di Franco Belci.
Ne ha parlato diffusamente papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti”, pubblicata nell’ottobre del 2020. Ma ne aveva già parlato nel famoso discorso del 2014 a Redipuglia: “Tutte queste persone che riposano qui avevano i loro progetti, i loro sogni, ma le loro vite sono state spezzate. Perché? Perché l’umanità ha detto «a me che importa?»”. Il tema, che caratterizza i tempi che viviamo, è l’indifferenza. Un tema politico, culturale e di costume che è totalmente fuori dalla lunghezza d’onda dei partiti, nessuno escluso. Per la destra il discorso è quasi connaturato alla sua ragione sociale. Ma per la sinistra non dovrebbe essere così: eppure non c’è sufficiente attenzione per la vita quotidiana dei ceti poveri e spesso anche di quelli medi, per il linguaggio violento dei social, per le condizioni di chiunque stia fuori dai palazzi: ormai si tratta di partiti il cui registro viene tenuto soprattutto da amministratori locali, che spesso scordano che non si può replicare alla destra solo con parole, ma anche, e soprattutto, con iniziative che arrivino alle periferie sociali. C’è stata poca attenzione anche per i problemi degli studenti, che il maggior partito di opposizione non ha ritenuto di dover affrontare: troppi esponenti del PD regionale hanno reagito al “caso matura”, aperto dal ragazzo veneto che ha rinunciato all’orale avendo già conseguito la promozione, con la più famosa e inutile delle frasi: “ai miei tempi”. Ammettiamo pure che quei tempi siano stati migliori: è davvero miope pensare di cavarsela in questo modo se si vuole davvero entrare in contatto col mondo giovanile, che ha proprie dinamiche e proprie condizioni e un futuro certamente meno roseo di chi ha parlato di ragazzi “allevati a Nutella e tik tok”. Tornando al papa scomparso, si è trattato di uno dei non rari casi nei quali ha svolto un ruolo di supplenza rispetto a chi avrebbe dovuto occuparsi del problema: non per nulla è diventato, a sinistra, quasi un idolo, e a destra poco meno di un eretico. Il problema, per le forze di opposizione, è che i leader non possono essere cercati altrove e non possono che essere espressi dalla politica. Il papa però ha avuto la sensibilità di capire per primo che buona parte degli italiani è irrimediabilmente distratta quando le diseguaglianze si allargano, la povertà è in crescita, l’emarginazione di interi settori sociali è percepibile e oscura ogni forma di consapevolezza collettiva. Gramsci scrisse, in un passo famosissimo: “Odio gli indifferenti”, aggiungendo: “Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita”. Un giudizio drastico, nel quale il verbo “parteggiare” non è da interpretare come adesione a una causa, ma al dovere dell’impegno civile. Il tema attraversa la Storia e la letteratura: dall’Antigone di Sofocle, a Dante, che destinava gli ignavi a sostare per l’eternità nell’antinferno, a Moravia che dedicò agli “Indifferenti” uno dei più grandi tra i suoi romanzi, per finire con “Lo straniero” di Camus. La questione irruppe in maniera dirompente nella vita quotidiana con l’affermarsi del fascismo e soprattutto del nazismo: è notissimo il testo attribuito a Bertolt Brecht, ma che sembra dover essere ascritto, almeno nell’ispirazione, a un sermone del pastore Martin Niemöller contro l’apatia degli intellettuali tedeschi di fronte al nazismo: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”. Ma quello dell’indifferenza è anche un atteggiamento collettivo legato al disorientamento per i tempi difficili che stiamo vivendo: una forma di resistenza passiva ai cambiamenti che porta molti a rinchiudersi nella propria bolla. Così, è facile che si ignori la violenza dei social, ci si giri dall’altra parte (parlo soprattutto di maschi) di fronte alle richieste di aiuto alle donne in difficoltà; che si faccia finta di nulla di fronte alle aggressioni all’ambiente, alla gentrificazione delle città (Milano docet), alla condizione dei migranti, che non si possono lasciare tutti per strada, ma non si possono neppure accogliere tutti: servirebbero soluzioni innovative che non escludano dal loro perimetro il tema sicurezza. Abbiamo infine perso anche, come cittadini, la capacità di esprimere solidarietà nei confronti delle forme di sofferenza personale, dal disagio sociale a quello mentale, rispetto al quale viene rafforzato lo stigma e vengono tolte le risorse necessarie per le cure. Non che manchino, nel centro sinistra, le denunce, ma esse stentano a trasformarsi in azioni concrete. Forse, occorre pensare più “lungo”: è indispensabile riportare la cultura, l’informazione, la partecipazione nelle periferie sociali che hanno trovato altre rappresentanze, senza lasciare il monopolio dell’azione politica ai pur importantissimi diritti civili. Molte volte mi sono chiesto perché i lavoratori più umili erano, in altri tempi, per la gran parte iscritti a partiti e sindacati della sinistra. La risposta è semplice: perché quella sinistra era capace, individuando sedi di aggregazione e di confronto, di diffondere sapere e cultura e di offrire orizzonti sociali. Cioè l’antidoto all’indifferenza.