekaa, il sud e Tripoli. Il Grande Libano nacque nel 1920 come entità funzionale agli interessi francesi e alle aspirazioni di quella comunità maronita con cui Parigi intratteneva da secoli una relazione speciale, risalente almeno alle Crociate, con tutto il peso simbolico che questo comportava.
Il risultato fu un Paese artificialmente plurale, nel senso peggiore del termine: non plurale come la Svizzera, dove il pluralismo è diventato nel tempo un progetto condiviso, ma plurale come un mosaico dove i pezzi non combaciano e la colla per tenerli insieme è di scarsa qualità. Maroniti, sunniti, sciiti, drusi, greco-ortodossi, greco-cattolici, armeni, alawiti e altri — diciotto comunità religiose ufficialmente riconosciute, ognuna con il proprio status, i propri tribunali religiosi per il diritto di famiglia, le proprie scuole, perfino i propri ospedali e, per non farsi mancare nulla, le proprie milizie. Non era un residuo medievale destinato a scomparire con la modernizzazione: era un sistema codificato, deliberatamente mantenuto, in cui la religione di nascita diventa una carta d’identità politica permanente e senza possibilità di fuga. Il libanese, prima di essere un cittadino del suo Paese, è maronita, sciita, sunnita o druso, e ciò ne determina diritti e doveri.
Il Patto Nazionale del 1943 — accordo non scritto tra il leader maronita Bchara El-Khoury e il leader sunnita Riad El-Solh — stabilì la formula che avrebbe governato il Libano indipendente: presidente maronita, primo ministro sunnita, presidente del Parlamento sciita. La ripartizione dei seggi parlamentari: sei cristiani per ogni cinque musulmani, rapporto fondato sul censimento del 1932 — l’unico mai condotto, voluto dai francesi quando i cristiani erano ancora maggioranza. Da allora nessun altro censimento è stato fatto. Non è un caso: conoscere i numeri reali significherebbe rinegoziare tutto, a partire dal prendere atto che i musulmani sono diventati più numerosi dei cristiani, ma nessuna comunità vuole mettere in discussione il potere che detiene da decenni.
Il confessionalismo — così si chiama questo sistema — non è solo un problema di governo, è una macchina di perpetuazione del potere. Ogni ministero è considerato appannaggio di una certa comunità; ogni nomina importante viene negoziata in base all’equilibrio tra fazioni; ogni servizio pubblico diventa terreno di clientelismo identitario. Come osserva Farid el-Khazen nel suo The Breakdown of the State in Lebanon, il sistema confessionale non ha semplicemente impedito la costruzione di un’identità nazionale: ha attivamente prodotto la sua impossibilità.
Il Libano indipendente conobbe qualche anno di prosperità relativa negli anni Cinquanta e Sessanta — Beirut era considerata la Parigi del Medio Oriente, centro finanziario, crocevia culturale, tana di avventurieri, alberghi di lusso, belle donne e una grande cucina; una città pervasa da quella leggerezza un po’ seducente e un po’ cinica propria dei posti dove la storia sembra sospesa. Poi la storia si risvegliò, schiantandosi sui libanesi.
La prima guerra civile, nel 1958, fu un antipasto: quarantotto giorni di combattimenti risolti — più o meno — dall’intervento americano e da un accordo interno. Ma il vero terremoto fu l’arrivo massiccio dei palestinesi: una prima ondata già nel 1948, con la Nakba e la fondazione di Israele, portò circa centomila profughi a insediarsi nel Paese; ma soprattutto dopo, nel 1970, quando Giordania e Siria espulsero l’OLP, arrivò una seconda ondata ben più dirompente sul piano militare. Tra trecentomila e quattrocentomila profughi si insediarono in campi diventati nel tempo città permanenti dentro lo Stato libanese, con proprie istituzioni, proprie milizie, una propria economia parallela. L’OLP trasformò il Libano nel suo quartier generale, conducendo da lì operazioni contro Israele — con le conseguenze che si possono immaginare.
