Di Cosimo Risi.
Il personaggio Trump è avvolto in un’aura tragica. Le esternazioni trionfali – siamo alla vigilia dell’epoca dell’oro – rivelano più che dissimulare la complessità della partita americana sul doppio fronte di guerra: in Europa con il faticoso negoziato a tre per l’Ucraina, in Medio Oriente per la partita con l’Iran.
The Big Armada, il richiamo alla spagnola Armada Invencible dovrebbe suscitare cautela anche a chi non è superstizioso, è schierata con migliaia di aerei e due portaerei nei punti cruciali. Dalla Giordania a Diego Garcia, a Bahrein, Arabia Saudita, Qatar, fino a Creta e alla Turchia, le basi americane sono in stato di allerta. Per non parlare di Israele, il primo e più prossimo bersaglio della rappresaglia iraniana.
Il dilemma di Trump è racchiuso nei numeri altissimi della spedizione mediorientale, seconda per vastità solo a quella che George Bush Padre schierò in Iraq ai comandi del Generale Schwarzkopf nei primi Novanta.
Mobilitare la flotta e l’aviazione e ventimila uomini al costo di milioni di dollari al giorno per esporli al sole del Golfo e poi richiamarli alle basi di origine è un azzardo politico oltre che finanziario. Qualcuno in Congresso potrebbe eccepire che non si bruciano così i soldi del contribuente e senza l’avallo parlamentare. È d’altronde un azzardo attaccare l’Iran, un paese enorme e con una dirigenza ancora salda. I moti popolari la scuotono. La repressione è feroce. La resistenza diventa sempre più coraggiosa e ardua.
Alla pista militare si collega la pista diplomatica. Affidata, quest’ultima, al solito duo Witkoff – Kushner ed alla mediazione dell’Oman. Si può immaginare il fastidio della diplomazia ufficiale del Dipartimento di Stato nell’assistere alla spoliazione del proprio ruolo a favore di due negoziatori che dalla loro hanno la fiducia del Presidente e scarsa esperienza diplomatica.
Si capisce il ruolo dell’Oman. Il Sultanato guarda lo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico che la flottiglia iraniana potrebbe ostruire così bloccando il passaggio delle petroliere. Le monarchie del Golfo ne subirebbero un danno ingente. Ecco perché, a cominciare dall’Arabia Saudita, quei dirigenti moltiplicano gli appelli alla prudenza. Anch’essi si dibattono nel dilemma: da un lato, vorrebbero eliminare la minaccia iraniana una volta e per sempre; dall’altro, temono che la campagna d’Iran trascini la regione in una guerra di lunga durata, durante la quale gli Americani potrebbero mollare il classico cerino acceso alle potenze regionali. Israele è l’unico paese a spalleggiare apertamente il Presidente americano nell’intenzione di farla finita con Teheran.
Il Presidente vanta l’esercito più forte al mondo, non vorrebbe usarlo, a volte bisogna. Il momento è questo. Israele attacca l’Iran, gli Stati Uniti seguono. Quale il disegno strategico è difficile immaginare, bisogna scontare il tipo di resistenza dell’Iran. Riprodurre su scala più grande il modello Venezuela: il cambio di dirigenza, non di regime, tramite i soggetti locali e senza l’intervento diretto dall’esterno. Una teocrazia senza il clero a dominare? Oppure con un clero in qualche misura “laicizzato”? L’età e l’incerta salute della Guida Suprema dovrebbero facilitare la soluzione. La successione è prevista dallo stesso Ayatollah Khamenei.
Il Governo di Gerusalemme lancia l’allarme alla popolazione. Una capacità inusitata di resistenza, dal 2023 è sotto attacco, dal 2023 contrattacca i nemici ovunque si trovino, da Gaza al Libano, alla centrale in Iran. Nel frattempo, gioca l’altra partita: impedire la viabilità dello stato palestinese.
A Gaza deve subire il complesso meccanismo messo a punto dagli Americani: il Board of Peace e la Forza Internazionale di Stabilizzazione con truppe nazionali sgradite. In compenso procede in maniera strisciante ed “omeopatica” alla conquista di nuove porzioni di terra in Cisgiordania.
Le conquiste avvengono con la blandizie degli acquisti e la violenza dei coloni a danno degli abitanti. Si calcola che sarebbero stati evacuati oltre 37.000 abitanti per fare posto ai nuovi insediamenti o all’ingrandimento dei vecchi. Le violenze avverrebbero sotto gli occhi delle IDF o addirittura con la loro complicità. Il velo fra reparti militari e gruppi di coloni sarebbe caduto dopo l’ottobre 2023 e mai più ripristinato, al punto che la Procura Militare non persegue i soldati implicati nelle vicende.
Il disegno della destra al potere si dispiega nel relativo silenzio generale. L’Autorità Palestinese è debilitata da vari fattori, la comunità internazionale guarda allo scacchiere iraniano e, come satura della crisi di Gaza, è poco attenta alla Cisgiordania.
Gli Stati Uniti non avrebbero cambiato la loro politica: no all’annessione della Cisgiordania. E pur tuttavia l’Ambasciata a Gerusalemme estende alcuni servizi consolari ai cittadini israelo-americani di stanza in alcuni insediamenti. Se non un riconoscimento di fatto del passaggio di “sovranità”, è comunque un segnale di comprensione verso la politica governativa. L’acquiescenza americana sarebbe il prezzo da pagare a Netanyahu perché accetti la soluzione per Gaza.