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A 79 anni dalla Repubblica: la diplomazia nella transizione democratica.

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di Cosimo Risi

            Raffaele Guariglia (Napoli 1889 – Roma 1970) è Ambasciatore ad Ankara quando il Maresciallo Pietro Badoglio lo nomina Ministro degli Esteri. È il 26 luglio 1943. Guariglia impiega alcuni giorni per rientrare, il disordine nei trasporti ed i fuochi di guerra rendono lento e periglioso il viaggio.             Filippo de Grenet è il suo Capo Gabinetto. Guariglia resta in carica formalmente fino all’11 febbraio 1944, di fatto esercita le funzioni fino al 13 settembre 1943: appena tre mesi. Da settembre 1943 a giugno 1944 ripara nell’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede.

            Il destino di Filippo de Grenet è invece segnato. Nato a Napoli nel 1904, muore a Roma nel 1944 fra i martiri delle Fosse Ardeatine.  Già in Croazia, da console, salva dalla cattura molti cittadini ebraici, secondo una prassi che vede altri funzionari dello stato impegnati in questa azione umanitaria. Mutilato di guerra, le brutte ferite riportate nella Guerra di Etiopia gli lasciano il segno, dopo l’armistizio e la breve parentesi al servizio di Guariglia entra in clandestinità nel Fronte Militare Clandestino, stavolta alle dipendenze del Colonnello Giuseppe Lanza Cordero di Montezemolo. Il Fronte ha orientamento monarchico, combatte assieme ai resistenti di altra fazione politica, anche di matrice comunista come il gruppo comunista di Giorgio Amendola.

            Durante una riunione con Cordero di Montezemolo, de Grenet è catturato dai fascisti e consegnato ai tedeschi. Finirà con il Colonello nella lista dei fucilandi alle Ardeatine in rappresaglia per l’attentato di Via Rasella. A nulla servono i tentativi di Badoglio per salvarli.  Dino Grandi, suo Ambasciatore a Londra, lo ricorda con “affettuoso rimpianto” come “diplomatico di sicura intelligenza e soldato di raro e generoso coraggio… uno dei pochissimi che dopo il 25 luglio vide chiaro nella situazione e non si smarrì mai”. Grandi aggiunge che “dopo l’11 settembre fu uno dei più coraggiosi e temerari organizzatori del movimento clandestino di rivolta contro i tedeschi”.

            Nel passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, la diplomazia deve rimodulare le priorità. Nel suo insieme ha resistito agli eccessi di nazionalismo del Regime. Il corpo era formato prevalentemente da rampolli di famiglie aristocratiche, più vicine alla Corona che al Fascismo. Guarda con distacco agli elementi fascisti che il Regime inserisce a pettine nella carriera, evita per quanto possibile che coprano posti di particolare rilievo. Non resiste al fascino dell’Impero: alla possibilità per l’Italia di essere nel novero delle potenze coloniali e stare al passo con Francia e Gran Bretagna. L’atteggiamento verso la Germania è ambivalente: chi la vede come l’alleato naturale per resistere alla gelosia di Londra e Parigi, chi ne teme il riarmo e le mire sul Brennero.

Nella transizione democratica prevale l’urgenza di inserire la Repubblica nel nuovo ordine internazionale che si configura attorno agli Stati Uniti, nella consapevolezza che quella italiana è una sovranità limitata. Aderire alle organizzazioni internazionali in via di formazione, soprattutto ONU e NATO, come riscatto dal passato di potenza sconfitta e promessa di un futuro prospero in seno alla comunità euro-occidentale.

La corrente europeista si mostra più vicina al funzionalismo di Jean Monnet che al federalismo di Altiero Spinelli. E d’altronde è Monnet che disegna il profilo iniziale delle Comunità: prima elaborando il documento che diverrà la Dichiarazione Schuman (1950) e poi la bozza del Trattato CECA (1951). Per concludere con il Trattato sulla Comunità Europea di Difesa, bocciato nel 1954 dall’Assemblea francese. Una bocciatura che, nei decenni a venire, impedisce che il tema della difesa stia nell’agenda europea. Ci vuole l’aggressione all’Ucraina per riportarlo drammaticamente di attualità.

L’europeismo della diplomazia non sempre trova eco nella società politica. Fui testimone diretto del dibattito che si animò alla fine dei Settanta attorno al Sistema Monetario Europeo (SME). Il progetto fu lanciato dal Presidente della Commissione, il britannico Roy Jenkins. Il diplomatico Renato Ruggiero, che di Jenkins era stato il portavoce, si impegnò perché l’Italia aderisse allo SME. Alla Farnesina, da suo giovane collaboratore, ricordo la molteplicità di “appunti” che redigevamo per il Ministro degli Esteri ed il Presidente del Consiglio per perorare la scelta. Dall’altra parte erano schierate la Banca d’Italia e l’opposizione parlamentare.

Aderire allo SME significava stare dentro una fascia stretta di fluttuazione delle valute nazionali, il che avrebbe reso difficile il ricorso alle svalutazioni competitive, una manovra di politica monetaria a noi cara per spingere le esportazioni e frenare le importazioni. Lo scopo ultimo dello SME, detto anche Serpente Monetario, era di armonizzare le politiche monetarie in vista dell’introduzione della moneta unica, allora chiamata “Ecu” (European Currency Unit), una valuta virtuale adoperata per i conteggi comunitari. I contrari allo SME argomentavano, non senza qualche ragione, che per la nostra finanza la rinuncia all’agilità monetaria avrebbe danneggiato l’economia.

La diplomazia convinse il Governo. L’Italia aderì allo SME. Lo scenario si ripeté, fine Novanta, al momento dell’introduzione della moneta unica. Pure allora la diplomazia si schierò, con successo, fra i fautori dell’adesione all’Euro sin dalla prima ora. Essere dentro il processo d’integrazione europea ci consentì, e tuttora ci consente, di influenzarne il corso. Entrare in ritardo o non entrare affatto ci relega ai margini.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org