Di Franco Belci.
Cominciamo dal titolo della legge costituzionale su cui si vota: “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. Dunque i temi di cui tanto si discute sui media (separazione delle carriere e CSM) non vi compaiono. Perché? Semplice. La riforma Cartabia del 2022 già limita il passaggio dalla funzione inquirente a quella giudicante a una sola volta nella carriera di un magistrato, entro 10 anni dalla prima assegnazione, con l’obbligo di cambiare sede giurisdizionale. Negli ultimi 5 anni l’ha utilizzata lo 0,31% dei magistrati in servizio. Se si fosse voluta negare anche questa possibilità, non sarebbe stata necessaria una riforma costituzionale: sarebbe stata sufficiente una legge ordinaria. Dunque la “separazione” è solo uno slogan utile alla comunicazione semplificata.
Neppure i principi che governano l’attività del CSM sono stati formalmente toccati: però, come vedremo, sono stati stravolti surrettiziamente. L ’organo di autogoverno della magistratura è previsto dall’art. 104 della Costituzione a completamento di un principio: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. L’ indipendenza dagli altri poteri consente insomma al giudice di decidere allo stesso modo di essere imparziale, di decidere allo stesso modo, per lo stesso reato, per ricchi e i potenti e per i semplici cittadini. E all’art. 105 si precisano i compiti, del Consiglio, soggetti alle sole norme dell’ordinamento giudiziario: assunzioni, assegnazioni e trasferimenti, promozioni, provvedimenti disciplinari, che non vengono riservati dalla Costituzione alla politica, proprio perché gli stessi politici possono compiere reati e devono essere giudicati senza alcun privilegio. Il CSM è presieduto, non a caso, dal Presidente della Repubblica; ne fanno parte, di diritto, il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione. Gli altri componenti sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra “professori ordinari di università in materie giuridiche e ed avvocati dopo 15 anni di esercizio”.
Con la riforma vengono costituiti due CSM separati: uno per i magistrati della carriera giudicante (i giudici) e uno per quelli della carriera requirente (i rappresentanti delle Procure della Repubblica). Anche i due membri di diritto, il primo presidente della Cassazione e il procuratore generale presso la Cassazione faranno parte dei rispettivi rami. Certo, la presidenza rimarrà in capo al presidente della Repubblica (in attesa del premierato) e le funzioni saranno le stesse attribuite all’attuale CSM, tranne una, la giurisdizione disciplinare: la questione più delicata, che sarà affidata non all’organo di autogoverno del potere giudiziario, ma, appunto, a un’Alta Corte che dovrebbe essere nominata con gli stessi criteri. Quindi, al posto di un unico CSM, composto da magistrati di grande esperienza e professionalità capaci di discutere con ricchezza di punti di vista, ce ne sono due più un terzo organo diverso dagli altri due: insomma. Non ci saranno più confronti tra impostazioni diverse, utili per tutta la giurisprudenza, ma tre sistemi chiusi e non comunicanti. Ovviamente si tratta di un grave indebolimento dell’organismo.
Quelle che cambieranno radicalmente saranno però le modalità di nomina dei componenti. Si passerà dall’elezione al sorteggio: i nomi dei membri “togati” saranno estratti a sorte tra i magistrati giudicanti e i magistrati requirenti secondo quanto stabilirà una legge ordinaria. Invece per i “laici”, quelli nominati dal Parlamento in seduta comune, il sorteggio sarà circoscritto a un elenco di professori ordinari in materie giuridiche e avvocati con oltre 15 anni di esercizio della professione. Il risultato sarà che sui magistrati estratti a sorte non ci potrà essere alcuna garanzia di esperienza e competenza, e quindi di autorevolezza, mentre quelli nominati dalla politica mediante sorteggio pilotato (col rischio che si formi una maggioranza in grado di eleggerseli tutti) avranno un’esperienza e un’autorevolezza molto diverse.
L’obiettivo dichiarato è eliminare il “peso” delle correnti, cioè le articolazioni dei magistrati caratterizzate secondo indirizzi interpretativi, non secondo concezioni di giustizia. Non che le correnti abbiano dato buona prova di sé, contendendosi i posti di potere, e talvolta entrando in discussioni che esulavano dal loro campo, ma si collocano all’interno di un pluralismo interpretativo sul quale si regge la giurisprudenza. Del resto mi pare che neanche la politica ha abbia dato buona prova di sé, visto che vota meno del 50% degli italiani. Ma in questo caso si tratta di votare per la Costituzione, non per i partiti, alcuni dei quali sono pure divisi al proprio interno tra SI e NO. E quando si vota per i referendum costituzionali non esiste il quorum: in teoria potrebbe decidere il 10% dei cittadini. Per questo è fondamentale un’illustrazione puntuale dei punti di vista e la più vasta partecipazione possibile.
