Di Stefano Pizzin.
Mentre gli occhi del mondo sono tutti su ciò che sta accadendo in Medioriente, più a nordest si è aperto uno scontro militare che covava da anni e rischia di aggiungere ulteriore instabilità in un mondo già piuttosto precario.
C’è un paradosso al cuore del rapporto tra Pakistan e Afghanistan che vale la pena capire prima di tutto il resto: sono due Paesi che condividono lingua, etnia, religione, storia — eppure si fanno la guerra. Sono stati creati, in qualche misura, l’uno contro l’altro dalla stessa logica coloniale che ha tracciato i confini del subcontinente indiano senza chiedersi chi ci vivesse e oggi, a più di settant’anni dall’indipendenza pakistana, si ritrovano in un’escalation militare aperta che nessuno dei due può permettersi, ma nemmeno sembra in grado di fermare.
Per capire perché, bisogna tornare indietro di oltre un secolo e cominciare da una mappa.
La linea che nessuno ha mai accettato
Nel 1893, il diplomatico britannico Sir Mortimer Durand impose all’emiro afghano Abdur Rahman Khan un confine che tagliava trasversalmente le terre dei Pashtun, il più grande popolo tribale del mondo: circa 60 milioni di persone divise su due lati di una frontiera arbitraria, tracciata con il righello. La Linea Durand fu una decisione imperiale, dettata dalla logica della Great Game («il grande gioco», il conflitto tra l’Impero britannico e quello russo per il controllo dell’Asia centrale, come lo chiamava lo scrittore inglese Joseph Rudyard Kipling) non dalla geografia fisica o umana.
Per il Pakistan, nato nel 1947 dall’eredità coloniale britannica, quella linea è un confine internazionale riconosciuto e difeso con le armi, è la sua frontiera occidentale. Per l’Afghanistan — dove nessun governo nella storia moderna ha mai ratificato formalmente la Linea Durand — quella linea è una ferita aperta, una violazione della continuità etnica e culturale della nazione pashtun. Kabul ha sempre considerato illegittima la cessione territoriale strappata a un emiro sotto ricatto dei britannici, e ha usato questa posizione come strumento di pressione permanente nei confronti di Islamabad.
Da questa asimmetria fondamentale nasce tutto il resto. Il nazionalismo pashtun, l’irredentismo afghano, la diffidenza reciproca che ha avvelenato ogni tentativo di normalizzazione e, infine, il conflitto armato.
L’equazione pashtun: etnia come geopolitica
I Pashtun non sono una minoranza marginale che reclama qualche diritto culturale. Sono il gruppo etnico dominante in Afghanistan — dove costituiscono tra il 40 e il 45% della popolazione e hanno storicamente controllato il potere — e una minoranza potente e politicamente attiva in Pakistan, concentrata nelle province di Khyber Pakhtunkhwa e Balochistan. Il sogno del Pashtunistan, uno Stato indipendente o almeno autonomo per i Pashtun, ha periodicamente attraversato la politica regionale come un fantasma che nessuno riesce a evocare completamente né a esorcizzare del tutto.
Kabul lo ha usato come leva: sostenendo movimenti separatisti pashtun in Pakistan, agitando la questione dell’autodeterminazione, rifiutando di riconoscere la Linea Durand in ogni negoziato. Islamabad ha risposto con una strategia più sofisticata e alla fine più pericolosa: sostenere gruppi islamisti interni all’Afghanistan capaci di neutralizzare le ambizioni nazionaliste pashtun attraverso una contro-narrazione religiosa. L’idea era che se i Pashtun si fossero identificati prima come musulmani e poi come Pashtun, il problema del Pashtunistan si sarebbe dissolto nell’identità islamica condivisa. Proprio per realizzare questo progetto, il Pakistan ha costruito, finanziato e armato i Taliban.
Il doppio gioco e il Frankenstein di Islamabad
Negli anni Ottanta, durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan, il Pakistan diventò il principale hub logistico della resistenza islamista dei mujaheddin, con il beneplacito e il finanziamento della CIA. L’ISI — l’intelligence pakistana, forse il servizio segreto più influente e autonomo del mondo — costruì relazioni profonde con i comandanti islamisti, relazioni che avrebbe poi mantenuto, rielaborato e sfruttato nei decenni successivi. Con la caduta del governo comunista afghano e il caos della guerra civile, nei primi anni Novanta nacquero i Taliban: un movimento di studenti di madrassa reclutati in larga parte dalle scuole religiose deobandi finanziate e operative su suolo pakistano, specialmente nei campi profughi di Peshawar e Quetta. L’ISI li sostenne militarmente e politicamente nella loro scalata al potere, che culminò nel controllo di oltre il 90% dell’Afghanistan nel 1996.
