Di Stefano Pizzin.
Prima di iniziare un avvertimento: questo pezzo e’ il risultato di appunti presi nelle scorse settimane e viene scritto mentre e’ in corso l’attacco americano e israeliano all’Iran. Molte cose, quindi, potrebbero mutare di ora in ora. Prendetelo come un promemoria utile per inquadrare meglio la situazione.
C’e’ un paradosso al cuore dell’Iran che vale la pena capire prima di tutto il resto: e’ una repubblica con elezioni regolari, un parlamento, un presidente eletto – eppure non e’ una democrazia, neanche lontanamente. E’ uno Stato che si legittima attraverso Dio, ma che usa strumenti molto terreni, e violenti, per mantenere il controllo. Capire come funziona davvero il potere a Teheran significa smontare un sistema ingegnosamente costruito per sembrare rappresentativo restando, nella sostanza, teocratico e autoritario. Un sistema che, mentre scrivo, sta attraversando la piu’ grave crisi della sua storia: ieri, 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno colpito Teheran uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei. Quello che segue e’ un tentativo di capire cosa e’ questo regime – e cosa potrebbe diventare.
Il principio che regge tutto: il Velayat-e Faqih
Tutto parte da un’idea teologica. Ruhollah Khomeini, architetto della rivoluzione del 1979, elaboro’ una dottrina chiamata Velayat-e Faqih – la tutela del giureconsulto islamico – che non aveva precedenti nella tradizione sciita classica. L’idea e’ questa: in assenza del dodicesimo imam, la figura messianica che secondo i credenti sciiti e’ nascosta dall’874 d.C. e tornera’ alla fine dei tempi, il governo della comunita’ islamica spetta al giurista religioso piu’ qualificato. Non a un re, non a un parlamento eletto dal popolo: a un faqih, a un dotto della legge coranica.
Questo giurista e’ la Guida Suprema, il Rahbar. Fino a ieri sera era Ali Khamenei, al potere dal 1989. Nella gerarchia formale e informale del sistema iraniano, non esisteva nessuno al di sopra di lui. Comandava le forze armate, nominava i vertici del potere giudiziario, controllava la radiotelevisione di Stato, approvava i candidati alle elezioni, poteva revocare il presidente. Era, in teoria e in pratica, l’arbitro ultimo di ogni decisione strategica del paese.
Il punto cruciale e’ che Khamenei non era tra i piu’ eminenti teologi sciiti quando fu nominato Guida. Era un politico religioso, non un grande marja’ – autorita’ religiosa. La Guida designata avrebbe dovuto essere Hossein-Ali Montazeri, primo collaboratore di Khomeini ma contrario all’instaurazione di un regime teocratico. La nomina di Khamenei fu una scelta politica travestita da teologica, e questa tensione non si e’ mai risolta: parte del clero di Qom, infatti, non lo ha mai del tutto accettato come autorita’ religiosa suprema.
L’architettura del potere: eletto e non eletto
Il sistema iraniano funziona su due binari paralleli che si intrecciano in modo deliberatamente opaco. Sul binario elettivo ci sono il presidente e il parlamento (Majlis), scelti dai cittadini. Sul binario non elettivo – quello che conta davvero – ci sono istituzioni nominate dall’alto che controllano, limitano e possono annullare il primo.
Il Consiglio dei Guardiani e’ forse lo snodo piu’ importante. Composto da dodici membri – sei giuristi nominati dalla Guida e sei nominati dal potere giudiziario – ha due funzioni decisive: verifica la conformita’ delle leggi alla shari’a (la legge islamica) e alla Costituzione e, soprattutto, approva i candidati a ogni elezione. Questo secondo potere trasforma le elezioni iraniane in un meccanismo di selezione del consenso piu’ che di rappresentanza popolare. In pratica, non trucca il voto ma la selezione dei candidati. Nelle elezioni presidenziali del 2021, per esempio, su quasi 600 candidati, ne furono approvati sette.