La guerra civile vera e propria iniziò nel 1975 e non finì mai del tutto, anche se formalmente si chiuse nel 1990 con gli accordi di Taif. Quindici anni di combattimenti a geometria variabile: maroniti contro palestinesi, sinistra laica contro destra cristiana, siriani contro israeliani, Israele che invade nel 1978 e di nuovo nel 1982 — questa seconda invasione portò all’occupazione di Beirut ovest, al massacro di Sabra e Shatila, duemila palestinesi uccisi dalle milizie falangiste cristiane mentre l’esercito israeliano controllava i dintorni — e alla nascita, nel 1982, di Hezbollah, finanziato e addestrato dall’Iran khomeinista. Le fazioni erano così tante e le alleanze così mutevoli che Kamal Salibi in A House of Many Mansions, usò questa metafora per descrivere la struttura fragilissima del Paese: «molte stanze, nessuna fondamenta». Non era più solo cristiani contro musulmani, ma cristiani in lotta tra filo-siriani e filo-israeliani, musulmani sunniti contro sciiti, con la permanente ingerenza di Siria, Israele e Iran.
Gli accordi di Taif del 1989 ridisegnarono l’equilibrio del potere: parità parlamentare tra cristiani e musulmani, rafforzamento dei poteri del primo ministro sunnita, e — dettaglio cruciale — ratifica implicita della presenza siriana come garanzia dell’ordine. Damasco divenne l’arbitro esterno del sistema, con trentamila soldati sul territorio e un’influenza pervasiva sui meccanismi politici interni. Più che una pace, era l’assenza di combattimenti — che non è esattamente la stessa cosa. Hezbollah ottenne un’esenzione dall’obbligo di disarmarsi in virtù del suo ruolo di resistenza contro l’occupazione israeliana del sud, ottenendo un privilegio che andò a determinare il destino del Libano nei decenni successivi.
Per capire le dinamiche interne del Libano è necessario avere almeno un’idea della composizione demografica del paese, pur tenendo presente che i dati certi non esistono — il censimento, come si è detto, non si fa. I cristiani rappresentano oggi probabilmente tra il 30 e il 35 per cento della popolazione: i maroniti sono il gruppo più numeroso, seguiti dagli ortodossi greci, dai cattolici greci melkiti e da altre denominazioni minori. Sunniti e sciiti si attestano ciascuno attorno al 27-30 per cento, i drusi intorno al 5. Ci sono poi armeni, alawiti, assiri, a completare un mosaico che sfida qualsiasi semplificazione.
Ma i numeri raccontano solo una parte della storia. All’interno di ciascuna confessione esistono divisioni spesso più laceranti di quelle tra confessioni diverse. I cristiani maroniti sono storicamente spaccati tra visioni opposte del Libano e del suo posto nel Medio Oriente. I sunniti hanno a lungo gravitato attorno alla famiglia Hariri, costruttori e banchieri diventati la principale forza politica della comunità, ma la loro leadership è oggi frammentata e in parte attratta da correnti salafite che guardano all’Arabia Saudita. Gli sciiti sono il gruppo apparentemente più compatto, perché Hezbollah ha saputo costruire nel tempo un sistema di governance parallelo — ospedali, scuole, reti di assistenza sociale — che lo rende indispensabile per una parte consistente della comunità; ma anche qui le tensioni con l’altro movimento sciita, Amal di Nabih Berri, presidente del Parlamento da trent’anni, non si sono mai sopite del tutto. I drusi, infine, — a metà strada tra un culto sincretico per iniziati e il socialismo laico — si raccolgono nelle montagne del Chouf sotto la guida della famiglia Jumblatt, che ha praticato nei decenni una politica di equilibrismo spregiudicato, cambiando alleati con una frequenza acrobatica ma che risponde a una logica precisa: garantire la sopravvivenza della propria comunità.
Nessuna analisi del Libano contemporaneo può eludere Hezbollah. Non si può liquidarlo come milizia terroristica — come fanno gli americani e gli israeliani, con qualche ragione ma anche molta semplificazione — né come resistenza nazionale, come si proclama, con ancora meno ragione ma con una certa efficacia retorica. Hezbollah è qualcosa di più complicato: un’organizzazione politico-militare-sociale che ha riempito il vuoto lasciato dallo Stato in buona parte del Libano meridionale e dei quartieri periferici di Beirut, costruendo scuole, ospedali, reti di welfare per la comunità sciita storicamente emarginata, mentre simultaneamente fungeva da arma dell’Iran nel conflitto con Israele.
