di Cosimo Risi
Sari Nusseibeh è un celebre docente dell’Università palestinese. Intervistato sulla situazione in Medio Oriente, dichiara che bisogna avere pazienza perché sbocci la razionalità in mezzo al caos. La tregua è una tappa importante quanto provvisoria e terribilmente fragile, lo provano le continue violazioni. Lo sguardo deve essere lungo a coprire “il giorno dopo del giorno dopo”. Cosa faranno un giorno i due popoli, ciascuno incapace di elidere l’altro, che insistono sullo stesso territorio?
Israele chiede di restare in Libano ancora un mese per completare il lavoro. Continua la campagna di Gaza a bassa intensità. Apre il fronte Cisgiordania con l’assalto al campo di Jenin, dove riceverebbe la solidarietà dell’Autorità Palestinese. L’ANP vorrebbe liberarsi di quella trincea di estremisti per accreditarsi come forza di governo della Palestina, a cominciare da Gaza.
Occorre una nuova guida a Ramallah come a Gerusalemme? È il parere del Cardinale Pizzaballa: Netanyahu e Abu Mazen non sono il futuro di Terra Santa. Il futuro si chiama Marwan Barghouti e sconta molteplici ergastoli nella prigione israeliana? Il futuro si chiama Yair Lapid ed aspetta le probabili elezioni anticipate per tornare al governo?
Le domande sono molteplici a fronte delle risposte ancora semplici, se non semplicistiche, di Donald Trump. Le sue prime mosse sono in linea con quanto operò durante il primo mandato. Una sorta di carta bianca alla destra israeliana: il riconoscimento della sovranità sul Golan già siriano, il trasferimento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme in quanto capitale dello Stato. Nel 2025 cadono le sanzioni a carico dei coloni che occupano illegalmente terre in Cisgiordania, mentre si tace circa il futuro di Gaza. Se ne apprezza la posizione geografica: il sito giusto per un resort. Semmai da costruire con i soldi sauditi.
Le ricette del Presidente sono parimenti semplici nella loro durezza. La bilancia commerciale americana va riequilibrata. Chi esporta più di importare – è il caso dell’Unione europea nel suo insieme e dell’Italia in particolare – deve comprare di più americano o pagare dazio. I balzelli si applicherebbero indifferentemente ad amici (gli Europei) e nemici (Cina). A cadere sotto la mannaia anche la Russia, con l’irrogazione di sanzioni extra se non accedesse al negoziato sull’Ucraina. E con il crollo del prezzo del petrolio, il cui andamento è regolato dall’amico Principe Mohammed bin Salman.
Parole sacrosante quelle di costernazione per le vittime, superano di gran lunga il numero dichiarato, un milione se non più da ambedue le parti. Il che rende insensato l’avvio della guerra e folle la sua prosecuzione. Gli Stati Uniti si farebbero carico delle garanzie a tutela dell’Ucraina, Zelenskyj accetta la svolta purché la Russia faccia la sua parte.
E qui la domanda circa la volontà del Presidente russo di arrivare al compromesso ora che sente il profumo della vittoria sul campo. Gli scambi fra i due Presidenti sono verbali, si attende l’incontro di persona, forse nella neutrale Svizzera come in precedenza fra Biden e Putin.
Il resto delle decisioni presidenziali appartiene al repertorio della campagna elettorale. Via dall’OMS, uno stipendificio ginevrino per dirla con le parole della nostra Lega. Via dal Green Deal, una colossale sciocchezza che la Commissione europea architettò nel precedente mandato con qualche manipolazione sospetta. Rivendicazioni sul Canale di Panama che Jimmy Carter riconobbe alla Repubblica di Panama ed è ora finito sotto il controllo cinese. Silenzio cautelare su Groenlandia e Canada, la prima da strappare alla Danimarca, il secondo da integrare come 51° stato dell’Unione.
Justin Trudeau si dimette per il duplice attacco che gli viene dal seno della maggioranza a Ottawa e da Washington. Le elezioni diranno se il suo successore sarà Primo Ministro di un paese sovrano o Governatore di uno stato americano.
I fuochi d’artificio scoppiettano. Si tratta di capire se portano scintille o ordigni. L’Europa è avvertita. Ha davanti il classico dilemma: correre verso il rapporto bilaterale con la nuova Amministrazione oppure tenere una posizione comune non necessariamente accomodante.