Il Consiglio per il Discernimento serve invece ad arbitrare i conflitti tra parlamento e Consiglio dei Guardiani, e funge da organo consultivo della Guida. E’ una stanza dei bottoni per i pesi massimi del regime – vi siedono ex presidenti, generali, alte cariche religiose.
Poi ci sono i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione (Sepah-e Pasdaran). Nati per difendere la rivoluzione, sono diventati nel tempo un impero dentro lo Stato: controllano settori chiave dell’economia, gestiscono la forza missilistica, comandano le operazioni all’estero attraverso la Forza Quds. Negli attacchi di ieri, secondo le prime notizie, anche il comandante in capo dei Pasdaran e’ stato ucciso. Con la Guida e il vertice militare eliminati nello stesso colpo, il vuoto di comando e’ senza precedenti.
Il clero: non monolite, ma campo di battaglia
Sarebbe un errore pensare al clero sciita come a un blocco compatto di sostenitori del regime. La relazione tra la Repubblica Islamica e il mondo religioso e’ sempre stata piu’ complicata. Khomeini aveva imposto la sua dottrina politica contro resistenze interne significative. Un grande marja’ come l’Ayatollah Sistani – la massima autorita’ sciita mondiale, che vive a Najaf, in Iraq – non ha mai accettato il Velayat-e Faqih come dottrina valida. Il suo modello e’ quello del quietismo: il clero guida spiritualmente la comunita’ ma non detiene il potere politico diretto.
All’interno dell’Iran, come ho accennato prima, figure come l’Ayatollah Montazeri – gia’ delfino di Khomeini, poi in disgrazia e agli arresti domiciliari fino alla morte nel 2009 – hanno criticato apertamente la degenerazione del sistema. Il clero non governa l’Iran nella sua interezza: solo una parte di esso, alleato con apparati militari, burocratici ed economici, tiene effettivamente il potere.
Come il regime controlla la societa’
Il totalitarismo iraniano non assomiglia a quello cinese o nordcoreano. E’ piuttosto un sistema che usa una combinazione di repressione, cooptazione e capillarita’ istituzionale. Le Basij sono il suo tentacolo piu’ diffuso. Milizia paramilitare dipendente dai Pasdaran, le Basij sono presenti in ogni quartiere, universita’, fabbrica, moschea. Nelle proteste del 2009, del 2019 e del 2022-23 e nella violentissima repressione di poche settimane fa sono state il braccio armato del regime contro i manifestanti. Ma sono anche un canale di mobilita’ sociale: per molti giovani di famiglie povere e religiose, aderire alle Basij significa accedere a sussidi, lavoro, protezione.
L’economia e’ pervasivamente intrecciata con le istituzioni del regime attraverso le bonyad, fondazioni religiose e caritatevoli che controllano asset economici enormi, esentate da molte tasse e dipendenti dalla Guida. Il sistema scolastico e i media di Stato trasmettono un’ideologia precisa: l’identita’ islamica come nucleo di quella iraniana, la narrativa dell’accerchiamento imperialista, il culto dei martiri della guerra Iran-Iraq (1980-88).
Un totalitarismo sui generis: confronto con i fascismi del Novecento
Quando si analizza la struttura del potere iraniano, e’ utile confrontarla con i totalitarismi di stampo fascista che il Novecento ha prodotto. Le analogie esistono, ma le differenze sono altrettanto rivelatrici.
Sul piano della mobilitazione di massa, le somiglianze sono reali. Come i fascismi europei, la Repubblica Islamica ha costruito un culto dell’identita’ collettiva – non razziale ma religiosa – che trascende l’individuo e lo assorbe in una comunita’ sacra. Il concetto di umma (la comunita’ dei credenti) svolge una funzione analoga al Volk o alla nazione nei fascismi: e’ il soggetto supremo cui l’individuo deve subordinarsi. Il martire della guerra Iran-Iraq occupa nello spazio pubblico iraniano una posizione simile a quella del combattente fascista: figura eroica, modello di sacrificio, strumento pedagogico permanente. I murales con i volti dei caduti coprono i muri delle citta’ proprio come le fotografie dei martiri fascisti tappezzavano le case del littorio.
