Tra violenza Nazionalistica e neofascista, intransigenza ideologica e avventurismo politico
di Fabio Del Bello
L’aggressione di venti/trenta squadristi contro una persona inerme ed isolata come emblema del neofascismo: la vicenda del deputato triestino a Monfalcone richiama i delitti Matteotti e Gobetti. In questo articolo si ricostruiscono, sotto il profilo storiografico, le cause ed i motivi che evidenziano l’accantonamento a sinistra e anche la lunga rimozione dalla memoria collettiva zonale, regionale e nazionale del “caso” Pratolongo. L’auspicio è quello di far conoscere una vicenda rimossa e una corretta e adeguata collocazione del tragico “caso”. L’interpretazione “politica” dei fatti narrati è supportata da una ampia bibliografia citata (particolarmente riguardante il periodo dal 1943 al 1948)


L’ aggressione a Monfalcone richiama i casi di Matteotti e Gobetti
La sera del 13 agosto 1947 il deputato alla Costituente Giordano Pratolongo venne attorniato all’uscita della sede del PCI di Monfalcone da una ventina di nazionalisti anticomunisti e neofascisti che lanciavano invettive contro i comunisti, gli “s’ciavi”, il Governo italiano. Seguito dal gruppo di facinorosi fino alla stazione ferroviaria venne aggredito e percosso. Per l’aggressione la Polizia fermò il giorno 17 agosto Eugenio Cosolo e il noto Giuseppe Intrepido di Monfalcone: pur riconosciuti non furono mai condannati. Il 18 agosto venne indetta al Cantiere navale di Monfalcone un’ora di sciopero per protestare contro l’aggressione, contro il continuo rinvio delle elezioni per la Commissione Interna, contro una lapide posta nottetempo da ignoti per commemorare un operaio morto durante uno sciopero del 1946 (Cfr. Lavoratore, 18/8/1947). In data 28 agosto un comunicato del Ministero dell’Interno informava che la manifestazione/aggressione contro Pratolongo era stata organizzata da operai iscritti all’API (Associazione Partigiani Italiani) e dalla Lega Nazionale. “Aggressione fascista – scrive M.Barone – tutt’altro che imprevedibile avvenuta forse neanche casualmente a ridosso dell’anniversario della scoperta del corpo di Matteotti”. Aggiungerei, per la meccanica dei fatti e la statura (intellettuale dell’uno e istituzionale dell’altro), anche una similitudine col delitto Gobetti. L’azione terroristica del nazionalismo italiano (e del neofascismo risorgente senza soluzione di continuità con il fascismo repubblicano di Salò) veniva infatti condotta con metodo sistematico soprattutto contro i singoli militanti; l’aggressione rivelava pure la sua matrice “antioperaia” soprattutto quando si manifestava come espressione di un disegno ben preordinato. Tale azione non cessò neppure con l’esodo dal Monfalconese in Jugoslavia dei quadri che si erano maggiormente esposti ed impegnati in seno alle organizzazioni italo-slovene (Uais – Unione Antifascista Italo Slovena), dopo che con il Trattato di Pace di Parigi (firmato il 10 febbraio 1947 e preceduto dalla Conferenza di Pace tra il 29/7 e il 15/10 del 1946) era chiaro che Gorizia e Monfalcone sarebbero rimaste in Italia, ma continuò anche in seguito colpendo con intimidazioni, attentati e bastonature gran parte dei dirigenti del PCI. Il 13 maggio 1948, impressionato dal clima di violenza che si registrava in Provincia di Gorizia, Giordano Pratolongo aveva rivolto un’interrogazione al ministro dell’Interno Mario Scelba per denunciare la violenza anticomunista che si respirava nella zona dall’estate dell’anno precedente e che aveva indotto appartenenti alla Divisione Gorizia ad inseguire e picchiare alcuni militanti del partito tra cui il Segretario della federazione Lino Zocchi sul portone della sede della Federazione goriziana. Si trattava dell’ultimo episodio di una spirale di violenza endemica nei confronti degli sloveni e dei comunisti. Il deputato affermava che lo scioglimento delle organizzazioni paramilitari come la Divisione Gorizia e il Fronte Anticomunista (precursori sotto il profilo metodologico della Gladio) era un atto necessario e osservava che in città gli elementi di destra, pur macchiandosi di continui crimini, non subivano mai alcuna condanna e potevano agire indisturbati senza incorrere in alcuna repressione. . Quella linea di restaurazione e di ripiegamento che investì l’Italia repubblicana a pochi anni dalla Resistenza si propose così in area giuliana/isontina quasi senza soluzione di continuità con il passato. La situazione locale ed internazionale favoriva la radicalizzazione dello scontro in atto ed è infatti nel clima di mobilitazione di massa che riprese rapidamente piede il neofascismo, ovvero la violenza come mezzo di azione politica già insita nel nazionalismo di derivazione liberalnazionale. Le discussioni ed i dibattiti connessi a quella che sarebbe stata definita venti anni dopo “la strategia della tensione”, con la scoperta delle “trame nere” e delle gravi connivenze e corresponsabilità in esse di settori importanti delle istituzioni e degli apparati dello Stato, hanno dimostrato a sufficienza come l’eversione neofascista si è basata su un suo effettivo retroterra ideologico e sociale.