Fondato nel 1982 sull’onda della rivoluzione iraniana e dell’invasione israeliana, con il supporto delle Guardie della Rivoluzione, Hezbollah si è trasformato in quarant’anni in qualcosa di unico: l’unica forza non statale al mondo con capacità militari paragonabili a un esercito nazionale, con decine di migliaia di combattenti addestrati, arsenali missilistici stimati prima del 2024 tra i centomila e i centocinquantamila razzi, reti di tunnel, droni, capacità di precisione. La partecipazione alla guerra civile siriana al fianco di Assad dal 2012 ha ulteriormente consolidato la sua esperienza militare sul campo, trasformandolo da guerriglia a esercito quasi convenzionale. Il ritiro israeliano dal sud del Libano nel maggio 2000 — dopo diciotto anni di occupazione — fu presentato da Hezbollah come una vittoria militare, e tale era: per la prima volta nella storia, un esercito arabo aveva costretto Israele a un ritiro non negoziato. Quell’episodio ne consacrò il prestigio non solo in Libano ma in tutto il mondo arabo.
La sua presenza nello Stato libanese è ambivalente e pervasiva. Nel parlamento eletto nel 2022 il blocco di Hezbollah e Amal controllava insieme circa un quarto dei seggi; nel governo aveva tradizionalmente due o tre ministeri. Ma il potere reale era incomparabilmente superiore a quello che questi numeri suggeriscono: Hezbollah aveva il veto su ogni decisione di politica estera che riguardasse Israele o l’Iran, poteva paralizzare l’esecutivo rifiutandosi di collaborare e, soprattutto, disponeva di un arsenale che l’esercito libanese regolare — male equipaggiato, mal pagato, confessionalmente frammentato — non poteva nemmeno sognare. Questa situazione ha avuto un costo enorme per il Libano: ha significato che il Paese non poteva fare politica estera autonoma senza il consenso di Hezbollah, e che chiunque volesse aiutare economicamente il Libano — FMI, Banca Mondiale, paesi del Golfo — poneva come condizione il contenimento o il disarmo di Hezbollah, condizione impossibile da soddisfare.
L’Iran è la spina dorsale di tutto questo. Il finanziamento annuale a Hezbollah è stato stimato, nelle fasi di punta, in settecento milioni di dollari o più. Teheran ha usato Hezbollah come deterrente avanzato contro Israele e come strumento di proiezione regionale nel quadro di quello che si chiamava l’asse della resistenza gestito da Teheran con la Siria, Hezbollah, Hamas, Houthi, una rete accomunata dall’opposizione a Israele e agli Stati Uniti, un sistema di relazioni e complicità costruito pazientemente per decenni. Per il Libano questo ha significato che le scelte militari di Hezbollah non dipendevano soltanto dagli interessi della comunità sciita libanese ma si iscrivevano in una logica che rispondeva principalmente alle esigenze degli iraniani. Il governo libanese si è trovato ripetutamente di fronte a fatti compiuti: Hezbollah apre fuoco contro Israele, Israele risponde bombardando il Libano, e lo Stato libanese può soltanto prendere atto e subire decisioni prese altrove.
Il Libano è un paese piccolo — poco più grande dell’Abruzzo — circondato da vicini che lo trattano come un campo di battaglia per le loro rivalità. La Siria lo ha considerato per decenni una provincia perduta, mai del tutto accettando la sua indipendenza. Durante gli anni del protettorato siriano seguiti a Taif, i servizi di intelligence di Damasco controllavano la vita politica libanese in modo capillare: elezioni presidenziali, nomine ministeriali, carriere dei politici dipendevano dal placet siriano. I libanesi che si opponevano a questa tutela finivano in prigione, in esilio o assassinati. L’influenza siriana si esercitava anche attraverso l’appoggio a milizie amiche e, nei momenti di crisi, attraverso l’intervento militare diretto.