Sul piano economico, il parallelo con le economie corporative dei fascismi e’ suggestivo. Anche il fascismo italiano e il nazismo non abolirono il capitalismo privato, ma lo subordinarono allo Stato e al partito attraverso meccanismi corporativi e parastatali. Le bonyad iraniane svolgono una funzione simile: non e’ un mercato libero ne’ un’economia pianificata, ma un capitalismo di regime in cui la lealta’ politica e’ condizione di accesso alle risorse. I Pasdaran, con il loro controllo su interi settori produttivi, sono qualcosa come un partito-Stato che possiede fabbriche.
Tuttavia le differenze sono fondamentali. Il fascismo era laico nel senso che rivendicava la primazia della politica sulla religione: anche quando la strumentalizzava, il potere temporale restava separato da quello spirituale. In Iran e’ l’opposto: la legittimita’ del potere deriva esplicitamente da Dio. Non e’ la politica che piega la religione ai propri scopi – e’ la religione che diventa politica, con tutto il peso escatologico e identitario che questo comporta.
Il nazionalismo, poi, e’ un caso a se’. Il regime iraniano usa il nazionalismo persiano in modo ambivalente: lo evoca quando serve, lo sopprime quando contraddice l’universalismo islamico. I fascismi del Novecento avevano invece nel nazionalismo il loro nucleo ideologico irrinunciabile e assoluto.
Le minoranze dimenticate: curdi e beluci
L’Iran e’ un paese multietnico che l’ideologia del regime ha sempre fatto fatica ad ammettere. I persiani rappresentano circa il 51-61% della popolazione – l’ultimo censimento etnico risale al 1976, non e’ un caso. Gli azeri sono il 16-24%, i curdi il 7-10%, i luri il 6%, gli arabi e i beluci intorno al 2% ciascuno. In totale, le minoranze non persiane costituiscono quasi la meta’ del paese. Il regime le tratta sistematicamente come un problema di sicurezza.
I curdi sono la minoranza politicamente piu’ organizzata e storicamente la piu’ repressa. La loro richiesta non e’ secessione – la maggior parte delle organizzazioni curde iraniane chiede un Iran federale con autonomia regionale – ma il regime ha sempre letto ogni domanda di diritti etnici come separatismo da stroncare. Gia’ Khomeini, poche settimane dopo la rivoluzione del 1979, ordino’ operazioni militari nelle province curde. Da allora la politica non e’ cambiata: quello che gli studiosi chiamano securitizzazione istituzionale dell’identita’ curda, ovvero la criminalizzazione sistematica di qualsiasi espressione culturale o politica curda in quanto minaccia alla sicurezza dello Stato.
Mahsa Amini, la giovane fermata dalla polizia morale e poi brutalmente uccisa perché portava il velo in modo ritenuto non conforme, era curda. La sua morte nel settembre 2022 ha scatenato una grande ondata di proteste nella storia della Repubblica Islamica, e non e’ un caso che le province curde siano state tra le piu’ colpite dalla repressione. Secondo l’organizzazione Iran Human Rights, dal 2010 al 2024 una percentuale sproporzionata di coloro che sono stati giustiziati con accuse politiche apparteneva alle minoranze curda, belucia e araba.
I beluci abitano il Sistan-Balucistan, la provincia piu’ povera e remota del paese, al confine con Pakistan e Afghanistan. Sono sunniti in uno Stato sciita – una doppia discriminazione, etnica e confessionale. Rappresentano una piccola frazione della popolazione iraniana, eppure sono stati responsabili di una quota sproporzionata di tutte le esecuzioni. Le accuse sono spesso legate al traffico di droga – un reato diffuso in una regione ridotta alla miseria, ma nascondono una repressione sistematica di tutta la minoranza.