La scelta Filojugoslava: le motivazioni
Chi scorre la sequenza delle violenze nazionalistiche e delle azioni di intimidazione e di rappresaglia compiute a Monfalcone e nel Basso Isontino nei primi anni del secondo dopoguerra contro uomini e organizzazioni schierati a favore dell’annessione del territorio alla Jugoslavia, può rilevare tratti specifici che danno alle vicende di questa zona un significato e una portata almeno in parte diversi da quelli attribuibili all’agitazione nazionale che nello stesso periodo si era sviluppato a Trieste e a Gorizia (Benvenuti). Il nazionalismo italiano, costretto inizialmente (maggio 1945) al silenzio dal successo che tra le forze “proletarie” (operai particolarmente del Cantiere navale e contadini per lo più mezzadri o braccianti dell’Agro monfalconese), uscì allo scoperto in un secondo momento e con un certo ritardo. Le prime azioni organizzate risalivano al febbraio-marzo 1946 per contrastare le azioni dei filojugoslavi finalizzate a influenzare la Commissione internazionale che gli Alleati inviano in Regione per determinare i confini. A partire poi dall’estate-autunno 1946, quando a Parigi era stata oramai decisa la sistemazione territoriale della Venezia Giulia, con la creazione del TLT (Territorio Libero di Trieste) e con il ritorno di Monfalcone e dell’Isontino con Gorizia all’Italia, l’agitazione nazionalistica registrava un crescendo e proseguendo per tutto il 1947 fino all’estate del 1948. Con le elezioni politiche del 1948 sul piano dei rapporti di forza si sarebbe registrata una decisiva battuta non solo per lo scissionismo filojugoslavo (del resto impossibilitato fin dal febbraio 1946 dal Trattato di Parigi) ma anche per l’antagonismo sociale operaio e contadino. Nel biennio fra il 1946 e il 1948, il nazionalismo italiano manifestava in queste zone i suoi tratti e la sua funzione specifica operando con continuità attraverso l’intimidazione e l’atto terroristico, disponendo in larga misura di rifornimenti di armi e di materiale esplosivo, avvalendosi dell’appoggio di forze provenienti dall’esterno (dal Goriziano e soprattutto dall’Udinese), alimentandosi dell’apporto di esuli istriani che dal 1946 vennero sistemati a Monfalcone e nei paesi vicini. Resta, per completezza, di sintetizzare le motivazioni profonde della scelta filojugoslava di questa componente operaia e contadina di nazionalità in larga prevalenza italiana. “Noi siamo sempre stati contrari a certe posizioni di nazionalismo slavo – raccontava Sergio Bortolutti, già ufficiale partigiano aggregato al comando della Brigata Fontanot (Puppini) – noi eravamo per un rafforzamento del movimento operaio nel suo complesso che passasse sopra i vari nazionalismi. Va anche aggiunto che la Venezia Giulia è passata sotto l’Italia solo con la prima guerra mondiale e l’Italia ha significato subito fascismo e crisi. Per questi molti dei più anziani che avevano vissuto questo passaggio guardavano all’Italia con ostilità, nonostante fossero di nazionalità italiana”. Se durante la guerra le organizzazioni partigiane avevano creato nel Cantiere di Monfalcone l’organizzazione di Unità Operaia e formazioni di tale Unità avevano partecipato alla fine di aprile all’insurrezione antinazista nella Venezia Giulia, nel periodo immediatamente successivo, l’organizzazione si era data una veste legale cambiando in parte obiettivi e diventando sezione giuliana di quei Sindacati Unici (SU) che ne frattempo si erano costituiti in Jugoslavia. Compito degli SU era raggiungere assieme obiettivi sindacali e politici (l’aiuto