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Per non dimenticare… la Caserma Piave di Palmanova

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di Daniela Galeazzi e Giuseppina Minchella

NESSUN VORES JESSI IN CHEST MOMENT (Nessuno vorrebbe trovarsi in questo momento).

Una scritta graffiata sul muro di una cella da chi non vuole sparire senza denunciare l’orrore di quello che gli sta accadendo, senza consegnare a quel muro un ultimo messaggio.

Questa e altre le scritte sui muri della Caserma Piave di Palmanova, parole di chi, imprigionato in quel luogo di terrore, vedeva davanti a sé solo tortura e morte.   

Anche otto in una cella, al buio, al gelo, senza pagliericci né coperte, pavimenti e muri sporchi di escrementi e di sangue. Il sangue di chi era già passato dalla famigerata cella numero 1, quella delle sevizie più crudeli, quella chiamata cella del Paradiso. Non poter neppure trovare sollievo e forza in parole scambiate con i compagni di prigionia: niente doveva essere detto che potesse mettere in pericolo chi al di fuori di quelle mura stava lottando per la libertà nelle file della Resistenza. E gli infiltrati non mancavano.

La caserma Piave di Palmanova diventò dal settembre del 1944 all’aprile del 1945  il più efficiente e temuto centro di repressione antipartigiana del Friuli sotto un comando nazifascista formato da ufficiali delle SS (il tenente Odorico Borsatti e il capitano Herbert Pakebusch) e da uomini della Milizia di Difesa Territoriale (il sergente Remigio Rebez, “la belva della Caserma Piave”, e il capitano Ernesto Ruggiero, capo della banda che portava il suo nome ed effettuava rastrellamenti, sevizie, rapine, esecuzioni sommarie in tutta la Bassa friulana). Questo comando trasformò ben presto la Caserma Piave in un groviglio dell’orrore, in cui fu la brutalità a dettare le regole, in cui uomini indifesi, privati di ogni dignità, martoriati nei modi più crudeli, spesso trovarono  la morte sotto tortura.

La scelta di collocare nella fortezza di Palmanova uno dei cinque centri di repressione antipartigiana del Friuli fu dettata dalla volontà di sgominare i temuti GAP (Gruppi di Azione Patriottica) della Bassa friulana, nemico sfuggente e particolarmente difficile da debellare; ma fu dettata anche dalla volontà di distruggere l’efficientissima Intendenza Montes, così chiamata dal nome di battaglia del suo organizzatore, Silvio Marcuzzi, medaglia d’oro al valore militare. Questa Intendenza, la più grande del Nord Italia, era in grado di rifornire di cibo, armi e vestiario 15.000 combattenti, di montagna e di pianura, italiani e sloveni, e di fatto permise al movimento partigiano di continuare la sua lotta.

Gli uomini del tenente Borsatti riuscirono a catturare Montes già iI 29 ottobre del 1944 in seguito alle informazioni estorte sotto tortura a un giovane partigiano. Silvio Marcuzzi venne sorpreso al mulino di Muzzana e portato alla Piave dove, torturato per giorni, morì per le sevizie subite il 5 novembre, quattro ore prima che la sentenza di morte fosse eseguita. Il suo cadavere seppellito sulle mura della fortezza di Palmanova, nei pressi della caserma, fu ritrovato dopo la Liberazione insieme ad altre salme di seviziati e uccisi.

Nei primi mesi del 1945 la ferocia dei fascisti della Piave raggiunse un parossismo di insensata follia. Di fronte a una disfatta ormai certa, di fronte agli spasmi di un regime morente che non accettava la sconfitta, i fascisti si mossero con una crudeltà sempre più sistematica, a tal punto che Il 19 aprile 1945, il comando tedesco della SD (polizia politica) di Udine aprì un’inchiesta. I tremendi trattamenti inflitti ai prigionieri portarono alla rimozione del capitano Herbert Pakebusch e all’istruzione di un processo contro Ruggiero e i suoi uomini. Ha dell’incredibile che il comportamento  degli aguzzini della Piave abbia suscitato la riprovazione degli stessi comandi nazisti, incarnazione per eccellenza della più spietata violenza e  brutalità.