La logica strategica pakistana era chiara: un Afghanistan governato dai Taliban avrebbe garantito ad Islamabad quella che i generali chiamavano «profondità strategica» contro l’India, il nemico storico.
Un Afghanistan docile, controllabile, avrebbe neutralizzato le ambizioni separatiste pashtun, aperto rotte commerciali verso l’Asia centrale e consegnato a Islamabad un prezioso alleato. Quella scommessa non ha mai pagato.
Il ritiro americano dell’agosto 2021 e il ritorno dei Taliban al potere avrebbe dovuto, nelle aspettative di Islamabad, inaugurare una nuova era di influenza pakistana a Kabul. È accaduto esattamente il contrario. I nuovi Taliban, il cui nucleo dirigente era stato ospitato per anni nella cosiddetta «Quetta Shura» sul territorio pakistano, si sono rivelati nazionalisti afghani prima ancora che islamisti filo-pakistani. Una volta al potere, hanno rivendicato con forza la propria autonomia, si sono rifiutati di riconoscere la Linea Durand e — punto più esplosivo di tutti — hanno apertamente tollerato, quando non sostenuto, il Tehrik-i-Taliban Pakistan.
Il Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) è l’ala pakistana del movimento talebano il cui programma è rovesciare lo Stato pakistano e imporre la sharia. Nato nei territori tribali negli anni Duemila, è responsabile di migliaia di attacchi terroristici in Pakistan, inclusi massacri come quello della scuola militare di Peshawar del 2014, in cui morirono 149 persone, la maggior parte bambini. I Taliban afghani ospitano e proteggono il TTP nei loro territori. Il Pakistan ha bombardato basi del TTP in Afghanistan. I Taliban di Kabul hanno protestato denunciando violazioni della sovranità afghana. Il cerchio è diventato un triangolo di fuoco, e il Pakistan si ritrova a combattere il mostro che ha creato.
Come il mostro di Frankenstein, il movimento talebano, dopo essere stato creato e coccolato dal Pakistan, si è ribellato ai suoi creatori e gli si è scagliato contro.
La dimensione religiosa: islam contro islam
Sarebbe un errore leggere questo conflitto come puramente etnico o strategico. La componente religiosa è reale e stratificata, e contribuisce a renderlo quasi inestricabile. Sia Pakistan che Afghanistan sono a maggioranza sunnita. Eppure le fratture interne all’islam sunnita hanno alimentato decenni di violenza tra i due Paesi e al loro interno. La corrente deobandi — quella che ha ispirato i Taliban — si è sviluppata nel subcontinente indiano come risposta purista all’influenza coloniale britannica. In Pakistan ha trovato terreno fertile nelle madrase, spesso finanziate con il denaro dei Paesi del Golfo, e in molte aree hanno sostituito l’istruzione pubblica. Queste scuole sono state l’incubatrice del radicalismo jihadista che poi ha attraversato il confine in entrambe le direzioni.
Il risultato è una sovrapposizione tragica: l’islam è al tempo stesso il collante ideologico dei movimenti estremisti su entrambi i lati della frontiera e la giustificazione retorica di ogni parte per colpire l’altra. I Taliban afghani colpiscono il Pakistan in nome della difesa della sovranità islamica. Il TTP colpisce lo Stato pakistano in nome di un islam più puro. Islamabad li bombarda entrambi e li accusa di tradire la fratellanza islamica. La religione, in questa guerra, è insieme bandiera e maschera.
Gli attori esterni
Nessun conflitto in questa regione è mai solo regionale. Intorno alla crisi Pakistan-Afghanistan si muovono interessi di altre potenze che la osservano, al tempo stesso, con preoccupazione e calcolo cinico.
La Cina ha investito miliardi nel Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), arteria portante della Belt and Road Initiative. L’instabilità afghana riversa terroristi e caos nel Balochistan pakistano, già teatro di insurrezione separatista, minacciando direttamente quegli investimenti. Pechino ha interesse a una stabilizzazione ma diffida di entrambi i governi e mantiene canali pragmatici con i Taliban, cui ha riconosciuto de facto il governo in un calcolo di pura realpolitik.
L’India guarda al logoramento pakistano con interesse strategico. Ogni attacco del TTP che destabilizza il Pakistan è, per New Delhi, un’opportunità geopolitica nel suo scontro permanente con Islamabad. Al tempo stesso, un Afghanistan in guerra aperta che genera milioni di rifugiati e terrorismo transnazionale è un rischio anche per la stabilità del subcontinente indiano. In questo contesto la postura del governo indiano è quella dell’osservatore interessato che preferisce non sporcarsi le mani.