illimitato ai poteri popolari) e quindi venivano visti come parte integrante del Fronte Unico Popolare di Liberazione; accanto ai Sindacati Unici in fabbrica e nei paesi venne organizzata un’altra organizzazione di massa, l’Unità Antifascista Italo-Slovena (Uais), anch’essa schierata sulla linea del partito comunista jugoslavo, quindi una linea scissionista (rispetto all’Italia) e rivoluzionaria in direzione dell’instaurazione appunto dei “poteri popolari” e della “dittatura del proletariato” (cioè del partito unico nello schema staliniano classe contro classe) con all’orizzonte l’obiettivo di “costruire un mondo nuovo”. Se per gli sloveni locali le spinte annessionistiche finirono per rivelarsi determinanti anche per una ovvia spinta nazionale, nei comunisti italiani la ragione di fondo che li indusse a porre l’unità dello schieramento italo-sloveno al di sopra del problema “nazionale” fu sempre l’esigenza di mettere in primo piano la salvaguardia del valore dell’esperienza da loro ritenuta “democratica” ed “antimperialista”. Mezzadri e braccianti furono pure portatori di un antagonismo che aveva origini remote e che non era rivolto solo contro la proprietà terriera, ma anche direttamente contro lo Stato italiano che, fin dal 1918, si era presentato in queste terre soltanto come protettore degli interessi della rendita fondiaria e come garante dell’ordine sociale esistente. Certo è che la volontà di restaurazione del “comando capitalistico” in atto subito dopo la breve pausa dell’occupazione jugoslava e il rifiuto di accettare questa “restaurazione” da parte del “movimento operaio e contadino” monfalconese fece diventare il nodo “classe contro classe” il perno centrale di tutto lo scontro. Sono elementi e considerazioni che vanno tenuti presenti se si vuole capire la fortissima carica di antagonismo e allo stesso tempo quante contraddizioni finirono per assommarsi e per scaricarsi in quella sorta di sciopero “insurrezionale” che agli inizi del luglio 1946 venne promosso per premere (ovviamente invano) sulla conferenza di Parigi a favore dell’assegnazione del territorio giuliano (dall’alta valle del Tagliamento a Fiume) alla Jugoslavia. Fu una mossa sbagliata (Benvenuti) voluta soprattutto dai dirigenti sloveni del movimento che non rappresentava in alcun modo una risposta adeguata al livello di scontro in atto in quel preciso momento. Spostati i termini del confronto soltanto sul piano del problema territoriale e dato ampio spazio anche alla durissima reazione del nazionalismo italiano, l’antagonismo operaio finì per sbriciolarsi e disperdersi in un ribellismo privo di una precisa determinazione politica. Si tradusse così in azioni illegali di rappresaglia isolate (nel cantiere venne assassinato un operaio non comunista), in azioni di ritorsione sempre più frammentarie e sempre meno sorrette da un qualsiasi disegno organizzativo e politico. La “classe operaia” giuliana – si ipotizzava a ragion veduta nel saggio “Monfalcone 45-48” in Nazionalismo e neofascismo nella lotta politica al confine orientale 1945-75” – si era illusa, non solo per la vicinanza con la lotta di liberazione slovena e croata o per il significato che ad essa poteva venire attribuito, ma anche per le forme “radicali” con cui aveva potuto esprimere il proprio antagonismo nel 1945-46 per l’assoluta padronanza che aveva avuto all’interno delle fabbriche, che i termini generali dello scontro potessero venir portati su di un terreno più avanzato di quanto in realtà la situazione locale e quella internazionale potevano consentire (Benvenuti).
