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La diplomazia degli affari.

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di Cosimo Risi

La missione mediorientale di Donald Trump mostra di quale stoffa sia tessuta la sua strategia diplomatica. Con linguaggio alla moda, lo si direbbe un cambio di paradigma.

Concludere affari vantaggiosi per la controparte e soprattutto per gli Stati Uniti, stabilizzare la regione con una rete di accordi economici e commerciali, archiviare le dispute religiose e territoriali, mettere fra parentesi le critiche ai regimi illiberali e le violazioni dei diritti umani, ignorare le organizzazioni internazionali, ONU e OMC in testa, spingere sul pedale del rapporto bilaterale. L’Unione europea, una organizzazione internazionale appunto, ha il torto di resistere al nuovo approccio, è perciò “cattiva” a differenza di altre parti, persino la Cina appare più accomodante.

            La prima tappa a Riad è significativa per vari aspetti. Non è la seconda dopo la sosta di rito a Gerusalemme. Israele non può dirsi completamente ignorato, il suo Primo Ministro è stato il primo leader straniero ricevuto alla Casa Bianca ed è l’abituale interlocutore telefonico del Presidente.

A Riad, Trump enfatizza la centralità del Principe ereditario. A Mohammed bin Salman ha già concesso il primato della riunione fra le delegazioni americana e russa. Ne premia lo sforzo di normalizzare la Siria dopo il ribaltone che ha portato all’esilio di Bashar al-Assad. Trump stringe la mano al Presidente provvisorio, definisce Ahmad al-Sharaa “un giovane attraente e promettente”. È lo stesso uomo che, con il nome di battaglia di Mohammad al-Jolani, guidava una fazione qaedista e aveva sulla testa la taglia da dieci milioni di dollari.

Ripulito con giacca e cravatta, solo la lunga barba a ricordare il passato ribelle, al- Sharaa si presenta al cospetto del Presidente in modo dovutamente deferente. Ottiene la promessa che saranno tolte le sanzioni internazionali, Trump non si cura delle europee, sa che l’Unione seguirà. In cambio promette un regime relativamente pluralista, l’accesso alle risorse petrolifere, l’eventuale adesione agli Accordi di Abramo con il riconoscimento di Israele.

Le rivendicazioni siriane sulle Alture del Golan che il Trump I cedette a Israele? Le basi russe in Siria? La presenza dei covi jihadisti? Se i punti sono trattati nel colloquio di una trentina di minuti, non è dato sapere. Si sa che al telefono si aggiunge il Presidente turco. Erdogan si ritiene il regista della svolta siriana, the king maker a Damasco e, se va per il verso giusto, il mediatore finale fra Russia e Ucraina. La politica multiforme e spregiudicata di Ankara premia.

            Fioccano i miliardi di dollari nel corso della missione. In Arabia Saudita sarebbero seicento, negli Emirati Arabi Uniti oltre mille, in Qatar non basta il mezzo miliardo del nuovo Air Force One. È verosimile che il Presidente americano voli su un velivolo non made in US?

            Lo scambio prevede investimenti dal Golfo all’America, gli uomini e le donne d’affari al seguito del Presidente non viaggiano a vuoto. Con loro è il Presidente di Stellantis, si suppone in quanto proprietario di Chrysler, nonché una manager bionda alla quale il Principe ostentatamente stringe la mano. Altro gesto a mostrare l’avvicinamento del Regno ai costumi moderni.            Il pacchetto contempla infine la massiccia fornitura di sistemi di arma. Compresi gli agognati F35? Cade allora il diritto di Israele alla esclusiva sui sistemi più moderni?

            L’atteggiamento di Israele è ambiguo. La generica soddisfazione che qualcosa si muove sul fronte mediorientale è bilanciata dall’apprensione. Trump non è perfettamente allineato a Netanyahu, ancorché il Presidente dichiari che l’atteggiamento americano giova a Israele. L’incontro con il siriano fa cadere un tabù.  Trump ripete che non si farà trascinare “in una guerra di qui all’eternità”: una critica a chi la guerra vorrebbe trascinarla fino alla vittoria completa su Hamas. Per non parlare della ipotesi di trasferire altrove gli abitanti di Gaza e rioccupare la Striscia con gli insediamenti e lo stazionamento perpetuo delle truppe.

Alla lunga le strade di Trump e Netanyahu potrebbero separarsi. Il fedele amico israeliano, per la pretesa di regolare i conti militarmente con i nemici, potrebbe essere d’impaccio alla diplomazia degli affari.

“I movimenti tettonici generati da Trump non sono stati interiorizzati in Israele, che è impegnato in operazioni tattiche… e spende le massime energie nel preservare il potere della coalizione. Israele non è preparato per un nuovo accordo nucleare con l’Iran. Non ha un piano diplomatico per risolvere la guerra a Gaza o sulla questione palestinese in generale, mentre il blocco che lo attornia, incluso l’americano, si sta gradualmente sfaldando” (Zvi Bar’el, Haaretz).

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