Durante le proteste del 2022-23, nella citta’ belucia di Zahedan le forze di sicurezza spararono sulla folla dopo la preghiera del venerdi’, uccidendo decine di persone. La solidarieta’ tra le due comunita’ si e’ espressa in uno slogan rimasto nella memoria collettiva: «kurd o baloch baradarand, teshneye khoone rahbaran» – curdi e beluci sono fratelli, assetati del sangue dei leader.
Con il collasso dei vertici del regime, la questione delle minoranze, irrisolta nel progetto politico della Repubblica Islamica, si ripresenta con il rischio che proprio le province di confine – gia’ instabili – possano sfuggire al controllo di Teheran.
Le fazioni: un regime che litiga con se stesso
Dall’interno, il regime iraniano non e’ affatto monolitico. Da decenni esiste una divisione – fluida, mai del tutto stabile – tra conservatori e riformisti, con ulteriori distinzioni tra conservatori pragmatici e principalisti, questi ultimi fedeli ai principi rivoluzionari senza mediazioni.
I riformisti, con Mohammad Khatami presidente tra il 1997 e il 2005, avevano tentato di aprire il sistema: piu’ liberta’ di stampa, dialogo con l’Occidente, societa’ civile piu’ attiva. Il Consiglio dei Guardiani li ha sistematicamente bloccati, fino all’elezione contestata del 2009 che apri’ la stagione del Movimento Verde – la prima grande ondata di protesta di massa dopo la rivoluzione.
I principalisti – la corrente dominante, vicina ai Pasdaran e a Khamenei – non credevano nel compromesso con l’Occidente. Per loro il conflitto con gli Stati Uniti e Israele non era un problema da risolvere ma un elemento identitario del regime. Ebrahim Raisi, morto in un incidente aereo nel 2024, era la loro figura di punta. Il successore, Masoud Pezeshkian, e’ tecnicamente riformista, ma il perimetro in cui poteva operare era strettissimo.
Il dissenso: dalla societa’ civile alle piazze
La societa’ iraniana e’ molto piu’ giovane, istruita e laicizzata di quanto il regime voglia ammettere. Il 60% della popolazione ha meno di 35 anni. L’accesso a internet, il satellite e le VPN hanno creato una sfera pubblica parallela che il regime non riesce a controllare del tutto.
Le proteste del 2022-23, scatenate dalla morte di Mahsa Amini, hanno mostrato qualcosa di nuovo: per la prima volta le donne senza velo sono scese in piazza in modo sistematico, sfidando apertamente la legge islamica. Lo slogan «Zan, Zendegi, Azadi» – Donna, Vita, Liberta’ – non chiedeva riforme del sistema: ne contestava il fondamento. Il regime ha risposto con centinaia di morti, migliaia di arresti, alcune esecuzioni. Ha tenuto. Ma qualcosa si e’ incrinato in modo piu’ profondo che nelle proteste precedenti.
Tra fine 2025 e inizio 2026, una nuova ondata di proteste partita da rivendicazioni economiche si e’ rapidamente politicizzata, diffondendosi in tutti i capoluoghi di provincia. Il regime ha risposto con una repressione brutale, uccidendo migliaia di manifestanti – numeri che hanno provocato un’ondata di indignazione internazionale e, infine, hanno fornito a Washington e Tel Aviv il pretesto politico per intervenire.
I gruppi di opposizione organizzata all’estero restano frammentati. I Mojahedin-e Khalq (MEK), i Mojahedin del popolo iraniano, storica formazione politica e militare di sinistra, sono stati oggetto di una fortissima repressione, costretti all’esilio e accusati di aver collaborato con l’Iraq di Saddam Hussein nella guerra degli anni ’80. Questo li rende sospetti a parte della popolazione, ma soprattutto sembrano appartenere a una storia lontana dal mondo dei giovani iraniani di oggi. Le organizzazioni monarchiche attorno a Reza Pahlavi hanno guadagnato visibilita’ mediatica negli ultimi mesi, ma anche esse contano molto piu’ nella diaspora che in Iran, oltre al fatto che il nome dei Pahlavi resta legato alla brutalita’ del governo dell’ultimo Scià.