Pratolongo nel dramma politico ideologico del Partito Comunista monfalconese: isolato
In un opuscolo pubblicato nel ventennale della scomparsa del deputato, Giacomo Pellegrini (dirigente del Pci che aveva condiviso la linea politica del defunto parlamentare) manifestò a Vittorio Vidali, segretario della Federazione del partito a Trieste, le inquietudini ed i dubbi che la tragica vicenda di Pratolongo ancora gli suscitava, quindi poneva degli interrogativi inquietanti sui quali chiedeva al dirigente triestino di fare piena luce chiedendo che quella morte diventasse occasione per riflettere su un periodo tormentato e conflittuale della storia dei comunisti giuliani ed isontini: “questi momenti della vita di questo indimenticabile compagno si intrecciano strettamente agli avvenimenti che caratterizzarono quegli anni difficili tra il 1945-46-47”. A partire dai primi giorni del 1946, il PCI aveva inviato da Roma a Trieste Giordano Pratolongo con il compito di dar vita ad un Ufficio che lavorasse per diffondere ed organizzare coloro che dissentivano dal PCRG (Partito Comunista della Regione Giulia) che dunque raccoglieva coloro che due anni prima avevano abbracciato la soluzione filojugoslava, ovvero l’annessione alla nascente Repubblica Socialista Federativa della Venezia Giulia. A tale scopo venne pubblicato un nuovo bollettino organo dell’Ufficio Informazioni (UI), l’Informatore del popolo che fu diffuso come supplemento dell’Unità. Ma nella zona si stavano organizzando anche altre forze che si definivano comuniste e che avevano dato vita al Partito Comunista della Venezia Giulia il quale si adoperava per avere una legittimazione da parte del PCI e per ottenere contributi da altre federazioni italiane. Infatti nel mese di agosto 1945 era nato ufficialmente il Partito Comunista Regione Giulia (PCRG), frutto dell’accordo tra i partiti italiano e sloveno ma al cui interno il partito sloveno godeva di grande influenza (Puppini), i dirigenti politici erano tutti usciti dall’esperienza della guerra di liberazione. Il 24 settembre 1945 il PCRG si dichiarava pubblicamente favorevole alla soluzione jugoslava. Ovviamente nello stesso tempo il Governo Militare Alleato (GMA) aveva favorito la rinascita dei partiti non comunisti favorevoli alla soluzione italiana (praticamente tutti). Il maggiore di questi era la Democrazia Cristiana che arrivò in breve tempo a contare circa 1500 iscritti e che tre anni dopo, come vedremo, alle elezioni politiche del 1948 conquistò la maggioranza assoluta, molti meno iscritti avevano il Partito Socialista e quello d’Azione (filoitaliani). Le organizzazioni filo-italiane crearono nel mese di luglio i Sindacati Giuliani, anch’essi condizionati nella loro attività da una opzione politica, in questo caso opposta a quella dei Sindacati Unici (filocomunisti), ovvero il sostegno alla soluzione italiana della crisi geopolitica della Venezia Giulia. In termini numerici, la stragrande maggioranza dei lavoratori non solo del Cantiere di Monfalcone ma di tutta la Regione Giulia (da Gorizia a Fiume) aderiva ai Sindacati Unici. Nel capitolo intitolato “Condizioni sociali e miti politici nella prima fase del dopoguerra monfalconese” (AAVV: “L’immaginario imprigionato”) si analizza a fondo la rottura insanabile tra PCRG e PCI, l’elaborazione del “mito” jugoslavo, l’esodo in Jugoslavia a partire dal 1947, la lacerazione del mondo comunista nell’esperienza dei protagonisti. “Di fronte al tentativo di far apparire il cosiddetto Partito comunista italiano della Venezia Giulia come una organizzazione creata dal PCI o in accordo con la sua direzione – scriveva Pratolongo (6 giugno 1946) – la segreteria del PCI dichiara: 1) che la direzione del PCI non ha mai autorizzato la costituzione o appoggiato l’azione del PCIVG il quale è sorto a sua insaputa e agisce al di fuori di qualsiasi contatto con essa; 2) che essendosi presentata alla direzione del PCI in Roma una delegazione del cosiddetto PCI della Venezia Giulia, a mezzo di essa è stato dato ai lavoratori iscritti a questo partito il consiglio di non creare una simile organizzazione, perché ciò poteva servire soltanto a scindere le forze del proletariato giuliano e a favorire manovre di provocazione; 3) che la Direzione del nostro partito in data 23 aprile ha costituito un