Israele ha invaso il Libano due volte in forma massiccia — nel 1978 e nel 1982 — e occupato il sud fino al 2000. La guerra del 2006, trentatré giorni di combattimenti dopo il rapimento di due soldati israeliani da parte di Hezbollah, aggiunse un altro capitolo: Israele bombardò massicciamente infrastrutture e quartieri di Beirut sud senza riuscire a degradare in modo decisivo le capacità di Hezbollah, che continuò a lanciare razzi sul nord di Israele per l’intera durata del conflitto. La risoluzione ONU 1701 che pose fine alla guerra prevedeva il dispiegamento di una forza multinazionale nel sud del Libano — l’UNIFIL, alla quale partecipa anche l’Italia con circa milleduecento soldati, facendo del nostro paese il principale contributore europeo — e il disarmo di Hezbollah a sud del fiume Litani. Quest’ultimo punto non fu mai attuato.
Il 14 febbraio 2005, un’autobomba esplose sul lungomare di Beirut uccidendo Rafik Hariri insieme ad altre ventidue persone. L’ex primo ministro sunnita — l’uomo che aveva ricostruito il centro di Beirut dopo la guerra civile con risorse proprie e con una visione modernizzatrice che aveva fatto della capitale un cantiere permanente di rinascita — stava lavorando a una coalizione che avrebbe potuto cambiare gli equilibri parlamentari e stava assumendo posizioni sempre più critiche verso la Siria. Il suo assassinio ebbe l’effetto opposto a quello probabilmente sperato dai suoi mandanti: invece di decapitare l’opposizione, la galvanizzò. Il 14 marzo 2005, un milione di persone — in un paese di quattro milioni — scese in piazza a Beirut nella più grande manifestazione della storia libanese, chiedendo la verità sull’omicidio e il ritiro delle truppe siriane. La coalizione che ne emerse prese il nome da quella data.
Il 14 Marzo divenne così la sigla dell’alleanza antisiriana, che raggruppava i sunniti di Hariri, i drusi di Jumblatt e una parte consistente dei cristiani maroniti. Alcuni giorni prima, l’ 8 marzo, Hezbollah e Amal avevano organizzato una manifestazione in difesa della Siria con numeri altrettanto imponenti. Nacque così la frattura strutturale che avrebbe dominato la vita politica libanese per il decennio successivo: il 14 Marzo contro l’8 Marzo, la coalizione filo-occidentale contro quella filo-siriana e filo-iraniana. Sotto la pressione internazionale, la Siria si ritirò militarmente dopo quasi trent’anni di presenza, ma il ritiro militare non significò la fine dell’influenza: attraverso Hezbollah, Damasco continuò a proiettare il proprio potere nel paese dei cedri.
La frattura cristiana fu particolarmente lacerante: le Forze Libanesi di Samir Geagea si schierarono con il 14 Marzo e con una tradizionale posizione filo-occidentale. Ma Michel Aoun — il generale che aveva guidato l’ultima resistenza anti-siriana nel 1989 prima di andare in esilio a Parigi, e che era tornato in Libano nel 2005 come leader del Movimento Patriottico Libero — compì una scelta che lasciò attonita gran parte della sua base, firmando con Hezbollah il Memorandum di Intesa di Mar Mikhael, un’alleanza inedita tra il principale partito cristiano e la principale forza sciita armata del paese. Aoun sosteneva di voler garantire così ai cristiani un ruolo alleandosi alla struttura politico-militare più forte del Paese; i suoi critici lo accusavano di aver venduto la propria comunità in cambio di sostegno presidenziale. L’alleanza resistette per oltre un decennio, portando infine Aoun alla presidenza nel 2016 dopo due anni e mezzo di vuoto istituzionale, e si rivelò uno dei fattori più rilevanti della politica libanese: rendeva impossibile qualsiasi fronte cristiano unitario e privava il 14 Marzo di una maggioranza stabile.