Alcuni fautori del SI hanno presentato il quesito referendario come una questione tecnica, cioè neutra di fronte alla politica e poco accessibile, per sua natura, al cittadino comune. “Bisogna stare al merito” ripetono, accusando chi invece sostiene le ragioni del NO di voler votare pregiudizialmente contro il governo. Non ci fu peraltro alcuna remora in occasione del referendum del 2016 sulla legge Renzi Boschi, quando l’attuale maggioranza votò compatta per il NO, con l’obiettivo esplicito di far cadere il governo. Renzi si dimise. L’attuale premier ha già detto che non lo farà: se non va bene questa via, ne sceglierà un’altra con il medesimo obiettivo. Questi politici e studiosi hanno chiamato a testimone Giuliano Vassalli e la sua riforma del 1988, col fondamentale passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio, che, ovviamente, nessuno si sogna di mettere in discussione. E’ vero che Vassalli, insigne giurista ed ottimo ministro della giustizia nei governi Goria, De Mita, Andreotti VI, era favorevole alla separazione. Solo che, come abbiamo visto, essa è già avvenuta di fatto nel 2022. Non solo. La riforma Vassalli fu approvata da un sistema politico-istituzionale radicalmente diverso: si votava col sistema proporzionale, c’era il pentapartito e nessuno dei partiti di quell’alleanza esiste più. Quindi il riferimento al 1988, comunque formulato, ricorda la sperimentazione “in vitro” degli scienziati, cioè condotta in ambiente artificiale controllato, al di fuori di un organismo vivente.
Perché il contesto influenza, eccome, le modalità e le regole costituzionali: lo sa ogni cultore di studi storici, oltre che giuridici. Le grandi questioni del diritto sono spesso state affrontate e risolte sotto la spinta del rinnovamento politico e culturale: si pensi alla stagione delle grandi riforme degli anni ’67-70 (la legge sul divorzio; il nuovo diritto di famiglia; lo Statuto dei lavoratori; il riconoscimento dell’obiezione di coscienza; la prima riforma della sanità su base universalistica; la legge 180 sui diritti del malato). Oggi, il contesto è caratterizzato da un’enorme concentrazione del potere, sia politico che economico. Quello Esecutivo cerca ogni giorno di svuotare il legislativo e assorbire quello giudiziario. La costante polemica del governo contro la magistratura, alle scelte della quale vengono attribuiti molti dei propri fallimenti politici, è volta proprio a questo. Aperta la crepa nel potere giudiziario, la sottomissione dei PM alla politica sarebbe solo questione di tempo utilizzando le leggi ordinarie.
Ma quale sarebbe l’interesse dei cittadini, oggi, nei confronti della giustizia?
Duplice: continuare ad avere giudici imparziali e indipendenti e abbreviare i tempi dei procedimenti. In Europa la sentenza definitiva arriva in un anno, in Italia in 5 e spesso di più. Perché? Presto detto. Nessuno sa dire quante leggi sono oggi in vigore nel nostro Paese: esistono solo stime che le quantificano intorno alle 150mila, di cui alcune datano a più di un secolo fa. Nessuno è in grado neppure di dire, per lo specialismo burocratico usato dal legislatore, quali leggi siano in vigore e quali no. C’è certezza solo su quelle esplicitamente abrogate da altre. I magistrati sono meno di 10 mila e i tribunali 165. Manca anche il personale amministrativo e la digitalizzazione procede a rilento. Dunque, quella che viene definita l’ “inefficienza della giustizia” è molto di più una responsabilità della politica che della magistratura stessa: il problema è annoso e nessun governo degli ultimi anni lo ha affrontato con la decisione necessaria, rendendo efficiente il sistema, digitalizzandolo e operando le necessarie assunzioni. Certo, ci sono anche gli errori giudiziari, come esistono quelli dei medici, degli avvocati, dei poliziotti. E dei politici. Ma proprio per questo esistono i 3 gradi di giudizio, anche se una parte della politica vorrebbe toglierne uno per accelerare le sentenze.
Sul nodo dei tempi il governo non ha assunto alcuna iniziativa. Il suo obiettivo è un altro. Premier e ministro della giustizia non lo hanno certo nascosto. La prima ha affermato che la riforma costituisce “la migliore risposta all’invadenza intollerabile della magistratura”. Il ministro ha sintetizzato: si tratta di “dare una lezione alla magistratura”, altro, quindi, che questione tecnica. L’obiettivo è togliere autorevolezza a chi è accusato, un giorno si e l’altro anche, di ostacolare l’azione del governo rispettando i diritti dei cittadini: esempio di scuola, i centri in Albania e in questi giorni si parla addirittura di fermo preventivo senza passare per il magistrato. Non si possono non mettere in fila questi fatti. Quella lezione costerà molto cara alla qualità della democrazia se vincesse il SI, perché si rischia di accentrare tutti i poteri in capo a quello Esecutivo, riconducendo tutto alla politica e alla legittimazione che deriverebbe solo dal consenso elettorale conseguito alle elezioni politiche: chi vince si prende tutto, magistratura compresa. A svuotare il Parlamento hanno già pensato con una miriade di decreti: “La tirannia della maggioranza”, ha scritto Marta Cartabia nel suo ultimo libro.
Insomma, sarebbe come se proponessimo che, visto che vota meno del 50% degli italiani, si assegnasse ai partiti solo la rappresentanza per i voti effettivamente conseguiti, tirando a sorte per il rimanente 50%. E credo che nessuno di noi voglia affidarsi solo alla fortuna per il futuro nostro e dei nostri figli.