ufficio di informazioni affidandogli il compito di rappresentare il PCI a Trieste”. Precedentemente la “questione” di Trieste era stata posta da Togliatti nel programma elettorale del PCI per la Costituente nei seguenti termini: “Vogliamo per l’Italia una pace giusta che non ci tolga una città come Trieste che è incontestabilmente italiana”, ovviamente per proprietà transitiva e per logica geografica un tanto implicitamente valeva pure per il Monfalconese. Detto per inciso è noto che, essendo il PCI assertore di una linea che avrebbe dovuto privilegiare accordi diretti tra la neonata Federazione jugoslava e il nuovo Stato democratico italiano, si suggeriva (tramite un accordo Tito-Togliatti) una soluzione del contenzioso in una trattativa tra i due governi che considerasse Gorizia nell’ambito statale jugoslavo e Trieste in quello italiano. Tuttavia tale ipotesi venne presto accantonata. L’obiettivo dichiarato era la “pacificazione” della società giuliana e triestina, viatico ottimale in vista della internazionalizzazione della città (da loro auspicata), ovvero “l’obiettivo da noi perseguito è quello di organizzare e potenziare la lotta contro il fascismo e il nazionalismo italiano….nel quadro della fratellanza italoslava”. L’azione congiunta di Pellegrini e di Pratolongo riuscì quindi ad evitare che il partito riconoscesse questa formazione, ma l’iniziale tolleranza che il PCI aveva manifestato verso i dirigenti non fece che inasprire i rapporti tra i comunisti giuliani (triestini e monfalconesi in particolare) tanto che lo stesso Pratolongo incontrò serie difficoltà nella sua attività soprattutto a Monfalcone. Il PCRG si trovava in una fase di grande difficoltà: da un lato lo scontro con Togliatti si faceva irreversibile, entravano in campo sedicenti formazioni comuniste di tipo estremista ed avventurista (in qualche modo prodromo ideologico di coloro che venti anni dopo sarebbero stati definiti “extraparlamentari”). Dall’altro molti lavoratori manifestavano pragmaticamente sempre più spesso delle perplessità sul prevalere dell’obiettivo dell’annessione e denunciavano il fatto che il partito fosse impotente a risolvere le questioni più importanti. In questa situazione i quadri dirigenti del partito monfalconese si risolsero ad abbandonare ogni esitazione ed a rilanciare la parola d’ordine dell’annessione alla Jugoslavia, mettendo in evidenza presso le masse non tanto la valenza nazionale dell’obiettivo, quanto quella sociale e politica: i poteri popolari marxianamente, intesi al di fuori sia della democrazia liberale sia di quella intesa come “progressiva” con il governo “dal basso” della società, avrebbero a loro dire risolto definitivamente (e utopisticamente) i problemi socioeconomici che si rivelavano sempre più drammatici. Da quel momento si assistette ad una crisi profonda dell’organizzazione di Monfalcone, determinata da una serie di fattori di cui l’allontanamento politico da Trieste rappresentò certamente uno dei più importanti. Il travaglio del partito comunista, alle prese con la necessità di una profonda riorganizzazione, fu il contesto entro il quale la decisione di alcune migliaia di lavoratori di “andare a costruire il socialismo” in Jugoslavia iniziò a prendere corpo. Del resto nel mese di marzo (46) a Servola (Trieste) la polizia aveva sparato sulla folla uccidendo due persone e ferendone 26: il clima di scontro e di polarizzazione si alzarono senza più possibilità di mediazione e il dirigente comunista Pellegrini informava la Direzione nazionale che “il PCRG si apprestava ad una lotta senza quartiere, armata e rivoluzionaria” (P.Sema, C.Bibalo, “Cronaca sindacale triestina”). Nel medesimo mese una missione del PCI formata da Pratolongo Pellegrini e Massola si recò in Jugoslavia per far desistere i comunisti jugoslavi dal perseguire l’annessione di Trieste: a Belgrado e a Lubiana ci furono incontri con Edvard Kardelj, Milovan Djlas, Boris Kidric, Boris Kraigher i quali invece ribadirono con forza la loro linea politica e manifestarono giudizi estremamente negativi riguardo alle posizioni di Togliatti e sulla “democrazia progressiva” (ovvero degli innesti socialisteggianti nella democrazia liberale). Aspirazioni radicali come quello della creazione della Settima Repubblica Democratica e rivendicazioni