Parallelamente, le tensioni tra sunniti e sciiti andavano assumendo una dimensione che andava ben oltre le rivalità politiche interne. Il Libano era diventato un campo di battaglia simbolico e materiale della guerra fredda regionale tra Arabia Saudita e Iran, che si intensificava in tutta la regione sull’onda della guerra in Iraq e del consolidamento del potere sciita a Baghdad. Questa polarizzazione si riverberava nei quartieri di Beirut, nelle moschee, nelle scuole: la comunità sunnita libanese, storicamente moderata e integrata nel sistema, iniziò a mostrare segnali di radicalizzazione in alcune sue frange, alimentata dalla percezione di essere circondata da un progetto sciita che minacciava la propria posizione. Il 2008 portò la crisi più acuta: quando il governo Siniora tentò di smantellare la rete di telecomunicazioni privata di Hezbollah, le milizie del partito presero il controllo militare dei quartieri sunniti di Beirut ovest, occupando fisicamente le strade e le redazioni di giornali legati all’opposizione. Fu la prima volta dal 1990 che Hezbollah usava le proprie armi non contro Israele ma contro altri libanesi.
Gli accordi di Doha del maggio 2008 posero fine alla crisi immediata, ma non risolsero nessuna delle tensioni sottostanti. Il Tribunale Speciale per il Libano — istituito dall’ONU per giudicare i responsabili dell’assassinio di Hariri — incombeva sulla scena politica come una spada di Damocle. Quando nel 2011 emise mandati di arresto contro quattro membri di Hezbollah, il partito rifiutò di consegnarli e il governo si trovò nell’impossibilità pratica di eseguire gli ordini. Saad Hariri, figlio di Rafik e primo ministro in carica, fu costretto a dimettersi. La giustizia per l’assassinio di Rafik Hariri era diventata ostaggio degli stessi equilibri di potere che quel crimine aveva contribuito a creare. Il decennio si chiuse con un Libano politicamente paralizzato ed economicamente fragile, e la guerra civile siriana scoppiata nel 2011 aggiunse un ulteriore strato di complessità: Hezbollah combatteva apertamente a fianco di Assad, mentre milizie sunnite libanesi sostenevano le fazioni ribelli. Il paese tornò a essere quello che era sempre stato nei momenti peggiori della sua storia: un’arena dove le potenze regionali combattevano per procura, e dove i libanesi pagavano il conto.
Prima ancora che le bombe israeliane tornassero a cadere su Beirut, il Libano era già in ginocchio per ragioni interamente sue. La crisi economica esplosa tra il 2019 e il 2020 è stata classificata dalla Banca Mondiale come una delle più gravi a livello globale dal 1850 ad oggi: un collasso finanziario che ha spazzato via i risparmi di intere famiglie, polverizzato la lira libanese — che ha perso oltre il 90 per cento del proprio valore rispetto al dollaro — e spinto oltre la metà della popolazione al di sotto della soglia di povertà. Le banche hanno congelato i depositi. Lo Stato ha smesso di pagare i propri dipendenti. I servizi pubblici hanno raggiunto livelli di inefficienza tali da richiedere soluzioni private anche per i bisogni più elementari: chi può permetterselo compra generatori privati, beve acqua in bottiglia, si cura negli ospedali privati.
Le radici di questo collasso sono sistemiche e antiche. Il Libano aveva costruito per decenni un modello economico fondato sul settore bancario: le banche attiravano capitali dalla diaspora — una delle più grandi e ricche del mondo, distribuita tra Africa occidentale, Brasile, Australia e Nordamerica — offrendo tassi di interesse artificialmente elevati. Questi capitali venivano in gran parte impiegati per finanziare il debito pubblico, che cresceva a ritmi insostenibili a causa di una spesa pubblica gonfiata dal clientelismo confessionale. La Banca del Libano, guidata per quasi trent’anni da Riad Salamé, praticava quella che i suoi critici hanno definito ingegneria finanziaria: operazioni sempre più sofisticate che servivano essenzialmente a posticipare il momento del crollo, arricchendo nel frattempo banchieri e classe politica. La corruzione sistemica — che il Banco Mondiale ha stimato aver sottratto al Paese miliardi di dollari negli ultimi decenni — si intrecciava con la distorsione confessionale del potere in un circolo vizioso che nessuno aveva interesse a interrompere.
