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Religione e civiltà: tra identità, storia e propaganda.

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Islamizzazione: paure e ipocrisia

Di Davide Strukelj. Premetto da subito che non è mio intento adoperarmi per una difesa o una valorizzazione dell’Islam, così come non è mio desiderio denigrare il Cristianesimo e, nello specifico, il Cattolicesimo. Sono ateo, ma guardo alle religioni – tutte – con interesse e rispetto, consapevole del ruolo cruciale che esse hanno ricoperto, e in parte continuano a ricoprire, nella vita sociale, culturale e politica delle società umane.
Riconosco al Cristianesimo un ruolo importante nello sviluppo della cosiddetta società occidentale, termine con cui ci riferiamo, spesso in modo ambiguo, a una cultura fondata sull’evidenza scientifica, sul metodo razionale e su quel modello logico e fisico-matematico che ha forgiato la nostra conoscenza e, con essa, molti degli strumenti con cui interpretiamo e governiamo il mondo.
In questo senso, condivido pienamente la visione di Alexandre Kojève – o, come preferisco chiamarlo per rispetto delle sue origini, Aleksandr Vladimirovič Koževnikov – che considero uno dei più lucidi pensatori del XX secolo. Kojève affermava che al Cristianesimo va riconosciuto il merito, sia pure non intenzionale, di aver preparato il terreno per lo sviluppo di una “fisica a vocazione universale”. A suo avviso, è grazie a uno specifico dogma cristiano – quello dell’Incarnazione – che l’Occidente ha potuto spezzare il legame paralizzante con il dogma metafisico e accogliere un principio di universalità empirica: se Dio può incarnarsi in un corpo umano, allora le leggi che governano il corpo, e con esso il mondo, devono valere universalmente. Questo, secondo Kojève, fu il grimaldello che rese possibile lo spostamento della Terra dal centro dell’universo – cominciando da Copernico – e aprì la via a quella lunga stagione scientifica che ancora oggi definiamo “moderna”. Scriveva Kojève che “da quel momento, piccoli, medi e grandi Galilei hanno potuto elaborare la nuova scienza, che è ancora moderna.”
Ma questo riconoscimento storico-filosofico al Cristianesimo basta per ritenerlo una religione “migliore” delle altre? Giustifica l’evocazione continua di una presunta minaccia di islamizzazione e la conseguente difesa a oltranza delle “radici cristiane” dell’Europa come baluardo di civiltà? E, ancora, tra i cristiani, sono davvero i cattolici – nella loro forma istituzionale storica – a incarnare più di altri i valori della democrazia, della tolleranza, della libertà e della razionalità?
Lo stesso Max Weber, altro gigante del pensiero moderno, osservava con acume che la Chiesa cattolica “punisce gli eretici, ma è indulgente coi peccatori”, evidenziando un tratto istituzionale talvolta più orientato al mantenimento dell’ordine e del controllo che alla ricerca del vero, del giusto o del razionale.
Proviamo dunque a riavvolgere il nastro della storia. Non per sminuire alcuno, ma per ricordare – con metodo e rigore – che ogni civiltà religiosa porta con sé luci e ombre, grandezze e contraddizioni. E che prima di evocare nemici culturali o religiosi, forse varrebbe la pena ripensare criticamente alla propria eredità.


