di Franco Belci
L’aspetto più preoccupante dell’autodifesa del ministro Salvini di fronte alla richiesta dei PM di Palermo è il rifiuto pregiudiziale, in nome della superiorità gerarchica della politica sulla magistratura, di un atto dovuto dei PM nel percorso processuale. Insomma, una radicale contestazione del principio della separazione dei poteri, con la totale copertura da parte della premier. La politica avrebbe un suo circuito privilegiato non riconducibile al diritto comune. Eppure, è stato proprio il Parlamento, con un voto, a dare ai giudici l’autorizzazione a procedere. Inoltre, ministro e premier hanno reagito come se si trattasse già di una condanna, prescindendo dal dibattimento, salvo poi convocare le truppe per condizionarlo. A me pare un passo esplicito verso uno scenario di democrazia illiberale: chi vince le elezioni non governa, comanda. Nelle parole del ministro non c’è un solo argomento di natura giuridica. Sono chiamati in causa principi considerati prioritari e prevalenti su ogni altro: patria, difesa, confini in mare, e, implicitamente un nemico da respingere, quasi si trattasse di una guerra. Ma la concezione di patria della quale il centro destra ritiene di avere l’esclusiva può essere intesa in tutt’altro modo. Qualche anno fa (governo Gentiloni) scoppiò una violenta polemica sul ruolo delle ONG nel soccorso in mare e fu chiamato a riferire alla Commissione Difesa del Senato il Comandante generale delle Capitanerie di porto. Egli spiegò che l’assistenza in mare “costituisce un obbligo per chiunque abbia conoscenza di una situazione di pericolo” e richiamò l’art. 33 della Convenzione di Ginevra: tale obbligo deve prevalere “su tutte le norme e gli accordi bilaterali finalizzati. Le scelte politiche […] o i mutevoli indirizzi impartiti a livello ministeriale non possono ridurre la portata degli obblighi degli Stati che devono garantire nel modo più sollecito il soccorso e lo sbarco in un luogo sicuro”. Il concetto è chiaro: prima di tutto vengono i diritti umani, e dunque occorre sottrarre i naviganti a situazioni di pericolo evitando rischi e privazioni. Purtroppo, come siamo costretti a vedere da molto tempo, il diritto internazionale è quasi sempre inesigibile. Ma l’ ammiraglio aveva a cuore la patria certamente non meno di Salvini: solo, interpretava i riferimenti in maniera opposta. Da un lato una patria arcigna, arroccata, che immagina confini anche nell’unico elemento che, per definizione, li rifiuta, e vede nemici da combattere nei disperati che, spesso in mano agli scafisti, qualche volta abbandonati nelle mani inesperte di uno di loro, tentano la traversata verso la salvezza. Che è indifferente alle condizioni di chi si è trovato per giorni bloccato nella nave, ostaggio della strumentalizzazione politica, esempio da esibire per “educarne cento” e per conquistare qualche badilata di (basso) consenso. Dall’altro una patria sicura di sè, generosa, guidata dai principi del diritto internazionale (e dal Codice della Navigazione) e dalle prassi che quel mare ha imposto fin dall’antichità. Una patria che, come prescrive la Costituzione, ha quale riferimento la persona, chiunque essa sia, alla quale mostra il volto giusto e sereno di una solida civiltà giuridica. In mare c’è in gioco il primo di quei diritti: la vita, che è la stessa per italiani e stranieri. L’Europa tace, o protesta debolmente: del resto anche lei ha la coscienza sporca ed è priva di una posizione condivisa. Il breve sussulto di civiltà (o neanche quello, come a Cutro) arriva assieme alla tragedia, si esaurisce in qualche giorno e si dà appuntamento a quella successiva. Le questioni politiche, quelle vere, stanno qui. Il merito giuridico va affidato al dibattimento, al confronto tra difesa e accusa e alla decisione di una giuria, come in ogni democrazia costituzionale moderna.