L’esplosione del porto di Beirut del 4 agosto 2020 — 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio abbandonate per anni nel porto, una negligenza criminale di proporzioni storiche che causò 218 morti, 300.000 senzatetto, metà città distrutta — fu in qualche misura il monumento alla bancarotta del Libano: il non-Stato che si faceva saltare in aria. L’indagine interna fu ostacolata, i responsabili politici si appellarono all’immunità parlamentare, la comunità internazionale promise soldi che non arrivarono. Hezbollah fu tra gli ostruzionisti più efficaci dell’indagine. Il magistrato che conduceva le indagini venne sospeso dopo aver emesso mandati di comparizione contro ministri e alti funzionari. Questa vicenda è diventata il simbolo di un sistema politico che si protegge dall’interno, capace di sopravvivere anche alla più grave catastrofe della storia moderna del paese.
La Rivoluzione del 2019 e l’esaurimento della protesta
Il 17 ottobre 2019, una tassa sulle chiamate WhatsApp fu la goccia che fece traboccare un vaso colmo da anni. Le piazze libanesi si riempirono di manifestanti che, in modo del tutto inedito, sfidavano l’intero sistema confessionale anziché schierarsi dietro i propri leader comunitari: il grido «Kullun yaani kullun» — tutti vuol dire tutti — indicava che la classe politica nel suo insieme era ritenuta responsabile del disastro del paese. Per settimane, uomini e donne di tutte le confessioni occuparono le piazze di Beirut, Tripoli, Sidone, Tiro. Aveva qualcosa di commovente e di storicamente inedito: un popolo che si ribellava al principio della logica tribale e religiosa.
La protesta non produsse i cambiamenti strutturali che chiedeva. La classe politica tenne duro, facendo leva sui meccanismi di dipendenza comunitaria che aveva costruito nel tempo: in un paese dove l’accesso all’impiego pubblico, ai sussidi, alla protezione legale, perfino alla sanità, passa attraverso la rete clientelare del proprio leader confessionale, prendere distanza da quel sistema ha un costo individuale molto alto e talvolta insostenibile. Hezbollah e Amal organizzarono contro-manifestazioni e intimidirono i manifestanti nelle aree a maggioranza sciita. Il Covid-19 e poi l’esplosione del porto svuotarono le piazze. La crisi economica accelerò l’emigrazione delle fasce più giovani e più istruite della popolazione — quella stessa che aveva animato le proteste. In quell’estate del 2020, anche la quota di libanesi che dichiarava nessuna fiducia in Hezbollah superò per la prima volta il cinquantacinque per cento. Il Libano perse così anche la propria generazione futura.
Il fronte sud: dall’ottobre 2023 al cessate il fuoco
Da ottobre 2023, con l’attacco di Hamas a Israele e la successiva guerra a Gaza, il Libano tornò al centro della scena militare. Hezbollah aprì un fronte di solidarietà lungo il confine libanese-israeliano, lanciando razzi, missili e droni contro il nord di Israele in un’escalation graduale che svuotò le comunità di confine su entrambi i lati. L’escalation andò costruendosi per quasi un anno fino all’autunno 2024. In settembre, Israele condusse una delle operazioni di intelligence più sofisticate della storia recente: la manomissione di cercapersone e walkie-talkie distribuiti ai militanti di Hezbollah, che esplosero simultaneamente causando migliaia di vittime tra morti e feriti. Poi arrivarono i raid mirati sulla leadership: Hassan Nasrallah, la guida carismatica del movimento dal 1992, fu ucciso il 27 settembre 2024 in un bombardamento sul quartier generale di Dahiya a Beirut sud. Insieme a lui morì Hashem Safieddine, il suo successore designato, e numerosi comandanti di alto rango. Il 1° ottobre Israele avviò un’invasione di terra nel Libano meridionale. Secondo stime israeliane e indipendenti, l’operazione distrusse circa l’ottantacinque per cento delle capacità operative di Hezbollah.
La morte di Nasrallah — che aveva guidato Hezbollah per trent’anni, trasformandolo da milizia in organizzazione politico-militare di rango regionale — ha rappresentato un colpo senza precedenti per il movimento. Ma ridurre la situazione a una sconfitta di Hezbollah sarebbe fuorviante. Il Libano come entità statale ha pagato un prezzo altissimo: infrastrutture distrutte nel sud e nella periferia meridionale di Beirut, tra i 600.000 e il milione di sfollati interni, un’economia già al collasso ulteriormente devastata. Il cessate il fuoco del 27 novembre 2024 previde il ritiro di Hezbollah a nord del fiume Litani e lo schieramento dell’esercito libanese nel sud. La guida del movimento passò a Naim Qassem, storico vicesegretario, meno carismatico, in clandestinità, che ha fin qui respinto ogni ipotesi di disarmo. Il cessate il fuoco non risolve nessuna delle questioni strutturali: Hezbollah mantiene la propria base sociale, le proprie armi, la propria rappresentanza parlamentare.
