Di Cosimo Risi
Donald Trump compone lo spartito diplomatico secondo le regole del canone inverso. Le sue dichiarazioni e la prassi conseguente vanno in senso opposto al moto precedente.
Fino a gennaio, Volodymyr Zelenskyj era l’ospite d’onore in qualsiasi consesso internazionale e la vedette di spettacoli come il Festival di Sanremo. Nell’abbigliamento lancia la moda grigioverde, trova subito una modella in Ursula von der Leyen, coperta di mimetica nella prima missione a Kiev in guerra. Dopo le bordate del Presidente americano, questi gli rivolge la critica più cupa per un attore comico, quella di non fare ridere, Zelenskyj rischia di diventare persona non grata, e comunque dall’accesso limitato alle capitali che contano. Gli Europei tardano a sintonizzarsi sul canone inverso americano, organizzano una missione di consolazione a Kiev con congruo pacchetto finanziario.
Il cambio di indirizzo a Washington è radicale, tale da sorprendere anche chi usa benevolenza verso gli Americani. Possono essere guasconi e mancare di esprit de finesse, restano pur sempre i liberatori e gli alleati più preziosi. Si allineano con l’entusiasmo della prima ora i nazional-sovranisti, gli stessi che erano, e sono coerentemente, gli amici di Vladimir Putin.
Nella nuova rappresentazione, Putin sarà riammesso nel salotto buono delle relazioni internazionali, se si mostrerà ragionevole al tavolo delle trattative. Verrebbe invitato al G7 e riceverebbe Trump alle celebrazioni dell’anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica. La vittoria fu allora condivisa da Stati Uniti e Unione Sovietica, suggellò la ripartizione del mondo in sfere d’influenza.
Back to the future è d’altronde la bussola strategica di Putin per risarcire la catastrofe della fine dell’Unione Sovietica. L’Ucraina, non più una repubblica sovietica, va adeguatamente depotenziata per essere da esempio alle altre ex come Moldavia e Georgia. Le repubbliche asiatiche godono di una relativa autonomia, sono distanti dall’influenza occidentale e fanno da baluardo alla Cina.
La Cina è il terzo incomodo del negoziato a due, anzi a tre per contare la mediazione dei Sauditi, avviato a Riad a livello di Ministri degli Esteri. La nota singolare della riunione è che Lavrov da una parte e Rubio dall’altra non erano accompagnati dalla solita delegazione diplomatica ma da personalità fuori dall’ambito istituzionale. Un misto di approccio politico ed economico, a sottolineare che l’intesa dovrà contemplare il profilo business.
Zelenskyj è di fatto delegittimato, non gli basta l’appoggio europeo, ora ribadito enfaticamente ma con una voce che tenderà ad affievolirsi appena si alza di volume la voce americana. Il nodo è il dopo-guerra e la vigilanza sulla tregua. Gli Americani non vogliono impegnarsi sul terreno, il compito spetta agli Europei, ma senza i Britannici, esige il Cremlino che per Londra nutre diffidenza, sebbene a Londra molti oligarchi e potenti russi trovino felice alloggio. Sono fra i pochi, assieme agli Arabi del Golfo ed agli allenatori di Premier Ligue, a potersi permettere le abitazioni a Chelsea e dintorni.
La finalità remota delle intemerate trumpiane, a renderle strategiche e non meramente tattiche e declaratorie, è di staccare la Russia dalla Cina. Recuperarla alla logica occidentale, anche se il passaggio dovesse costare una fetta di territorio ucraino peraltro già occupato.
L’Ucraina, se non la parte di Europa che ancora crede alla lotta fra libertà e autocrazia, è poco significativa nello scenario di proiettare l’intera potenza americana verso l’Indopacifico. Le indiscrezioni su Taiwan, gli Stati Uniti ne difenderebbero l’autonomia, suonano come sfida surrettizia alla Repubblica Popolare. Quello che stiamo cedendo a Mosca in Europa non è detto che lo cederemo a Pechino in Asia. Potremmo essere alla riedizione di Monaco 1938 oppure alla vigilia di una nuova Jalta. Il processo è in corso.
Il ruolo dell’Arabia Saudita è rafforzato, i dubbi su certi comportamenti del Principe ereditario sono archiviati. Se Mohammed bin Salman riceverà l’onore di ospitare il vertice dell’anno fra Putin e Trump, la sua leadership sul mondo arabo e sul Medio Oriente sarà plasticamente sancita. Sarà chiamato a cedere qualcosa e non solo in termini finanziari: la rinuncia alla pregiudiziale dello Stato di Palestina per riconoscere lo Stato d’Israele. E così un altro tassello del disegno americano andrebbe a posto.