Per comprendere in modo corretto il rapporto tra religione e società, e per valutare con onestà intellettuale le dinamiche contemporanee che vorrebbero mettere in opposizione “noi” e “loro”, è necessario ripercorrere brevemente la storia del Cristianesimo e delle sue trasformazioni nel tempo. Non si tratta di formare un giudizio morale, ma di acquisire consapevolezza storica su come siano nati quei modelli culturali, poteri e ideologie che ancora oggi condizionano la nostra percezione del diverso.
Per prima cosa dobbiamo ricordare che il Cristianesimo nasce nel I secolo d.C. in Medio Oriente, e precisamente in Palestina, che al tempo era una provincia periferica dell’Impero Romano. Il contesto religioso è ebraico e greco-ellenistico. Gesù di Nazareth era un giudeo, i suoi discepoli pure, e i primi destinatari del messaggio cristiano furono comunità ebraiche e pagane del Mediterraneo orientale.
Le prime indicazioni liturgiche cristiane furono alquanto “curiose”, se lette con gli occhi di oggi. Ad esempio, San Paolo, che è stato autore di molte lettere del Nuovo Testamento e primo grande “teologo” del nascente cristianesimo, ci indica quanto fossero rigidi i codici morali e culturali del tempo. Nella Prima Lettera ai Corinzi, ad esempio, egli stabilisce che “il capo della donna è l’uomo” e che “ogni donna che prega o profetizza senza velo disonora il proprio capo”. Un precetto che oggi susciterebbe sconcerto in molte società laiche, ma che appartiene alla tradizione cristiana.
Va detto che per i Cristiani gli inizi non furono facili: per circa tre secoli furono una minoranza perseguitata, accusati dai Romani di ateismo (perché non riconoscevano gli dei dell’Impero) e di sovversione dell’ordine civile (Nerone li accusò dell’incendio di Roma e li fece giustiziare in modo brutale) e Diocleziano, nel 303, ne promosse l’ultima grande persecuzione.
Solo dopo venne sancita la libertà di culto per i cristiani e di lì a poco il Cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’Impero; fu così che, in breve tempo, la religione dei perseguitati divenne la religione dei persecutori: i templi pagani furono chiusi o distrutti, i culti tradizionali vietati, le scuole filosofiche dissolte, sorte che toccò anche all’Accademia di Atene, fondata da Platone e chiusa per decreto imperiale nel 529 d.C.
In nome dell’ortodossia, la Chiesa cristiana soffocò, anche con la forza, ogni deviazione: eresie, culti, scismi e movimenti autonomi furono sistematicamente sradicati. Si affermò un modello di religione di Stato, profondamente legato al potere politico.
Con l’inizio del nuovo millennio il Cristianesimo si trasformò in motore di conquista militare. L’obiettivo ufficiale era liberare i luoghi santi in Terra Santa; il risultato fu un lungo ciclo di guerre, saccheggi e massacri. L’assedio di Gerusalemme del 1099 è emblematico: secondo i cronisti, i cavalieri crociati uccisero indiscriminatamente musulmani, ebrei e persino cristiani orientali, in un bagno di sangue considerato “giusto” perché sacro.
Altre crociate furono indirizzate anche contro i cristiani dissidenti, come quella contro i Catari in Occitania.
Con le grandi scoperte geografiche, il Cristianesimo fu al centro dei processi di colonizzazione di vasti territori in Africa, Asia e nelle Americhe. Al tempo la croce si accompagnava spesso alla spada: popolazioni intere furono battezzate forzatamente, le lingue e le culture autoctone furono represse, le religioni locali dichiarate demoniache. De Las Casas denunciò le atrocità commesse dagli spagnoli nei confronti degli indigeni americani: massacri, torture, schiavitù, il tutto in nome della fede cristiana… e dell’oro.
Anche in Europa il Cristianesimo fu causa – o pretesto – di conflitti e repressioni. Le guerre di religione tra cattolici e protestanti, culminate nella Guerra dei Trent’anni devastarono il continente. L’Inquisizione perseguitò eretici, presunti stregoni e dissidenti intellettuali. Migliaia furono le vittime dei roghi, delle torture, delle carcerazioni arbitrarie.
La fede si trasformò in ideologia del controllo, mentre la Chiesa si strutturava come un’istituzione politica ed economica, con potere temporale, eserciti, tribunali.
Anche gli ebrei furono vittime dei Cristiani, accusati di deicidio, segregati in ghetti, obbligati alla conversione o all’esilio; così si consumarono anche le loro espulsioni dalla Spagna e dal Portogallo.
Nel secolo scorso la Chiesa cattolica mantenne una linea prudente, a volte silenziosa, durante le persecuzioni razziali, con posizioni ambigue di fronte ai totalitarismi, per quanto non mancassero figure coraggiose che si opposero al nazifascismo.
Questa sintetica ricostruzione non è ovviamente un atto d’accusa, ma un richiamo alla memoria. Nessuna religione può essere immune dalla storia che l’ha attraversata. Nessun sistema di fede può rivendicare la superiorità morale in astratto, senza confrontarsi con le proprie responsabilità storiche.

Da qui si impone una domanda: davvero, alla luce di questa storia, i Cristiani possono guardare alle altre religioni come a una minaccia alla nostra “civiltà” quale detentrice esclusiva della modernità, della libertà e dei diritti umani? La cosiddetta società occidentale, quando si identifica con le sue origini cristiane, è davvero nella posizione morale di accusare gli altri di un agire nefasto?
In verità, va detto, questo tipo di narrazione appartiene a una certa politica, quella della propaganda e dell’uso strumentale della religione, ovvero quella che è interprete visibile e urlante di questo tipo di strategia.
Nel dibattito pubblico contemporaneo, infatti, si assiste a un ricorrente allarme circa il presunto pericolo di “islamizzazione dell’Occidente”. Questa espressione, ormai divenuta luogo comune, è spesso agitata in funzione identitaria o politica, facendo leva su paure diffuse ma raramente fondate su dati reali o su analisi contestuali.
È lecito dunque domandarsi: stiamo davvero fronteggiando una minaccia concreta, oppure stiamo assistendo all’uso strumentale della paura dell’Islam come mezzo per consolidare identità nazionaliste e giustificare esclusioni sociali?
In molte narrazioni mediatiche e politiche si osserva un processo noto nella psicologia sociale come “sineddoche negativa”: a partire da un singolo episodio – un imam radicale, una famiglia integralista, un crimine attribuito a un musulmano – si deduce arbitrariamente una tendenza generale, che viene poi estesa a un’intera comunità religiosa. Questo meccanismo è funzionale a costruire un “nemico interno” e si affianca spesso a retoriche identitarie fondate sull’idea di una “civiltà occidentale” da difendere. Perché vedete, sempre per citare Koževnikov, esistono “metodi classici e sperimentati che caratterizzano le opere di propaganda riuscite”, ovvero “si dice la verità, solo la verità, ma non si dice tutta la verità. In tal modo, contrabbandando un aspetto isolato della realtà per una sua descrizione adeguata, senza aver inventato nulla la si deforma profondamente”.
Il punto non è negare le criticità legate all’integralismo islamico o al patriarcato in alcune società musulmane. Il punto è che nessuna tradizione religiosa è immune da derive autoritarie, violente o oscurantiste. Usare l’Islam come spauracchio identitario, dimenticando la violenza storica della cristianità, significa alimentare un doppio standard che mina la convivenza civile.
L’unica risposta credibile non può essere il ritorno a un’identità religiosa esclusiva, ma il rafforzamento dei principi della laicità, della convivenza pluralista, e del pensiero critico. È in nome di questi valori, non della supremazia culturale o religiosa, che possiamo opporci a ogni forma di fanatismo.

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