Di Paolo Polli.
Siamo chiamati a votare su una riforma costituzionale che interviene su pilastri fondamentali della nostra democrazia: l’ordine giudiziario e l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Una riforma che, da un lato, appare del tutto inidonea ad affrontare i reali problemi della giustizia italiana e, dall’altro, rischia di compromettere il sistema di contrappesi delineato dalla Costituzione, un equilibrio delicato e limpido nato all’indomani di una stagione in cui la separazione dei poteri e la democrazia stessa erano state calpestate.
Se il nuovo ordinamento giurisdizionale venisse approvato, la magistratura verrebbe divisa in due corpi separati — giudicante e requirente — indebolita nella sua rappresentanza, affidata non più a libere elezioni ma al sorteggio, ed esposta al giudizio disciplinare di un unico giudice speciale.
Il risultato non sarebbe quello dichiarato, ma un obiettivo più subdolo: frammentare e depotenziare la funzione giudiziaria, rendendola più dipendente dall’esecutivo, soprattutto nella fase cruciale dell’esercizio dell’azione penale.
I Padri Costituenti approverebbero un simile assetto?
È verosimile che essi stessi inorridirebbero di fronte a un potere giudiziario non più indipendente ma ossequioso verso l’esecutivo, e di fronte all’ennesimo sacrificio dei principi di uguaglianza, partecipazione, libertà e solidarietà, dove la delega popolare viene affidata alla sorte e non alla scelta dei migliori.
Per queste ragioni è necessario dire NO a una riforma che non migliora la giustizia e, al contrario, mina profondamente la qualità della democrazia immaginata nel 1948.
Questa riforma non affronta i problemi reali — come la durata dei processi e la cronica mancanza di risorse e personale del sistema giudiziario – ma mira a separare definitivamente le carriere di giudici e pubblici ministeri.
Non è un passo verso l’efficienza, bensì un modo per indebolire l’indipendenza della magistratura, rendendo il pubblico ministero più esposto alle pressioni politiche.
Perché votare NO
Per difendere l’autonomia: la magistratura deve rimanere un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, non diviso in due corpi separati e funzionalmente distanti.
Contro una falsa emergenza: la separazione di fatto tra giudici e pubblici ministeri esiste già ed è garantita; costituzionalizzarla serve solo a indebolire la magistratura inquirente.
Per il CSM: la riforma stravolge la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura, minacciandone il ruolo di garanzia.
Per una giustizia che funzioni davvero: servono risorse, informatizzazione, personale e riforme procedurali, non un attacco all’assetto costituzionale.
Ci sono anche delle evidenti questioni di carattere politico che vanno ben al di là dell’oggetto specifico del referendum: questa pseudo riforma, viene spacciata come garantismo.
Ma garantismo di chi? Da quando è al governo questa maggioranza non ha fatto altro che aumentare le pene e i reati, sfornare decreti sicurezza inutili e pericolosi, sfruttare le paure della gente, inventarsi capri espiatori. Ci si può veramente fidare di dare in mano la riforma della giustizia a certi figuri?
Questa riforma, infine, non è altro che un pezzo dello smantellamento della Repubblica assieme all’autonomia differenziata e il premierato. Una riforma che non serve a nessuno, solo a questo governo per parlare d’altro e prendere fiato mentre i problemi del Paese restano a marcire.
Difendiamo la nostra Costituzione
Difendiamo la nostra democrazia
Il 22 e 23 marzo, votiamo NO