salariali e normative erano contemporaneamente all’ordine del giorno nelle lotte a Monfalcone, quindi l’azione politica di Pratolongo fu duramente osteggiata dai dirigenti del partito giuliano Giorgio Iaksetich e Ruggero Bersa (pescatore monfalconese) che videro nel suo operato il tentativo di soffocare il sogno ed il mito del socialismo che animava oramai diffusamente le masse popolari e di porsi in concorrenza con la direzione politica dei comunisti giuliani. Pertanto Pratolongo fu sempre più preoccupato della mentalità settaria che si andava progressivamente affermando nel partito dei comunisti filojugoslavi che egli non mancò di denunciare alla Segreteria del partito, insieme all’inasprirsi della reazione nazionalistica. Entrambe le posizioni politiche, speculari ed estremiste e avventuriste, contribuivano – a suo avviso – a paralizzare la dialettica democratica. Messo sotto accusa da molti e diversi soggetti politici, il partito comunista giuliano era quindi destinato inevitabilmente ad una politica “estremistica” soprattutto nel Monfalconese, dove più era radicata la linea favorevole alla “Settima Federativa” (repubblica socialista jugoslava) e dove obiettivamente vigoreggiava una “esasperazione delle masse” per le condizioni sociali ed economiche del primo dopoguerra. In particolare dopo la decisione del partito di costituirsi come Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste (PCTLT) nell’ottobre del 1946, i comunisti del Comitato circondariale di Monfalcone decisero di accentuare, fino al limite estremo del ricorso alle armi e dell’inizio di una nuova resistenza, la linea contraria all’incorporazione del Territorio all’Italia. Fu a quel punto che Pratolongo decise che era necessario intervenire con decisione per bloccare il processo di radicalizzazione della linea politica dei comunisti giuliani (e monfalconesi in particolare) onde evitare conseguenze drammatiche ed irreparabili per il destino della zona (una locale deriva alla “greca”?) Il 12/10/46 scrisse a Palmiro Togliatti: “quello che è più preoccupante per il nostro Partito è la politica del partito giuliano e dell’Uais (Unione Antifascista Italo Slovena) nel Monfalconese e nel Goriziano. Qui si stanno mobilitando le masse italiane e slovene (italiane più nella zona del Monfalconese, Gradisca, Cormons che nella zona di Gorizia) contro la permanenza sotto l’Italia con la parola d’ordine ‘qui non vogliamo l’Italia’ fino al punto di indicare in pubblici comizi da parte di oratori dell’Uais e dei sindacati la via della montagna, delle armi, della resistenza contro l’incorporazione all’Italia”. Era il contrasto alla “mentalità del bosco” e così proseguiva: “lo spirito delle masse è fortemente contro l’Italia e non è improbabile che al momento del passaggio all’amministrazione italiana succedano gravi disordini provocati da prese di posizione proprio dei comunisti e degli antifascisti controllati dai nostri. La reazione specula su questo e si prepara a speculare domani coinvolgendo il nostro partito, Se si tiene conto delle azioni provocatorie dei neofascisti, monarchici, nelle zone del Friuli, l’armamento delle squadre fasciste, le minacce che oggi si fanno agli antifascisti di queste zone incolpati di aver cospirato contro la patria a favore dello straniero, le minacce a tutti i comunisti che hanno aderito alla politica del PCRG e dell’Uais possiamo renderci conto di quello che potrà succedere. Il PCI deve dunque agire, orientare le masse, fare appello ai partiti perché cessi la reazione, perché si difendano comunque i democratici al di là delle bandiere”. Infatti l’azione terroristica del nazionalismo italiano nella Venezia Giulia (lontano prodromo di quella che 25 anni dopo sarebbe stata la “strategia della tensione”), che venne condotta con metodo sistematico soprattutto contro i singoli militanti si situava all’interno di questo contesto come espressione di un disegno ben preordinato. Tale azione non cessò neppure con l’esodo dal Monfalconese dei quadri che maggiormente si erano esposti ed impegnati in seno alle organizzazioni italo-slovene ma continuò anche in seguito colpendo con intimidazioni, attentati e bastonature gran parte dei dirigenti del PCI e tra questi lo stesso Pratolongo affrontato da solo da una ventina di facinorosi energumeni.
