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La guerra perpetua.

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Di Cosimo Risi

Si inietta in dosi omeopatiche, la vittima non si accorge del veleno finché è troppo tardi, la dose è lenta quanto letale. Il veleno della guerra ci sta abituando al linguaggio della guerra. Peggio: all’attesa della guerra che, anche se non è ancora scoppiata sul nostro terreno, sta per scoppiare.

Le dichiarazioni stampa di Vladimir Putin, per la prima volta da due anni è presente il cronista ANSA, e cioè di un paese ostile, rilanciano le uscite di Dmitrij Medvedev: non costringetemi, voi NATO, ad evocare l’arma nucleare, potrei usarla sul serio se la minaccia fosse portata all’integrità di Russia.

E’ l’ennesima replica alle sortite di alcuni dirigenti occidentali, che variano dall’autorizzare l’uso fuori area delle armi fornite all’Ucraina all’inviare addestratori in Ucraina. Se poi un addestratore a bordo di un aereo fosse abbattuto dai Russi, si potrebbe immaginare la grancassa propagandistica e non solo.

La Russia interviene nel dibattito politico europeo. Non solo sostenendo le posizioni dei parti sovranisti, non vuole – et pour cause – la maggiore integrazione europea. Ma anche lanciando messaggi a chi voglia intenderli. Al prossimo G7 a Borgo Egnazia, al Vertice NATO di luglio, al suo nuovo Segretario Generale affinché Mark Rutte sia meno corrosivo di Stoltenberg, alla Cina perché capisca che il multipolarismo impone un prezzo da pagare. E questo prezzo è finora a carico di Mosca, mentre Pechino lucra nell’attesa.

Il linguaggio della guerra e la sua pratica dominano il dibattito in Medio Oriente. L’offensiva su Gaza è in stallo. Le trattative per gli ostaggi rallentano sulla disputa fra il piano americano e la versione che ne dà Israele, quest’ultima ovviamente riduttiva per Hamas.

L’assalto a Rafah è a bassa intensità: per colpire le postazioni residue di Hamas ma senza irritare soverchiamente Joe Biden, che di questa storia non vuole più sapere. In realtà il Presidente americano non vorrebbe più sapere di Netanyahu, ma non è lui a deliberare le elezioni anticipate né a determinarne l’esito.

Biden sconta l’esitazione del grande oppositore: Benny Gantz è membro del Gabinetto di guerra con il Primo Ministro e, insieme, vuole prenderne il posto. Attraverso le urne, come si addice in un paese democratico. Israele è un caso unico: nel divampare del conflitto si susseguono liberamente manifestazioni pro e contro il Governo, non scatta la legge marziale, la stampa scrive liberamente di tutto.

Se Gaza non bastasse, ecco profilarsi il caso Libano. Hezbollah intensifica gli attacchi sul nord d’Israele. Gli insediamenti in Galilea sono presi di mira dai razzi, le popolazioni sfollano altrove, il loro numero cresce con il passare dei giorni.

Il Capo di Stato Maggiore, lo stesso Herzl Halevi che il Procuratore alla Corte Penale Internazionale vorrebbe come imputato di genocidio, dichiara che è il momento di decidere. La sola possibile opzione è la guerra al Libano. Non in reazione come a Gaza, ma in prevenzione di guai maggiori.

Hezbollah è meglio organizzato e foraggiato dall’Iran rispetto a Hamas. La nuova guerra del Libano, la terza dopo quelle del 1982 e del 2006, sarebbe certamente distruttiva per Beirut, ma avrebbe l’effetto collaterale di precipitare Israele in un nuovo vortice. E questo mentre il suo rating internazionale, non solo nelle Università radicalizzate, perde punti.

La soluzione, scrive l’editorialista di Haaretz, è nel negoziato. A Gaza perché finisca la triste avventura nella Striscia, così privando Hezbollah del pretesto per gli attacchi.

Che l’Iran pensi alla situazione interna. La morte del Presidente Raisi ed il casting dei candidati dovrebbero assorbire la Repubblica Islamica. Proprio in questi giorni Teheran festeggia l’anniversario della Rivoluzione khomeinista e saluta, sostiene l’AIEA, l’arricchimento dell’uranio a livello tale da consentire la costruzione della Bomba. 

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