L’Iran confina con entrambi i Paesi e guarda con nervosismo crescente a ciò che accade lungo i suoi confini orientali. Teheran sostiene le minoranze sciite afghane — in particolare gli Hazara, sistematicamente perseguitati dai Taliban — ed è preoccupata dalla presenza di cellule dell’ISIS-K nei territori afghani orientali vicini alla propria frontiera. Infine, gli Stati Uniti, che hanno cercato di lavarsi le mani dell’Afghanistan dopo il ritiro del 2021, scoprono che farlo è impossibile: un Pakistan destabilizzato è pur sempre un Paese con le armi nucleari e l’ISIS-K rappresenta una minaccia terroristica diretta all’Occidente che Washington non può ignorare.
I possibili sviluppi: da una guerra di logoramento alla catastrofe
Lo scenario più probabile nel breve-medio periodo è il conflitto a bassa intensità prolungato: raid aerei pakistani su basi del TTP in Afghanistan, attacchi terroristici del TTP in Pakistan, risposta afghana con missili e retorica nazionalista, schermaglie ai valichi di frontiera. Un’escalation gestita, dolorosa, ma che non degenera in guerra aperta nel senso classico del termine. I due Paesi si consumano a vicenda senza una vittoria decisiva né una pace vera. Il costo per entrambe le economie è enorme: il Pakistan è già in crisi con il FMI, l’Afghanistan è sotto sanzioni internazionali e dipende dagli aiuti umanitari. Il commercio transfrontaliero, che valeva oltre due miliardi di dollari l’anno, è di fatto bloccato.
Esiste uno scenario di mediazione regionale, teoricamente percorribile: un accordo negoziato con l’intervento della Cina o del Qatar — che ha canali consolidati con i Taliban — che preveda un impegno afghano a limitare il TTP in cambio della cessazione delle operazioni militari pakistane. Possibile, ma fragile. Richiederebbe dai Taliban un cambio di postura che finora non si è materializzato, e che cozza contro la loro logica di potere: proteggere il TTP è, per Kabul, anche un modo di mantenere una leva su Islamabad.
Lo scenario catastrofico è quello che pochi vogliono nominare apertamente: il collasso pakistano. Un Pakistan già economicamente fragilissimo, con un esercito sotto pressione, una classe politica lacerata dallo scontro tra i militari e il movimento di Imran Khan, un terrorismo interno dilagante, potrebbe giungere a un punto di rottura istituzionale. Le conseguenze sarebbero incalcolabili: il Pakistan possiede oltre 160 testate nucleari, il sesto arsenale al mondo. Un Pakistan in crisi è un arsenale nucleare senza un custode affidabile. Questo è l’incubo che tiene svegli i funzionari a Washington, Pechino e Nuova Delhi.
Infine, esiste uno scenario paradossale ma non del tutto impossibile: i Taliban consolidano il controllo interno afghano e si convincono, per ragioni di puro State-building, a neutralizzare militarmente il TTP. Uno Stato che ambisce a essere riconosciuto internazionalmente non può permettersi di ospitare milizie non controllate che attaccano i Paesi vicini. Se i Taliban ragionassero da governo e non da movimento rivoluzionario, avrebbero tutto l’interesse a farlo. Finora non lo hanno fatto. Ma la pressione pakistana — economica, diplomatica, militare — potrebbe alla fine cambiare il calcolo. Se questo scenario è improbabile, più realistico è quello che il governo di Kabul già isolato nel mondo (solo cinesi e russi tengono rapporti più o meno normali con i Taliban), con un’economia a terra e la folle e criminale politica di segregazione delle donne e repressione delle minoranze, non riesca a reggere anche una guerra e collassi riportando il Paese nella cronica guerra civile.
Una linea di conflitto che continua a moltiplicarsi
Il conflitto Pakistan-Afghanistan è spesso trattato come una questione periferica, l’ennesima complicazione in un’area già instabile che il resto del mondo preferisce non guardare troppo da vicino. È un errore di prospettiva che potremmo pagare a caro prezzo. Stiamo parlando di due Paesi con una popolazione combinata superiore ai 300 milioni di persone, di un arsenale nucleare in gioco, di una delle rotte del traffico di eroina più attive del pianeta, e di una regione in cui si incrociano gli interessi strategici di Cina, India, Russia, Iran e Occidente.
L’eredità coloniale britannica — quella Linea Durand tracciata con un righello in un ufficio a Londra — continua a produrre morti, rifugiati e instabilità più di un secolo dopo. E finché la comunità internazionale tratterà questo come un problema altrui, il conto arriverà comunque: sotto forma di attacchi terroristici, crisi migratorie, o qualcosa di molto peggio. Non basterà nemmeno costringere gli attori a una pace traballante perché finché ci saranno sul campo nazionalismo, integralismo religioso e linee di frontiera disegnate senza il consenso di chi ci vive, le ragioni di scontro non scompariranno mai ma andranno a moltiplicarsi.