Epilogo:un fallimento politico ma un lascito memorabile
Nelle elezioni del 18 aprile 1948 per la Camera dei deputati queste vicende caotiche scissionistiche e marcatamente ideologizzate non potevano non lasciare il segno a Monfalcone (nel senso del fallimento politico delle “sinistre unite”): la D.C. otteneva la maggioranza assoluta ovvero il 56,09% (7.685 voti), il Fronte Popolare il 28,78% (3.943 voti), l’Unità Socialista il 9,45% (1295 voti), il PRI l’1,65% 277 voti, il Blocco Nazionale l’1,49% (205 voti), l’MSI lo 0,83% (115 voti), il P.Nazionale Monarchico lo 0,3% (41 voti). Il deputato Pratolongo operò in questo crocevia in cui si incrociava la campagna di terrore perpetrata dai reduci fascisti e dai nazionalisti tollerata dalle forze di polizia e l’intransigenza e l’avventurismo politico di coloro che scelsero di “andare a costruire il socialismo in Jugoslavia” indebolendo la Sinistra isontina e rimanendo a loro volta vittime della epocale svolta del 28 giugno 1948 (Risoluzione di condanna del regime jugoslavo da parte del Cominform cui seguì per alcuni il lager jugoslavo di Goli Otok). Il deputato Giordano Pratolongo operò per il riscatto dell’Italia responsabile (sul confine orientale) di avere dapprima vessato per vent’anni la cospicua “minoranza” slovena e croata che il Trattato di Rapallo del 1920 le aveva consegnato (come Paese vincitore della Prima Guerra mondiale) e poi di avere aggredito nel 1941 assieme all’esercito nazista la Jugoslava monarchica smembrandola con l’annessione della stessa Lubiana capitale della Slovenia. Operò per il mantenimento entro il perimetro statuale italiano di Trieste (con il Monfalconese), opzione in quel contesto molto problematica e per niente scontata. Si battè per l’affermazione nel Paese di una “democrazia progressiva” che garantisse assieme ai diritti sociali tutte le libertà democratiche e lo Stato di diritto in luogo di scelte “rivoluzionarie” come la cosiddetta “dittatura del proletariato” in realtà dittatura di un partito unico con statizzazione degli strumenti di produzione, Stato di polizia e repressione del dissenso. Si battè sul nuovo confine orientale per la “pacificazione” tra italiani e slavi (sloveni e croati) dopo un secolo di disastrosa discordia innescata dalle posture nazionalistiche ed espansionistiche verso i Balcani dello Stato italiano (che avrebbe portato per conseguente reazione in quegli anni alla riduzione ai minimi termini della presenza italiana stessa nel quadrante geografico dell’Adriatico orientale da Capodistria a Zara passando per Fiume passate alla Jugoslavia). Per tutto questo pagò prima con l’isolamento e la aggressione fisica che lo mise “fuori gioco” parlamentare e quindi con il tracollo fisico e la morte prematura a soli 48 anni in sanatorio, per di più pagò con una sorta di rimozione postuma dalla memoria collettiva in quanto la sua vicenda tragica si iscriveva in un passaggio epocale “divisivo” ed estremamente conflittuale (a causa del settarismo di larga parte della Sinistra allora di marca terzinternazionalista e “staliniana”). Per questo il suo lascito democratico riformista e civile (pienamente valido ed attuale) da deputato oltraggiato, esige il riscatto dall’ingiusto oblio cui è stato a lungo colpevolmente confinato; un tanto lo pone accanto a Giacomo Matteotti e a Piero Gobetti, “martiri” di levatura nazionale e riconosciuti della dittatura fascista: di tanto i democratici ed i progressisti del Monfalconese e di Trieste nonché della Regione e di tutto il Paese – nonostante gli ottanta anni di distanza – sono chiamati a “fare memoria”.