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L’alternativa del diavolo.

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Di Cosimo Risi

            Teheran ha chiarito il quadro. La liberazione della cittadina italiana è legata a quella del cittadino iraniano-svizzero. Le accuse a carico della giornalista sono così generiche, avere violato la legislazione della Repubblica islamica, che possono essere tutto e il contrario di tutto. Le accuse a carico dell’ingegnere iraniano sono contenute nel mandato spiccato dalle autorità americane: sarebbe coinvolto nella produzione di droni.

            Non importa la sproporzione fra i due capi d’accusa, importa la logica dello scambio. Del baratto: questa per quello. Per rendere più convincente il messaggio, la giornalista è detenuta in condizioni penose, sempre secondo le norme della Repubblica islamica, mentre l’iraniano è trasferito in un carcere meno sovraffollato e con condizioni in linea con le norme italiane.

            È l’alternativa del diavolo, quella che si presenta alle autorità italiane. Strette fra l’esigenza umanitaria di liberare la giornalista e l’altra, opposta, di tenere fede alla collaborazione con gli Stati Uniti che del prigioniero chiedono l’estradizione. Da una parte è l’accettazione della logica del baratto, in barba a qualsiasi considerazione giuridica; dall’altra è l’affermazione del principio dell’indipendenza del potere giudiziario riguardo all’accertamento dei reati.

            Attorno è il clamore politico. Le opposizioni reclamano di essere informate e tirate in ballo. I familiari invocano la rapidità, temono che le condizioni della giovane peggiorino fino al punto di non ritorno. I commentatori notano quanto sia insidioso il mestiere del giornalista, specie se lo si pratica in posti insicuri.

            La maggioranza dei paesi civilizzati accede allo scambio. Le opinioni pubbliche premono, i governi cedono. Riconoscono, loro malgrado, l’efficacia del baratto, così di fatto incoraggiano il suo ripetersi in futuro. Scendono a patti con pratiche odiose pur di fare cessare il danno: per proteggere la vita umana.

            Altri paesi non cedono, ovvero cedono a metà alimentando una trattativa estenuante fatta di alti e bassi, di speranza e disperazione. È il caso degli ostaggi detenuti da Hamas a Gaza. Da ottobre 2023 l’organizzazione trattiene un certo numero di ostaggi di varia nazionalità. Ne ha liberato alcuni in cambio di prigionieri palestinesi detenuti in Israele. Altri sono morti per le pessime condizioni di detenzione, o colpiti dal fuoco amico, o uccisi dai carcerieri per avvertimento.

            Si susseguono le trattative indirette fra le parti. Il Governo di Israele, in linea di principio, non negozia direttamente con Hamas. Farlo sarebbe riconoscere implicitamente la potestà negoziale della controparte, una organizzazione terroristica. La distinzione appare sottile al grande pubblico, è pur sempre Hamas che ha l’ultima parola sul rilascio degli ostaggi, rileva ai fini politici e diplomatici.

Sono i soggetti terzi a trattare, Qatar e Egitto per Hamas, gli Stati Uniti da arbitri, non Israele in quanto tale. Il Primo Ministro è accusato di tirarla per le lunghe, porrebbe nuove condizioni ad ogni incontro. Tutti gli appuntamenti finora sono risultati interlocutori. Nella cinica attesa che gli ostaggi da liberare non ci siano più o nell’ottimistica fiducia che la pressione militare su Hamas e sulla popolazione di Gaza li liberi senza scambio alcuno.

            Una postura del genere richiede una determinazione inusitata, anche a fronte delle proteste del proprio popolo. Non si contano le manifestazioni dei familiari davanti alla Knesset ed alla residenza del Primo Ministro né le rampogne dell’opposizione né, da ultimo, le pressioni di Washington. L’Amministrazione Biden vuole chiudere l’ultima partita con un successo.

            La vicenda di Israele è solo a titolo esemplificativo. Si tratta di un paese in guerra dall’anno della creazione. Diverso è il caso dei paesi europei. In Italia i precedenti di trattative sono numerosi quanto significativi del desiderio di equilibrare la fermezza verbale con la flessibilità negoziale.

Nella fattispecie le trattative hanno un andamento triangolare: fra Roma e Teheran, fra Roma e Washington. Bisogna fare in fretta, il 20 gennaio cambia il vento americano, non è detto che Donald Trump voglia inaugurare il mandato con un cedimento all’Iran.

Si potrebbe fare valere la cittadinanza anche svizzera del detenuto. La Confederazione elvetica rappresenta gli Stati Uniti in Iran dalla crisi degli ostaggi dell’Ambasciata americana a Teheran. La morte del Presidente Jimmy Carter, la vittima politica di quel caso, ha consentito di rievocarlo.

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