di Bianca Della Pietra
Nell’articolo recentemente pubblicato da Apertamente, dal titolo “Tre riforme per disfare l’Italia <<O la va o la spacca>>, tratto da Libertà e Giustizia del giugno 2024, si fa riferimento a:
il cosiddetto “premierato”;
il regionalismo differenziato;
il depotenziamento dei poteri e l’autonomia della Magistratura
MA a queste riforme ne manca una.
Probabilmente perché non si configura ancora come tale e la Commissione che se ne occupa è stata da poco costituita, quindi il prodotto del lavoro affidatole è ancora in fieri. Si tratta della riprogettazione delle Indicazioni nazionali per i programmi scolastici, comprese le Linee guida per il I e II ciclo di istruzione prevista dal ministro Valditara.
La commissione di studio dovrà elaborare e formulare proposte. La coordinatrice è la professoressa Loredana Perla, docente ordinario di Didattica e Pedagogia Speciale presso l’Università statale degli Studi di Bari “Aldo Moro”.
Alcuni ministri all’Istruzione dei precedenti governi si sono espressi criticando questa impresa segnalando come si corra il rischio di ritornare a programmi centralizzati (programmi, appunto), facendo venir meno il principio dell’autonomia scolastica introdotta con la legge Bassanini del 1997, regolamentata con Decreto del Presidente della Repubblica nel 1999 e potenziata con la legge conosciuta come “Buona Scuola”.
Con essa si riconosce l’autonomia organizzativa, didattica e di ricerca finalizzate al perseguimento degli obiettivi generali del sistema nazionale d’istruzione.
Il documento del 2015 frutto anche di dibattito e di confronto, intendeva aprire un percorso di rinnovamento dei tempi, degli spazi scolastici in collaborazione attiva tra scuole e con la comunità locale.
L’iniziativa dell’attuale ministro sembra volta alla semplificazione e attualizzazione delle Indicazioni e delle Linee guida, ma al momento il personale scolastico non è stato coinvolto, così come i settori disciplinari della lingua e della storia che ad oggi si sono espressi.
Alla riforma partita dal Ministro Luigi Berlinguer (1996-2000) e messa a punto dal ministro De Mauro, sono succedute la riforma Moratti (2001-2006) che propose i Piani di Studio Personalizzati, e la riforma Fioroni che, nel 2007 istituì le Indicazioni Nazionali. Si comincia a ragionare sulla cornice culturale e pedagogica a partire dall’analisi della società avvalendosi dei contributi di Zygmund Bauman e Edgar Morin, prestando al tempo stesso attenzione alla tradizione pedagogica della scuola italiana.
Il professor Italo Fiorin, Presidente della Scuola di Alta Formazione EIS dell’Università LUMSA, nella sua breve ricostruzione delle ultime riforme scolastiche intervistato da Reginaldo Palermo, vice direttore della rivista cartacea e web Tecnica della Scuola, ci ricorda alcuni fondamentali passaggi della riforma del 2007[1].
Quattro le parole chiave: persona; cittadino/cittadinanza locale e globale; comunità quale dimensione relazionale essenziale; mondo.
Questi i crtiteri guida:
l’apprendimento degli studenti che deve essere attivo, esplorativo, collaborativo; l’insegnamento riflessivo; la dimensione prosociale degli apprendimenti come responsabilità sociale.
Nel 2012 il ministro Profumo istituì il Comiitato Tecnico Scientifico per “il miglioramento continuo dell’insegnamento”, attivo fino al 2018, ancora previsto dalla legge ma dimenticato. In quell’anno proprio questo Comitato elaborò una revisione delle Indicazioni dal titolo “Indicazioni nazionali e nuovi scenari”.
Ora un breve inciso va fatto. Dal 1946 ad oggi si sono succeduti al governo nazionale delle scuole (i ministeri hanno anche cambiato nome tra il 2001 e il 2020) 45 ministri di cui 10 sono rimasti in carica da 1 a 10 mesi. Tra tutti solo 7 donne che, data l’esiguità del numero, val la pena di ricordare: Falcucci, Russo Iervolino, Moratti, Gelmini, Carrozza, Fedeli e Azzolina.
Tanti cambiamenti e tante riforme. Molti di questi cambiamenti non hanno tenuto conto dei testi legislativi precedenti facendo pensare, come dice Fiorin esprimendo una condivisibile preoccupazione, che la scuola non sia un bene comune, ma se ne evidenzi piuttosto “una concezione proprietaria”.
Questo, a mio parere, ha contribuito alla disaffezione degli insegnanti che, soverchiati da prassi burocratiche più che da pensieri pedagogici, sono diventati silenti, quasi assenti nel dibattito pubblico.
Non si intende qui demonizzare qui qualcosa che non si è ancora ben delineato (se pure elementi di critica già non mancherebbero), ma raccontare la storia di quel che precede i lavori di questa nuova Commissione.
Nulla nasce dal nulla. Sarebbe forse il caso di tener conto della storia? In nome di una presunta italianità da salvaguardare si corre il rischio di nascondere il fatto che l’identità non è un monolite inossidabile ai cambiamenti, non è unitaria ma plurale e sfaccettata, non si può imporre per legge.
Ma forse la storia è proprio la pietra dello scandalo, non la testata d’angolo.
[1] https://www.tecnicadellascuola.it/indicazioni-nazionali-valditara-vuole-cambiarle-forse-in-nome-della-identita-italiana-ne-parliamo-con-italo-fiorin-intervista