L’Occidente e la sindrome dell’ex
La Francia ha un rapporto con il Libano che somiglia a quello di un ex che non riesce a decidere se è ancora innamorato o se è solo attaccato alle abitudini. Il mandato coloniale, la protezione dei maroniti, la francofonia dell’élite culturale libanese — tutto questo ha creato una relazione di complicità e dipendenza che Parigi non ha mai del tutto elaborato né del tutto abbandonato. Dopo l’esplosione del porto, fu Macron il primo leader mondiale ad atterrare a Beirut, a fare il giro del disastro con le maniche della camicia arrotolate, a stringere mani e a promettersi mediatore di una riforma politica. I risultati: un governo che cadde prima di insediarsi, un secondo tentativo fallito, la conferma che riformare il confessionalismo libanese richiede una volontà politica interna che non esiste.
Gli Stati Uniti hanno oscillato tra l’indifferenza strategica e l’intervento brusco: i Marines nel 1958, poi nel 1982, con il ritiro precipitoso dell’anno successivo dopo l’attentato alla caserma di Beirut — 241 soldati americani morti, la più grande perdita USA in un singolo attacco dalla Seconda Guerra Mondiale. Da allora Washington ha preferito agire sul Libano indirettamente: pressioni su Hezbollah attraverso sanzioni, supporto all’esercito libanese con la paradossale clausola che i fondi non devono rafforzarlo abbastanza da minacciare l’esercito israeliano, e ora, dopo il novembre 2024, un protagonismo diretto nel monitorare il cessate il fuoco e nel sostenere la politica di disarmo di Hezbollah che il governo Salam sta cercando di attuare. L’Italia ha una presenza meno rumorosa ma non trascurabile: il contingente UNIFIL nel sud del Libano fa del nostro paese il principale contributore europeo alla forza ONU incaricata di monitorare la linea di demarcazione con Israele. Una presenza che nel 2024 fu messa sotto pressione dagli stessi raid israeliani, con episodi di fuoco israeliano in direzione di posizioni UNIFIL che suscitarono proteste diplomatiche da Roma: Tajani si trovò nella posizione scomoda di difendere un alleato che stava sparando in direzione dei nostri soldati.
La guerra che arriva dal futuro
Nel frattempo, il quadro regionale è cambiato con una velocità che ha lasciato attoniti anche gli analisti più smaliziati. Il 13 giugno 2025 Israele lanciò un’offensiva aerea a sorpresa contro l’Iran — impianti nucleari, basi militari, strutture strategiche. L’operazione, denominata «Martello di Mezzanotte», coinvolse più di duecento velivoli che colpirono oltre cinquecento obiettivi. Tra le vittime del primo giorno: il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Hossein Salami, il capo di stato maggiore Mohammad Bagheri, diversi scienziati del programma nucleare. L’Iran rispose con missili e droni contro Israele e basi americane nel Golfo. Gli Stati Uniti di Trump, dapprima presentatisi come spettatori, entrarono nel conflitto al nono giorno bombardando siti nucleari iraniani. Trump ribattezzò il tutto «Guerra dei 12 Giorni» — con quella tendenza alla toponomastica bellica che sembra compensare l’assenza di una strategia.
Non bastava. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato una seconda operazione congiunta contro l’Iran, denominata «Epic Fury». L’obiettivo questa volta non era solo militare: era la leadership stessa del regime. Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran da trentasei anni, è stato ucciso nel bombardamento del suo compound a Teheran. Insieme a lui, figlia, genero e nipote, il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour, il ministro della Difesa Aziz Nasirzade. L’Iran ha risposto con missili su Israele e sulle basi americane nel Golfo; lo Stretto di Hormuz è stato temporaneamente chiuso; esplosioni si sono registrate a Dubai e Doha. La caduta di Assad nel dicembre 2024 aveva già privato Hezbollah del corridoio siriano attraverso cui passavano armi e rifornimenti iraniani — un colpo logistico paragonabile a tagliare il tubo dell’ossigeno. Ora, colpito l’Iran, è morto il loro stesso padrino.