La politica estera: l’asse della resistenza e la bomba
L’Iran si era costruito negli anni un sistema di alleanze e proxy che nessun altro Stato della regione possedeva. Hezbollah in Libano, Hamas e Jihad Islamica in Palestina, gli Houthi in Yemen, milizie sciite in Iraq e Siria e lo stesso governo di Assad a Damasco: quello che Teheran chiamava asse della resistenza era una cintura di forze armate non statali legate ai Pasdaran. La logica era quella di uno Stato che si sente assediato – dalle sanzioni americane, dall’ostilita’ israeliana, dalla rivalita’ saudita – e che ha scelto di rispondere non con la forza convenzionale ma con la guerra ibrida e asimmetrica.
Questo sistema ha pero’ mostrato la sua fragilita’: dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Israele ha smantellato sistematicamente i proxy iraniani. Prima Hezbollah, con la decimazione della sua leadership. Poi la caduta di Assad in Siria, a dicembre 2024. Infine la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, con la distruzione di parte del programma nucleare iraniano. L’asse aveva cominciato a sgretolarsi ben prima degli attacchi di ieri sera.
Il programma nucleare era l’ultima carta. Teheran non aveva mai dichiarato di voler costruire la bomba, ma aveva accumulato conoscenze e materiale fissile che la portavano a essere uno Stato a soglia nucleare. Netanyahu sosteneva che mancassero mesi. Trump ha usato questa finestra come casus belli. Le relazioni con Russia e Cina si erano molto rafforzate dopo le sanzioni post-2018, ma nessuno dei due alleati ha finora mosso un dito. Mosca, assorbita dalla guerra con l’Ucraina, non riesce a garantire nessun sostegno concreto agli alleati e Pechino, che di Teheran e’ il maggior cliente per il petrolio, si muove con la solita cautela.
Dopo Khamenei: non un cambio di regime, ma il rischio di una guerra civile
La narrazione che guida gli attacchi americano-israeliani e’ quella del regime change: abbatti il vertice, il sistema collassa, il popolo si libera. E’ una narrazione seducente e storicamente quasi sempre sbagliata.
L’Iraq del 2003 e’ il precedente piu’ ovvio. Saddam Hussein fu rimosso con facilita’ militare, ma il vuoto che segui’ non fu riempito dalla democrazia: fu riempito dalle fazioni, dalle milizie, dalla guerra settaria. L’Iran e’ un paese piu’ complesso, piu’ istruito, con una societa’ civile piu’ robusta – ma anche con fratture piu’ profonde, e con un apparato militare capillare che non scomparira’ con la morte del suo vertice simbolico.
Cosa accade, concretamente, ora? Secondo la Costituzione iraniana, in assenza di una Guida Suprema un consiglio interinale assume il potere mentre l’Assemblea degli Esperti – composta da 88 chierici islamici – elegge un successore. Ma le prime notizie parlano di sette alti funzionari militari e civili uccisi negli attacchi, con trenta bersagli colpiti in totale. La catena di comando e’ gravemente danneggiata. Il processo costituzionale di successione presuppone che le istituzioni funzionino: in condizioni di guerra attiva, e’ uno scenario incerto.
Mentre scrivo arriva la notizia che l’ayatollah Alireza Arafi, membro giurista del Consiglio direttivo, e’ stato incaricato di ricoprire ad interim il ruolo della Guida Suprema. Come prevede la Costituzione della Repubblica islamica, fino a quando l’Assemblea degli esperti non elegge il nuovo leader, a guidare la transizione dell’Iran sara’ il Consiglio ad interim, di cui fanno parte il presidente Massoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholamhossein Ejei e l’ayatollah Arafi. Questo, almeno, sul piano formale. Sul piano reale, la domanda e’ se queste istituzioni avranno l’autorita’ e la coesione necessarie per reggere la transizione.
