di Davide Strukelj
“Avvicinare le istituzioni ai cittadini”, lo avete sentito dire, vero? È da molto tempo che questa frase viene pronunciata per promuovere leader di volta in volta populisti, apritori di scatolette di tonno, venditrici di carciofi, inquiline di case operaie, rappresentanti delle borgate capitoline… insomma: “sono il capo, e voglio esserlo in modo totale e indiscusso, ma resto uno di voi!”
Eppure… Eppure ecco che questi stessi personaggi non perdono occasione per invocare i pieni poteri, per accusare la libera stampa di remare contro, per deridere chi la pensa diversamente, per citare personaggi storici che, pur essendo stati sanguinari dittatori, avrebbero fatto anche cose buone e, da ultimo, per cercare di ridisegnare una democrazia che nel suo funzionamento costituzionale mira a mantenere più lontana possibile quella concentrazione di poteri che mai ha prodotto il bene dei cittadini, in Italia soprattutto.
Così, nel Belpaese, capita di assistere a Vice-Presidenti del Consiglio che tramortiti dall’alcol invocano i pieni poteri, oppure ad amministratori locali che invocano per sé non meglio precisati incarichi di pro-sindacatura e, da ultimo, tentativi più o meno consistenti di introdurre il “premierato” nel nostro sistema democratico.
Sui rischi di una tale modifica costituzionale hanno già parlato in molti, e chi vi scrive non può certo ambire ad aggiungere granché. Ciò nonostante una cosa, una piccola cosa, voglio provare a dirla.
Nel mio personale giudizio del tipico “italiano che ha raggiunto il potere” ho sempre criticato con determinazione la drammatica surrogazione del ruolo con lo status. Il ruolo, sappiamo, è il temporaneo esercizio di una funzione nell’interesse di chi lo ha conferito; in buona sostanza, se una moltitudine democraticamente decide che Tizio Caio si occuperà di svolgere una certa funzione, ecco che Tizio Caio dovrà esercitare questo suo “potere” nell’interesse di quella collettività che comprende anche i suoi “elettori”, ma non solo quelli. Lo status, invece, è quella condizione che conferisce ad una persona una posizione di superiorità rispetto agli altri, posizione che costui (o costei) può esercitare secondo i suoi desideri e, anche, secondo i suoi tornaconti, un po’ come faceva il famoso Marchese, avete presente, vero?
Veniamo alle recenti idee sulla modifica della nostra costituzione per l’introduzione del cosiddetto premierato e per l’autonomia differenziata.
Circa il primo, ritengo non serva essere dei grandi studiosi di materie giuridiche per capire che l’unico luogo ove sono rappresentati tutti i cittadini è il Parlamento. Tra i nostri Deputati e Senatori, infatti, figurano gli eletti di differenti orientamenti e sensibilità, rappresentazione della diversità delle opinioni politiche dei cittadini e luogo di discussione e sintesi delle istanze sulle quali lo Stato è chiamato a decidere, ivi inclusa la composizione del Governo, al quale compete il potere esecutivo.
Diversa prassi verrebbe a formarsi con un premier direttamente eletto e come tale rappresentante di una parte, se pur maggioritaria, degli elettori votanti. A corollario, l’ampiamento dei poteri, che la modifica costituzionale in discussione vorrebbe affidare a questo capo dell’esecutivo, produrrebbe un caso unico di concentrazione e “autonomia” istituzionale, molto simili a uno status e sempre più lontani da un ruolo, che come tale rimane sempre oggetto delle opportune funzioni di controllo.
Circa l’autonomia differenziata, così come ad oggi prospettata, pare di capire che un tale meccanismo raggiungerebbe facilmente due scopi. Da un lato un rafforzamento del premierato di cui sopra, in considerazione del canale preferenziale nei negoziati tra potere esecutivo centrale e potere amministrativo locale, cosa di cui non sentiamo davvero il bisogno. Dall’altro lato verrebbe a formarsi una sorta di competizione individualista su base regionale, nella quale il primato dei virtuosi detterebbe la fine di quel meccanismo solidaristico che, seppur in modo incompleto e forse insufficiente, ha garantito la redistribuzione necessaria a evitare eccessi incontrollabili della concentrazione di ricchezza e potere.
Ecco allora emergere la tetra prospettiva del cosiddetto combinato disposto delle due riforme: una progressiva demolizione della Repubblica, creata dai nostri Padri per essere davvero una “cosa pubblica”, per prosperare “una e indivisibile” e costruita per essere un oggetto politico democratico e moderno che contempla i ruoli, e le relative funzioni di controllo, e avversa gli status.