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Ma cosa vuol dire “sinistra”?

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Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato (1901)

Di Franco Belci.

Non è un caso che l’attuale opposizione abbia difficoltà a definirsi in altro modo. “Campo largo” evoca ormai solo scongiuri. L’“alleanza progressista” del M5S rimane un titolo suggestivo ma vago per un movimento ancora in cerca della propria identità: del resto c’è ancora chi vorrebbe tornare alle origini. Nel PD convivono posizioni diverse: una traccia sempre più esigua radicata nel secolo breve; un’ispirazione cattolico-democratica che ha riscoperto se stessa per la forza francescana di papa Bergoglio e intende farla valere; un pragmatismo istituzionale che sembra governi anche dall’opposizione; infine una più recente visione, proposta dalla segretaria, ispirata da solidarietà e umanesimo che si sforza di dare rappresentanza alle componenti più deboli della società, ma non possiede  ancora radici sociali. Si aggiungono al quadro la ricerca, ormai annosa, di una sintesi attorno all’ ambientalismo radicale (da SEL a AVS) e le varie testimonianze delle ideologie del Novecento: visioni gloriose e rispettabili, ma tutte rivolte al passato. Fino all’esperienza dell’Ulivo (e poi dell’Unione), gli elettori comprendevano immediatamente cosa significasse “centro Sinistra”: un’alleanza di forze diverse nella quale Prodi rappresentava il punto di equilibrio. Oggi fanno fatica a capirlo: del resto la faccio anch’io. I luoghi geometrici nella politica hanno perso progressivamente senso. Vale per chi ha scelto il cerchio di centro campo: 263 metri quadri contro i 7100 totali: centrale, ma non nevralgico. Vale per la “Sinistra”, che è diventato un nome-contenitore, i cui contorni sono sempre più sfumati. Spetterebbe innanzitutto alle forze che si richiamano a quel luogo della politica sparigliare le carte, ma appaiono troppo prigioniere della forza di inerzia legata alla loro storia. Nel Paese esiste però una vasta area di persone che arrivano dalle esperienze del comunismo italiano, del socialismo, dell’azionismo, oppure da altre esperienze sociali, e che hanno preso atto del cambiamento d’epoca. Ad essa si aggiungono moltissimi giovani, quelli che hanno generosamente testimoniato la propria solidarietà a un popolo che rischia l’estinzione, che vogliono un mondo in pace nel quale vivere e che del Novecento sanno poco: va di lusso se i programmi, a scuola, arrivano alla seconda guerra mondiale, cioè a 80 anni fa, esattamente lo scarto di una generazione. Molti dunque sono alla ricerca di un nuovo umanesimo che sappia interpretare i valori e i riferimenti ideali di quelle vecchie storie in un Paese radicalmente cambiato e che non si accontentano dei social. Si chiedono perché i ceti emarginati, che videro nelle esperienze storiche di quei pensieri un tentativo di fornire loro un futuro, oggi votino – per così dire – contro natura. Sono da 55 anni un uomo di “Sinistra”. Però sono anche uno studioso di Storia e so che nulla è eterno, neppure quel nome arrivato per caso, in seguito alla posizione assunta nell’emiciclo dai rappresentanti della parte radicale del Terzo Stato nella sede dell’Assemblea costituente della Francia post rivoluzionaria. Certo, poi si è incardinato nella Storia e si è indissolubilmente legato alle esperienze e alle lotte di generazioni di uomini e di donne verso l’emancipazione dei settori negletti della società. Ed è perfino sopravvissuto alle esperienze storiche nelle quali si è realizzato. Ma esse hanno via via preso strade diverse, tanto che il termine ha richiesto specificazioni sempre maggiori: sinistra “radicale”, “moderata”, “di governo”, “antagonista”, “riformista”, “progressista”, “ambientalista”. Spesso l’una in contrasto con l’altra. Ma attorno a ognuna di esse si è aggregata una identità diversa, che ha sempre posto in secondo piano i presupposti culturali e gli ideali comuni, i riferimenti condivisi. Chi “tradiva” la scala dell’ortodossia (e ogni entità ne aveva una propria) diventava il peggior nemico dell’altro. Gli episodi, nella storia, sono talmente tanti che non occorre citarli. A tenere insieme quelle forze sono state, nella storia  recente, solo due sperimentazioni coraggiose: l’Ulivo e la sua fotocopia sbiadita, l’Unione, entrambe con Prodi come federatore. Ma entrambe sepolte principalmente da quella che oggi si chiama “sinistra radicale” per manifestare, rispetto ai DS, la propria maggiore connotazione. Del resto, proprio su questa parola nasce un altro equivoco: sembra che più ti collochi a sinistra, più difendi i lavoratori e i settori deboli che ritieni di rappresentare. In realtà è vero il contrario, e non a caso quella sinistra è sempre rimasta una piccola minoranza. Fu esemplare in questo senso la scelta di Bertinotti, che per la propria visione ideologica costruita tutta sull’opposizione e la propria diffidenza per la dimensione del governare, fece cadere l’Esecutivo quando Prodi non accettò la richiesta dell’ abbassamento dell’orario di lavoro da 36 a 35 ore per tutto il lavoro dipendente. Una richiesta puramente ideologica, visto che già allora si abusava degli straordinari, esistevano i contratti pirata, il finto part time, il precariato, le dimissioni in bianco, il lavoro nero. Anche se fosse stata attuata, quell’ora in meno sarebbe immediatamente rientrata dalla finestra. Eppure, pur di conquistare un punto in percentuale, Bertinotti non ci pensò troppo sopra. La sua scelta segnò la storia di quella stagione e penso che, pur di tenere in piedi quel governo, la maggior parte dei lavoratori avrebbe volentieri rinunciato a quella bandiera. Oggi, in modi molto diversi ma secondo uno schema simile, il copione pare ripetersi. La politica si gioca sulla propaganda e sulla comunicazione molto di più che sulle esigenze reali del Paese. E’ saltato quel legame di rappresentanza dei settori più emarginati che ora votano (quando lo fanno) a destra: dove non arrivano idee capaci di coinvolgerli, l’esigenza prevalente è quella della sicurezza. Faccio un esempio impietoso: quante volte ho letto sui social lo slogan “voto per chi difende la pace”. A mio giudizio può diventare una trappola ideologica riservata a chi non ha il problema di arrivare alla fine del mese. E per di più di fatto ininfluente sugli esiti delle guerre in corso, con ogni evidenza guidati dalle logiche delle grandi potenze. Io credo che l’unica strada incisiva su questo terreno sia quella della testimonianza, con la propria presenza nelle piazze, emarginando quelle minoranze che parlano di pace con la violenza. L’unico modo per uscire da questo collo di bottiglia è aprire una discussione che non sia affidata solo ai comitati direttivi dei partiti, ma si estenda nel Paese a coloro, giovani e meno giovani, che hanno voglia di trovare un nuovo linguaggio, riferimenti ideali rinnovati, solidarietà e coesione sociale espressi guardando alle nuove generazioni che hanno lunghezze d’onda molto diverse da chi pensa che l’elettorato sia fatto a propria immagine e somiglianza. La voglia di pace espressa sulle piazze non è riferita solo a Gaza, ma a un mondo che i giovani vogliono costruire attraverso dimensioni della politica diverse da quelle tradizionali. E quella discussione, necessaria come il pane, deve svolgersi in tutte le sedi utili. Magari cominciando a frequentare quelle periferie geografiche e sociali alle quali tutti siamo interessati, ma alle quali non riusciamo a parlare.

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