I numeri: vennero arrestati e incarcerati nella Caserma Piave 543 partigiani o presunti tali, la sentenza della Corte d’Assise di Udine parla di 231 uccisi, ai quali con ogni probabilità se ne devono aggiungere altrettanti per il periodo dal settembre al dicembre 1944, mesi non presi in considerazione dal processo.

Resta ancora qualcosa da dire.

Troppo spesso si dimentica che tra coloro che finirono nelle celle della Piave ci furono anche le donne, come la staffetta partigiana Giovanna Iurissevich, nome di battaglia Fiumana, minacciata e picchiata violentemente; come Carmela Gigante, legata per i capelli a un gancio del muro; come Giovanna Grando, “Aurora”, vittima di violenti pestaggi… Queste, come molte altre patriote, furono dimenticate fin dall’immediato dopoguerra, quando la narrazione identitaria dell’Italia antifascista e repubblicana iniziò a celebrare lo stereotipo dell’eroico partigiano combattente e sminuì, se non cancellò, il ruolo delle donne in quello straordinario laboratorio di democrazia che fu la Resistenza.

Possiamo dire che alle vittime della Caserma Piave sia stata resa giustizia?

Un primissimo processo istruito a Udine dal Tribunale del Popolo si concluse in un solo giorno, il 5 maggio 1945, e condannò a morte mediante fucilazione alla schiena, il tenente Odorico Borsatti, colpevole di tradimento per aver combattuto nelle forze armate tedesche con l’uniforme delle SS, e per l’omicidio di quattro prigionieri, fra cui Montes.

Destituito dagli Alleati il Tribunale del Popolo, il processo contro i responsabili delle atrocità commesse alla Piave passò alla Corte d’Assise di Udine. Ma ormai, a distanza di più di un anno dai fatti, mutato il contesto generale e promulgata nel giugno del 1946 nell’ottica della pacificazione nazionale l’amnistia Toglitti, le tre condanne a morte dei fascisti più pesantemente implicati nei fatti orrendi della Piave (Ruggiero, Rebez, Rotigni) furono tramutate in ergastolo. Per effetto di successivi indulti, condoni e interpretazioni discrezionali di norme da parte dei giudici, in meno di dieci anni questi criminali e altri che operarono con loro si ritrovarono ad essere uomini liberi.

Nella Caserma Piave di Palmanova, simbolo della feroce violenza dell’uomo sull’uomo, fu scritta una pagina vergognosa della nostra storia, purtroppo non ancora sufficientemente conosciuta. Eppure i muri delle celle parlano, ricordano, e noi abbiamo il dovere di accogliere la richiesta di memoria dei giovani partigiani finiti alla Piave, glielo dobbiamo, perché è stata la loro lotta a permettere il riscatto morale di un popolo dopo vent’anni di dittatura fascista. Un ventennio umiliante che ancora pesa sulla coscienza degli italiani che accettarono in massa violenza, guerra, ingiustizia, fanatismo, razzismo, antisemitismo, discriminazione, misoginia, assunti dal regime a valori di Stato.

Non dimentichiamoci mai che la democrazia per la quale hanno combattuto i nostri partigiani pretende consapevolezza civile ed etica, soprattutto oggi, in un Paese che ancora fatica a fare i conti con la realtà storica del fascismo. E la democrazia pretende consapevolezza in particolar modo dai giovani, bersaglio oggi più che mai di banalizzazioni, di semplificazioni, in sostanza di una narrazione arbitraria della Storia. Consapevolezza perché possano difendersi dalle mistificazioni del nostro presente e comprendere pienamente l’eredità civile e morale dell’antifascismo e della Resistenza. Perché, come ci ricorda Italo Calvino, dietro al peggiore dei partigiani c’erano la democrazia e la libertà, mentre dietro al migliore dei repubblichini c’erano i lager e la dittatura.

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