Il rischio piu’ immediato non e’ la liberazione, e’ la frantumazione. I Pasdaran – sopravvissuti parzialmente agli attacchi, radicati nel territorio, con controllo dell’economia e delle armi – sono il candidato piu’ ovvio a riempire il vuoto. Diversi analisti ritengono che la morte di Khamenei portara’ probabilmente a un indurimento del regime sotto la guida dei Pasdaran, non a una sua caduta. E’ un paradosso crudele: decapitare un regime teocratico puo’ produrre non la democrazia ma il governo militare diretto, privato anche dell’ultima patina di legittimita’ religiosa.
Al tempo stesso, le province periferiche – quelle curde a ovest, quelle belucie a sudest, quelle arabe nel Khuzestan – potrebbero sfuggire al controllo centrale nei giorni e nelle settimane che seguono. Non necessariamente per progetto politico, ma per semplice vuoto di autorita’. Le organizzazioni curde armate hanno basi nel Kurdistan iracheno e struttura militare propria. I beluci hanno gruppi armati attivi da anni. Un collasso dell’autorita’ centrale in queste regioni non produrrebbe automaticamente autonomia e democrazia locale: produrrebbe conflitti tra fazioni armate, interferenze dei paesi confinanti, e potenziale base di reclutamento per reti jihadiste sunnite in aree a maggioranza non sciita.
E poi c’e’ la variabile di strada. Nelle ore successive alla conferma della morte di Khamenei, scene contrastanti si sono ripetute in tutto il paese: celebrazioni a Isfahan, Shiraz, Karaj, Kermanshah – citta’ con forte tradizione di protesta – e scene di lutto a Mashhad, la citta’ santa, dove i fedeli si sono prostrati con i ritratti della Guida tra le mani. L’Iran non e’ omogeneo nel suo odio o nel suo amore per il regime: e’ un paese spaccato, in cui convivono una borghesia urbana laicizzata che festeggia e una base rurale e religiosa che piange. Se questa spaccatura non viene gestita politicamente – e in questo momento non esistono istituzioni in grado di gestirla – puo’ diventare lo scheletro di una guerra civile.
Trump ha invitato gli iraniani a restare in casa durante i bombardamenti e poi a prendere il governo una volta finiti. E’ una formula che rivela la superficialita’ della visione politica dietro l’operazione militare. I popoli non prendono i governi su invito esterno, soprattutto quando l’invito arriva accompagnato da bombe. Lo sanno in Afghanistan. Lo sanno in Libia.
Cosa puo’ succedere adesso
La Repubblica Islamica ha resistito quarantasei anni a sanzioni, isolamento, proteste e guerra. La sua resilienza aveva radici reali: radici sociali nelle classi piu’ povere e religiose, radici economiche nelle istituzioni parastatali, radici ideologiche in un’identita’ rivoluzionaria che – per quanto logorata – non era mai del tutto esaurita. Adesso quelle radici sono state colpite dall’alto. Ma le radici non si estirpano dall’alto: si estirpano dal basso, lentamente, con un progetto politico alternativo che sia credibile e condiviso.
La domanda che i prossimi giorni e settimane porra’ non e’ se la Repubblica Islamica sopravvivera’ nella sua forma attuale – quasi certamente non sopravvivera’. La domanda e’ cosa la sostituira’: una transizione caotica gestita dai Pasdaran, un vuoto di potere colmato dalle fazioni armate, o – nella migliore delle ipotesi improbabili – un processo politico guidato dalla societa’ civile iraniana, che in questi anni ha dimostrato di esistere, di pensare e di volere qualcosa di profondamente diverso.
La storia insegna che le rivoluzioni riescono quando hanno una leadership. L’Iran ha una societa’. Non ha ancora, visibilmente, una leadership. Questo e’ il problema.