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Sacro e profano

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di Massimo Bulli.

Che cosa lega tre episodi recentemente accaduti nel panorama politico italiano e finiti sulle prime pagine dei giornali, seppure con enfasi diverse? Il primo riguarda Salvini a Bari che, durante un comizio elettorale, riferendosi agli immigrati, ripete più volte l’espressione “cristianamente e generosamente fuori dalle palle”. Il secondo episodio vede la Presidente del Consiglio Meloni che, insieme ai vicepresidenti e ministri Antonio Tajani e Matteo Salvini, oltre a Maurizio Lupi e ad altri esponenti della destra al Governo, durante un comizio a Napoli si mette a saltellare e ballare al coro di “chi non salta comunista è”. Il terzo, infine, è il gravissimo attacco del Governo al Presidente della Repubblica, scaturito da un articolo estremamente fazioso pubblicato da un giornale che della faziosità è quasi un simbolo. In quell’articolo sarebbero state riportate alcune frasi, di provenienza non chiara, attribuite a una conversazione privata cui avrebbe partecipato un Consigliere del Presidente, frasi peraltro interpretabili in modi diversi.

Ciò che unisce questi episodi è una radice comune: la volontà, dimostrata da parte della destra al Governo, di dissacrare e azzerare quei valori che finora hanno rappresentato punti di riferimento etici, morali e politici nel nostro Paese. L’obiettivo è proporsi come unico erogatore di verità, come accadeva nel romanzo 1984 di Orwell, dove il “Reality control” – il controllo della realtà – stabilisce che vero non è ciò che accade, ma ciò che il Partito decide debba essere vero secondo la propria narrativa.

Per raggiungere questo scopo è necessario svalutare tutto ciò che può alimentare un pensiero critico.

Quando Salvini, a Bari, afferma: “L’Europa sta permettendo a troppi migranti soprattutto islamici di entrare nel nostro Paese e di distruggere il nostro tessuto valoriale e sociale. Il problema è pretendere che chi arriva a Bari rispetti la nostra cultura, la nostra religione, la nostra Costituzione. Quelli che non sono disposti a farlo, cristianamente e generosamente fuori dalle palle”, compie un atto che sfiora la bestemmia. “Cristianamente” significa “secondo i dettami di Cristo”, il quale però non avrebbe mai espresso un concetto simile. Il Cristianesimo è accoglienza (Matteo 25), il Cristianesimo è perdono (Matteo 5, 38). Le parole di Salvini risultano dunque blasfeme e mirano a sdoganare una versione semplificata e strumentale del Cristianesimo, utilizzandolo come sostegno alle proprie tesi. Si insinua così l’idea che i valori cristiani – in particolare l’amore per il prossimo – non siano universali, ma possano essere modulati secondo convenienza, e che proprio lui possa ergersi a giudice di tale convenienza.

Non va dimenticato, inoltre, l’uso frequente – soprattutto da parte della Lega – dell’accostamento tra valori sacri come il Natale e simboli laici come il presepe, l’albero di Natale o persino il panettone. Si crea così l’idea che i simboli cristiani possano essere manipolati a seconda dell’opportunità politica del momento, suggerendo una sostanziale inconsistenza del messaggio evangelico a favore di un simbolismo consumistico e di circostanza, utile come etica di facciata o come “grandstanding” morale. Il tutto accompagnato da una strizzata d’occhio ai propri sostenitori, con il messaggio implicito di sempre: per chi è amico della destra, le regole non valgono o si interpretano. Anche quelle religiose.

I membri del Governo che saltellano al coro di “chi non salta comunista è” compiono, innanzitutto, un gesto dissacrante nei confronti della dignità del Governo e delle Istituzioni. Il ruolo di Presidente del Consiglio – e, a seguire, quello dei Ministri – viene così ridotto a quello di un “Capo” circondato da attendenti di un gruppo di potere, più che a figure chiamate a gestire la cosa pubblica. È difficile immaginare gli statisti del passato comportarsi in modo tanto indecoroso. Verrebbe piuttosto in mente un personaggio grottesco come quello creato da Antonio Albanese, Cetto La Qualunque. Ma qui non c’è ingenuità: c’è appropriazione di potere, c’è lo spostamento del confine tra ciò che è etico e ciò che non lo è. È come schioccare le dita sotto il naso di chi ha rispetto per le istituzioni, trattandole come un foglio di carta da appallottolare e gettare in un angolo.

È un modo per affermare: “il potere sono io, e non devo rendere conto a nessuno”, tantomeno alla Storia o alla dignità del Paese. Il ruolo istituzionale diventa così un cappotto da indossare o togliere a seconda della convenienza, un orpello da esibire quando serve, non un impegno da vivere con convinzione. L’effetto è quello di un barbaro che entra in un museo e usa un dipinto del Caravaggio come bersaglio per le freccette.