La morte di Khamenei — nonostante la successione del,figlio imposta dai pasdaran — spalanca una grande incognita sul futuro dell’Iran, di Hezbollah e, di conseguenza, del Libano. Se il padrino è morto, se il corridoio siriano è tagliato, se l’asse della resistenza è in frantumi, cosa rimane di Hezbollah? Un movimento di resistenza senza nemico chiaramente attaccabile, senza rifornimenti, con la base sciita che ha pagato un prezzo enorme nelle ultime guerre. Al tempo stesso, la storia del Medio Oriente non consente ottimismo facile: le strutture sopravvivono alle leadership, le ideologie sopravvivono alle sconfitte militari, e la comunità sciita libanese non ha ancora trovato un’alternativa politica credibile a Hezbollah.
Un futuro senza garanzie
Il Libano ha una nuova presidenza — Joseph Aoun, generale dell’esercito, eletto nel gennaio 2025 dopo più di due anni di vuoto presidenziale — e un nuovo governo. Nawaf Salam, avvocato internazionalista già presidente della Corte Internazionale di Giustizia, un profilo che sembra progettato apposta per rassicurare l’Occidente, ha dichiarato illegali le operazioni militari autonome di Hezbollah e sta cercando di spingere verso il disarmo del partito e verso le riforme economiche che potrebbero sbloccare i miliardi di aiuti FMI e occidentali finora congelati. Il piano di disarmo ha già ottenuto qualche simbolico risultato: campi palestinesi che hanno consegnato armi all’esercito libanese, qualche struttura di Hezbollah sotto controllo militare statale. Difficile dire se questo decreti la fine di Hezbollah come attore armato o semplicemente la prima scena di una lunga trattativa su chi, nel Libano del dopo-Nasrallah, deterrà il monopolio della forza.
Ma le bombe continuano a cadere. In questi stessi giorni, Israele ha ripreso offensive nel Libano meridionale dopo che Hezbollah ha lanciato razzi verso il nord israeliano — vendetta, ha detto Naim Qassem, per la morte di Khamenei. E le bombe che cadono a Beirut sono la punteggiatura che accompagna ogni tentativo di costruzione istituzionale: un promemoria che qui la politica interna si svolge dentro una parentesi di sicurezza esterna che qualcun altro apre e chiude.
La domanda vera, quella che nessuna analisi riesce a rispondere con onestà, è se il Libano abbia la minima possibilità di avere quello che gli anglosassoni chiamano shared political community, una comunità che condivide abbastanza da poter negoziare il disaccordo senza arrivare alla violenza. Hanna Batatu, studioso della politica araba, ha spiegato che in certi sistemi l’identità settaria è così profondamente strutturale da rendere quasi impossibile la costruzione di coalizioni trasversali. La stessa costruzione di uno Stato riconosciuto dalle diverse comunità e capace di rispondere alle esigenze dei cittadini non sarebbe impossibile in assoluto — ma resta impossibile finché le élite settarie traggono vantaggio dal mantenere le loro comunità in uno stato di insicurezza permanente.
C’è chi è ottimista: il profilo internazionalista di Salam, la debolezza inedita di Hezbollah, la caduta di Assad, la fine dell’era Khamenei potrebbero aprire uno spazio politico che non esisteva prima. Forse. Poi si pensa al porto di Beirut — a come migliaia di tonnellate di esplosivo stettero per anni a poca distanza dal centro della città mentre tutti sapevano e nessuno faceva niente, perché il sistema politico era costruito esattamente per garantire che nessuno facesse niente — e si capisce che l’ottimismo richiede un tasso di speranza sovrumano.
Il Libano è un Paese bellissimo: coste, monti, foreste, una diversità naturale chiusa in pochi chilometri; e una diversità umana, storica, culturale straordinaria ma usata, fino a oggi, per autodistruggersi.