di Gianni Oliva
Partiamo dalle polemiche (fuori tempo, eppure ricorrenti perché parlano alla “curva sud” di certo elettorato): “le piazze del 25 aprile sono piazze rosse”. Inutile negarlo, è vero. Si vedono quasi solo bandiere rosse. E questo è storicamente fuorviante e sbagliato. Ma l’errore non è la presenza delle bandiere rosse: l’errore è l’assenza di tutte le altre, di quelle che c’erano alla fine degli anni Quaranta e che nell’atmosfera rovente della Guerra Fredda hanno cominciato a farsi via via più rare sino a scomparire. Siccome in democrazia l’egemonia ideologica degli uni implica l’abdicazione da parte degli altri, è altrettanto sbagliato ricorrere alle categorie interpretative della prevaricazione e del monopolio intellettuale. Cerchiamo piuttosto di tornare al tema. La lotta di liberazione è un’esperienza plurale nata dall’incontro tra l’antifascismo spontaneo ed esistenziale di chi nel corso della guerra ha vissuto le distanze tra le promesse del regime e la realtà, e l’antifascismo politico maturato nella clandestinità da piccoli gruppi di militanti e intellettuali: in questo senso, comprende al suo interno componenti cattoliche, monarchiche, liberali, comuniste, socialiste, azioniste, ognuna con le sue sfumature e le sue progettualità.
L’antifascismo spontaneo non ha (né poteva avere) connotazioni partitiche: nasce e si sviluppa tra dubbi, incertezze, improvvisazioni e solo nel corso dei venti mesi di lotta approda a riferimenti più solidi. Come ha scritto Nuto Revelli, “senza la Russia, all’8 settembre mi sarei forse nascosto come un cane malato. Se nella notte del 25 luglio mi fossi fatto picchiare, forse oggi sarei dall’altra parte. Mi spaventano quelli che dicono di avere sempre capito tutto, che continuano a capire tutto. Capire non era affatto facile!”. Altrettanto esplicito è Primo Levi: accennando all’esperienza partigiana che porta alla sua cattura e alla deportazione ad Auschwitz, parla di una scelta fatto quando “avevo ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza e coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione”.
Ben altrimenti articolata la scelta dell’antifascismo politico, patrimonio di una minoranza tanto esigua quanto significativa, destinata ad animare l’esperienza dei Comitati di liberazione nazionale e a porsi come riferimento del movimento. Qualcuno si muove in nome di una volontà rigeneratrice di ispirazione illuminista che reagisce alle mortificazioni e alle corresponsabilità del Ventennio: è il caso di Giame Pintor, giovane intellettuale studioso di letteratura tedesca, persuaso che “un popolo portato alla rovina da una finta rivoluzione può essere salvato e riscattato soltanto da una rivoluzione vera”. Per qualcun altro (in particolare ufficiali del Regio Esercito sorpresi dall’armistizio dell’8 settembre al centro-nord) si tratta di una scelta patriottica, in cui si coniugano la fedeltà al giuramento prestato al Re e l’indignazione per l’occupazione militare tedesca, il disarmo dei reparti, i vagoni piombati carichi di soldati prigionieri, l’internamento nei campi in Germania. E’ il caso del maggiore Enrico Martini “Mauri”, che nella sua formazione farà ripetere agli uomini il giuramento di rito nel Regio Esercito; o di Edgardo Sogno “Franchi”, medaglia d’oro della Resistenza e monarchico convinto che nel 1946 sarà tra gli animatori della campagna referendaria a favore del trono; o di Giulio Nicoletta, sottotenente di complemento, destinato a diventare il comandante delle brigate partigiane della Val Sangone, alle porte di Torino, il quale afferma “avevo giurato fedeltà al Re, e quindi la mia patria era quella del Re, per quanti dubbi avessi su quanto era successo e su come era successo”. Ma la valenza patriottica della lotta non è monopolio dei moderati e scatta anche in protagonisti di altra formazione culturale, come Natalia Ginzburg: “le strade e le piazze della città, teatro un tempo della nostra noia di adolescenti, diventarono i luoghi che era necessario difendere, Le parole ‘patria’ e ‘Italia’, che ci avevano tanto nauseato tra le pareti della scuola perché sempre accompagnate dall’aggettivo ‘fascista’ e sempre gonfie di vuoto, ci apparvero d’un tratto senza aggettivi e così trasformate ci sembrò di averle udite per la prima volta,. Eravamo là per difendere la patria, e la patria erano quelle strade e quelle piazze, i nostri cari e la nostra infanzia, e tutta la gente che passava”.
Per altri ancora, la motivazione è la lotta di classe: cacciare i tedeschi, sconfiggere i fascisti, e soprattutto abbattere i “padroni”. E’ il caso di Barducci Aligi “Potente”, il mitico comandante della divisione partigiana “Arno” protagonista della liberazione di Firenze: i suoi biografi scrivono che “’Potente’ combatteva contro il nemico nazifascista, ma nella sua rossa sfolgorante camicia era considerato il combattente di una più grande guerra, quella di tutti gli oppressi contro gli oppressori”. In Piemonte è il caso del filosofo Ludovico Geymonat, dal 1940 militante del Partito comunista clandestino. Per alcuni di loro le posizioni sono estreme e sconfinano nella rivolta sociale: come osserva perplesso un giovane intellettuale azionista, Emanuele Artom, “molti ragazzi interpretano il comunismo come un sistema di anarchia. L’altro ieri uno dichiarava che non ci sono più ufficiali e soldati, mentre un altro si riprometteva di far sua la villa di Agnelli…Io cerco di calmarli in nome del fronte nazionale”.
La forza del movimento di liberazione sta in questa pluralità di accenti e di prospettive, che Claudio Pavone ha sintetizzato nella formula ormai classica delle tre guerre che si intrecciano tra loro, a volte coesistendo nella coscienza stessa dei singoli combattenti: guerra patriottica, guerra civile e guerra di classe. Questa eredità plurale è più forte delle piazze disertate dagli uni e colorate dagli altri, e ben lo testimonia la Costituzione, che da quell’esperienza nasce: in essa vengono riconosciuti insieme i diritti civili, patrimonio storico del pensiero liberale, e i diritti sociali, bandiera del movimento operaio. Questo è il messaggio che dovremmo ricordare il 25 aprile, anziché cercare improbabili appropriazioni identitarie da una parte, o negazioni pregiudiziali dall’altra.