C’è poi un altro aspetto: la tendenza a considerare chiunque non sia di destra non come un avversario, ma come un nemico. Tutto ciò che rappresenta pensiero critico o semplicemente diverso dalla linea del “regime” viene confezionato sotto l’etichetta di “comunista”. Secondo questa semplificazione grossolana – ma purtroppo strategicamente efficace – non esisterebbero più correnti di pensiero differenti: riformismo progressista, socialdemocrazia, liberal-progressismo, socialismo democratico, sinistra ecologista, ambientalismo, cattolicesimo sociale, civismo progressista, europeismo progressista, democrazia… tutto scompare. Resta solo un nemico “comunista”, da ridicolizzare con un balletto idiota.

L’intento è evidente: spaccare la società in due. Da un lato la destra, dall’altro il nemico, chiunque la pensi diversamente. È la svalorizzazione del pensiero in favore dell’esaltazione dello slogan, del tifo calcistico. Il risultato è l’azzeramento del dubbio, della domanda fondamentale: il Governo sta facendo bene o male? L’importante, come nel calcio, è vincere la partita, il campionato, portare a casa la coppa – e quindi il potere. Come questo potere verrà poi usato lo deciderà il “capo”. Il pubblico festeggia, senza la capacità critica per comprendere che questa è una gara in cui perdiamo tutti, perché perdiamo pluralità e democrazia. L’importante è aver “vinto” e poter dire agli avversari – anzi, ai “nemici” – “quanto vi brucia”. Fine del pensiero critico, avanti i pop corn.

Il terzo episodio è l’attacco, costruito su un pretesto, al Presidente della Repubblica. È l’ennesima dimostrazione che per questo Governo nulla è sacro: niente merita rispetto assoluto, niente merita etica o considerazione. Tutto può essere messo in discussione. Ancora una volta si strizza l’occhio all’idea che le regole si possano anche non rispettare, che nessun ruolo sia davvero sacro, che chi è stato eletto non “governa” ma “comanda”. E tutto ciò che si frappone tra i desideri del Governo e la loro realizzazione – Democrazia, Legge, Giustizia, Costituzione, e con essa il suo garante, il Presidente della Repubblica – deve essere spazzato via.

Così i magistrati che fanno il loro lavoro diventano “zecche rosse”, la magistratura deve essere messa al guinzaglio con una “riforma”, la Costituzione diventa un fastidio. Il suo garante deve essere delegittimato. Le parti della Storia che mostrano le storture del percorso del Governo devono essere rimosse, riscritte o rese irrilevanti.

utto questo, tra l’altro, non produce quel calo di consenso che si potrebbe immaginare, per due motivi. Il primo è che, assumendo il ruolo dei “monellacci”, i membri del Governo legittimano il rifiuto dell’autorità e delle regole da parte di molti loro sostenitori, un antico vizio italiano. Il secondo è che questi politicanti, pur essendo al Governo, si comportano come se fossero all’opposizione, come se stessero combattendo contro un potere opprimente. Si presentano come “rivoluzionari”, mentre in realtà stanno combattendo contro le leggi dello Stato – tra cui la Costituzione – che rappresentano l’ultimo argine a tutela dei diritti degli italiani di fronte alla nascente autocrazia della destra.

Svilire per rimuovere, distruggere i valori per imporne di nuovi, più adatti alle proprie mire autoritarie. Valori magari travisati ed esasperati, come quello della “difesa della Patria”, utile a giustificare il riarmo e la follia di una nuova guerra, non per reale necessità di difesa, ma per motivi economici o per asservimento a qualche grande potenza.

In definitiva, questo imbarbarimento dei costumi serve a demolire i punti di riferimento faticosamente conquistati nel dopoguerra, per sostituirli con disvalori nei quali il popolino festante può illudersi di aver trovato una forma di “libertà”. Un’altra parola abusata dai nuovi barbari della destra, che in realtà si tradurrebbe in un’assenza sostanziale di regole – o meglio, di regole certe, universalmente accettate e applicate – in un contesto in cui l’unica legge destinata a prevalere sarebbe quella del più forte. Ovvero di chi, invece di governare, “comanda”.

Un percorso che porterebbe rapidamente il nostro Paese verso un baratro economico e sociale. A chi considera esagerate queste parole, suggerirei una riflessione: si sta ipotizzando la reintroduzione della leva obbligatoria proprio mentre soffiano forti venti di guerra. La naja dei nostri figli – e delle nostre figlie, perché c’è la parità dei sessi – potrebbe non essere quella maccheronica che abbiamo conosciuto noi. Potrebbero trovarsi in situazioni di vera guerra. Sarebbe un brusco risveglio, ma sarebbe tardivo. Non sarebbe il caso di cominciare a ragionarci adesso?

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